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    René Guénon

    IL TEOSOFISMO

    Storia di una pseudo-religione

     

     

    Vol. I

     

     

     

    Tradotto e curato da Calogero Cammarata

    Edizioni Delta Arktos

    I Classici della Tradizione

    Collana diretta da A.C. Ambesi

     

    © 1987 tutti i diritti riservati alle edizioni Delta Arktos – Via Belfiore 72, Torino

     

     

    Indice Generale

    Introduzione

    Premessa - Teosofia e teosofismo

    Cap. I - I trascorsi di M.me Blavatsky

    Cap. II - Le origini della Società Teosofica

    Cap. III - La Società Teosofica e il Rosacrucianesimo

    Cap. IV - La questione dei Mahâtmà

    Cap. V - L’affare della Società di Ricerche Psichiche

    Cap. VI - Mime Blavatsky e Solovioff

    Cap. VII - Il potere di suggestione di M.me Blavatsky

    Cap. VIÍI - Gli ultimi anni di M.me Blavatsky

    Cap. IX - Le fonti delle opere di M.me Blavatsky

    Cap. X - Il Buddhismo esoterico

    Cap. XI - Punti principali dell’insegnamento teosofista

    Cap. XII - Il teosofismo e lo spiritismo

    Cap. XIII - Il teosofismo e la religione

    Cap. XIV - Il giuramento nel teosofismo

    Cap. XV - I trascorsi di M.me Besant p. 157

    Cap. XVI - I primi anni di presidenza di M.me Besant

    Cap. XVII - Al parlamentò delle religioni

    Cap. XVIII - Il Cristianesimo esoterico

    Cap. XIX - La duchessa di Pomar

    Cap. XX - Il Messia futuro

    Cap. XXI - Le tribolazioni di Alcyone

    Cap. XXII - L’antroposofia di Rudolf Steiner

    Cap. XXIII - L’Ordine della Stella d’Oriente ele sue dipendenze

    Cap. XXIV - La Chiesa Vetero-Cattolica

    Cap. XXV - Teosofismo e Massoneria

    Cap. XXVI - Le organizzazioni ausiliarie della Società Teosofica

    Cap. XXVII - Il moralismo teosofista

    Cap. XXVIII - Teosofismo e protestantesimo

    Cap. XXIX - Il ruolo politico della Società Teosofica

    Cap. XXX – Conclusione

     

    Recensioni di libri:

    ALL’OMBRA DEI MONASTERI TIBETANI, di Jean Marqués-Riviére

    PRINCIPI ED ELEMENTI DELLA LINGUA SACRA SECONDO L’ASTRO KABBALA DI AL CHAMI, di S.U. Zane

    L’ABITO STRAPPATO, di Louis Compain

    DALLA FISICA ALLA RELIGIONE, SULLA TRACCIA DEI LIBRI

    P.

    328

     

    425

    di E. Swedenborg

    IL GIARDINO DEL FIORE D’ORO, di Longfield Beatty

    L’ENIGMA DELLA GRANDE SFINGE, di Georges Barbarin

    I DESTINI OCCULTI DELL’UMANITA’, di G. Barbarin

    LE PROFEZIE DELLA FINE DEI TEMPI, di Marcel Hamon

    - STUDI SUL SIMBOLISMO DEL CULTO DELLA VERGINE, di E

    Bertaud

    Indice analitico

    424

    DI IERI E DI OGGI, di Joseph Hervé

    KRISHNAMURTI, di Carlo Suares

    CONTRIBUTO ALLA STORIA DELLA SOCIETA’TEOSOFICA IN

    FRANCIA, di Charles Blech

    STORIA DELLE SOCIETA’POLITICHE SEGRETE DEL XIX E

    DEL XX SECOLO, di Eugénè Lennohoff

    L’ISTRUTTORE DEL MONDO, KRISHNAMURTI, di Ludowic Ré -

    hau lt

    IL MISTICISMO INTEGRALE, di L. de Paini

    SWEDENBORG E I FENOMENI PSICHICI, di Henry de Geymuller

    L’INFLUENZA INVISIBILE, di Alexander Cannon

    IL VANGELO DI SAN GIOVANNI, di Rudolf Steiner

    I PROSSIMI TRE ANNI, di Alice A. Bailey

    LA CHIAVE, insegnamenti raccolti da G.G. e G.B.

    MITI E MISTERI EGIZI, di Rudolf Steiner

    PROMOTEO O IL MISTERO DELL’UOMO, di Gabriel Trarieux d’Eg 

    mont

    LO SPIRITISMO DI FRONTE ALLA STORIA, ALLA SCIENZA E ALLA RELIGIONE, di Roger Glardon

     

    RICERCA DELLA VERITA’: ARTE, SCIENZA, OCCULTISMO,

    RELIGIONI, di Edouard Arnaud

    LA COMPARSA DELLE SCIENZE NATURALI, di Rudolf Steiner

    IL MAESTRO PARLA, di Pétre Deunov

    RICERCA NELL’EGITTO SEGRETO, di Paul Bruton

    IL SEGRETO DELLA GRANDE PIRAMIDE O LA FINE DEL MON 

    DO ADAMITICO di G. Barbarin

    IL TIRSO E LA CROCE, di Gabriel Trarieux d’Egmont

    IL VANGELO DI SAN LUCA, di Rudolf Steiner

    TEORIA E PRATICA RADIOESTESICA, di René Lacroix-a-l’Henri

    MEDICINA ESOTERICA, di A. Auvard

    POLITICA ESOTERICA, di A. Auvard

    L’ERA DELL’ACQUARIO (L’AVVENTO DI GANIMEDE), di Paul

    Le Cour

    - COME SARA’IL 1938?, di Gabriel Trarieux d’Egmont

    IL MORSO AI DENTI, di Vladimir Pozner

    I PROTOCOLLI DEI SAVI ANZIANI DI SION

    COME CREDO IN DIO, di Upton Sainclair

    YOGA PER L’OCCIDENTE, di C. Kernefz

    LA VITA OLTRE LA MORTE, di Gabriel Trarieux d’Egmont

    IL MISTERO DELLA VITA UMANA, di Raoul Marchais

    X - LA CHIAVE DEI GRANDI MISTERI, di Eliphas Levi

    LA NUOVA GERUSALEMME E LA SUA DOTTRINA CELESTE,

     

    Recensioni di articoli di riviste:

    1929

    Giugno

    Luglio

    Ottobre

    Novembre

    Dicembre p. -377 1930

    Gennaio

    Gennaio

    Febbraio

    Marzo

    Maggio

    Giugno

    Luglio

    Novembre

    Gennaio

    Luglio

    Giugno

    Febbraio

    Aprile

    Gennaio

    Settembre

     

    NOTA

     

    La prima edizione francese (Editions Traditionnelles) del presente studio è apparsa nel 1921, successivamente sono state curate altre due edizioni, ri­viste ed ampliate, apparse nel 1928 e nel 1965; quest’ultima è quella defini­tiva ed è stata ristampata nel 1969, 1973, 1975, 1978 e 1982.

    Contiene anche le recensioni di libri e riviste, pubblicate su Le Voile d’Isis (divenuto nel 1937 Études Traditionnelles) dal 1929, recensioni relative agli argomenti trattati nel libro.

    Per la presente traduzione è stata utilizzata l’edizione del 1982.

     

    Traduzione di Calogero Cammarata.

     

    1965 - Editions Traditionnelles – Parigi

    1986 - Edizioni Arktos – Carmagnola, via Gardezzana 57

     

    Stampato presso le Edizioni Arktos

     

     

     

     

    NOTIZIA

     

    (Le informazioni di carattere biografico sono quanto di più distante dal­la mentalità di R. Guenon che, molto giustamente, ricordava sempre come fossero importanti le idee ed i comportamenti manifestati piuttosto che le speculazioni “voyeuriste” sulla vita privata di una persona. Ci limitiamo per­tanto a fornire le date essenziali legate alla sua opera).

    Renè Guenon nacque a Blois, Loir e Cher, il 15 novembre 1886; nel 1903 completò i suoi studi e nel 1904 si stabilì a Parigi ove; oltre ad interessi acca­demici poco sentiti, ebbe modo di curare composite relazioni con gli ambien­ti che definirà “neo - spiritualisti”.

    Dal 1906 al 1912 ha modo di intrattenere rapporti più o meno impegna­tivi con personaggi ed organismi che saranno altrettanti punti di riferimen­to per la sua formazione: da Papus (1906) alla “Chiesa Gnostica” (1908), da L. Champrenaud (Abdul-Haqq) al conte di Pouvourville (Matgioi) (1909), dalla Massoneria (Loggia Thébah della G.L.N. di Francia) (1907). al pittore J.G. Angelii (Abdul-Hadi) (1910). Fonda la rivista La Gnose (1909-1912) ed intrattiene i primi rapporti con ambienti cattolici tradizionalisti, indù ed islamici.

    Dal 1913 al 1921 approfondisce i suoi rapporti con elementi indù e col Taçawwuf e nel 1921 inizia in maniera consistente la sua opera di informa­zione tradizionale, di messa a punto e di rettificazione che si esprimerà tra­mite i suoi scritti (libri, articoli e lettere).

    Dal 1921 al 1930 pubblica i suoi primi otto libri, ove si delineano gli in­segnamenti tradizionali e l’evidente deviazione del mondo moderno. Dal 1925 al 1927 collabora anche alla rivista cattolica Regnabit, mentre nel 1928 ha inizio la sua collaborazione con la rivista Le Voile d’Isis, che nel 1937 diven­ta Études Traditionnelles, collaborazione, parecchio ben marcata d’altron­de, che durerà fino alla sua morte.

    Nel 1930 si stabilisce definitivamente al Cairo ove realizza, anche dal pun­to di vista dell’esistenza quotidiana, quel suo ricollegamento alla tradizione esoterica islamica che comporta inevitabilmente e logicamente un pari colle­gamento essoterico allo Islam e che certamente è qualcosa di molto diverso dalla fin troppo banale pretesa di “conversione” che si tenta di attribuirgli. Dal Cairo mantiene un costante collegamento, con la pubblicazione dei suoi restanti scritti, costituiti prevalentemente da articoli e recensioni.

    Muore il 7 gennaio 1951.

     

     

     

    SCRITTI DI RENÉ GUENON

    (la data si riferisce alla prima edizione francese)

     

    • Introduzione generale, allo studio delle dottrine indù (1921) (Ed. Stu­di Tradizionali - Torino)

    • Il Teosofismo, storia di una pseudo-religione (1921) (Ed. Arktos - Car­magnola)

    • Errore dello spiritismo (1923) - (Ed. Rusconi - Milano)

    • Oriente e Occidente (1924) - (Ed. Studi Tradizionali - Torino)

    • L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta (1925) (Ed. Studi Tradizionali - Torino)

    • L’Esoterismo di Dante (1925) - (Ed. Atanor - Roma)

    • Il Re del mondo (1927) - (Ed. Atanor - Roma)

    • La Crisi del mondo moderno (1927) - (Ed. Mediterranee - Roma)

    • Autorità spirituale e potere temporale (1929) (Ed. Rusconi -Milano)

    • San Bernardo (1929) - (Ediz. a cura della rivista Vie della Tradizione - Palermo)

    • Il Simbolismo della croce (1931) - (Ed. Rusconi - Milano)

    • Gli stati molteplici dell’essere (1932) (Ed. Studi Tradizionali - Torino)

    • La Metafisica orientale (1939) - (in Rivista di Studi Tradizionali n° 44 - Torino - 1976)

    • Il Regno della quantità e i segni dei tempi (1945) (Ed. Adelphi - Milano)

    • I principi del calcolo infinitesimale (1946) (Ed. diverse e occasionali)

    • La grande Triade (1946) - (Ed. Atanor - Roma)

    • Considerazioni sulla via iniziatica (1946) - (Ed. Basaia - Roma)

    • Iniziazione e realizzazione spirituale (1952) (Ed. Studi Tradizionali - To­rino)

    • Considerazioni sull’esoterismo cristiano (1954) (Ed. Studi delle Tradizio­ni - Firenze)

    • Simboli della Scienza Sacra (1962) - (Ed. Adelphi - Milano)

    • Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage (1964) (Editions Traditionnelles - Parigi)

    • Studi sull’Induismo (1966) - (Ed. Basaia - Roma)

    • Forme tradizionali e cicli cosmici (1970) (Ed. Mediterranee - Roma)

    • Scritti sull’Esoterismo Islamico e il Taoismo (1973) (in Rivista di Stu­di Tradizionali - n° 50 - Torino - 1979)

    • Recensioni (1973) - (Ed. all’insegna del Veltro - Parma)

    • Melanges (1976) - (Ediz. a cura del Centro Studi Guenoniani - Venezia)

     

    La Rivista di Studi Tradizionali di Torino, dal 1963 cura la traduzione di molti degli scritti di Guenon. Alcuni degli articoli che compongono gli “Stu­di sulla Massoneria e il Compagnonaggio”, sono stati pubblicati nel n° 54/55 (1981).

    Una edizione parimenti ridotta è stata pubblicata dalle Ed. Basaia - Roma, col titolo “Studi sulla Massoneria”.

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Nonostante sia stata tradotta in italiano una gran parte de­gli scritti di R. Guenon, si è tralasciata qualche trattazione spe­cifica, a volte sulla base di giustificate considerazioni; trattazione che comunque, come il resto della sua opera, mantiene una validità considerevole sia dal punto di vista dottrinale, sia in rela­zione alla possibilità che essa offre di inquadrare attraverso prospet­tive più ristrette il complesso svolgersi di correnti di pensiero, di atti­tudini e di mode che, non solo arrivano fino ai nostri giorni, ma si annunciano con prospettive temporali future molto lunghe.

    Per di più, così come la mentalità moderna è il semplice ed inevitabile risultato di un lungo processo di assestamento di ele­menti di disordine che si sono manifestati in maniera apparente­mente discontinua e localizzata storicamente, oggi finiamo col vivere, con una sorta di ripresa ciclica interna, esperienze compor­tamentali ed impostazioni di pensiero che, lungi dal presentare e­lementi di diversificazione, sono semplicemente lo sviluppo di attitudini manifestantesi a cavallo fra il 1800 e il 1900.

    D’altronde, le considerazioni e le messe a punto di R. Gue­non, in quanto inerenti alla visione tradizionale, non potrebbero avere, come non hanno, alcunché di temporale e di storico, semmai il fenomeno contingente serve da spunto per affermazioni che mantengono sempre ed inevitabilmente la loro validità, in quan­to attengono alla verità.

    R. Guenon ritenne opportuno pubblicare due opere specifi­che sul fenomeno “neo-spiritualista”: Il Teosofismo e Errore del­lo Spiritismo, mentre si sa che ne aveva in preparazione una ter­za (probabilmente Errore dell’Occultismo), proprio a dimostrazione dell’importanza che rivestiva per lui la preoccupazione di delinea­re con attenzione.i connotati anti-tradizionali del fenomeno.

    In effetti proprio in forza dell’azione combinata della non conoscenza degli insegnamenti tradizionali, da un lato, e dello “istintivo” bisogno di superamento della morsa materialista, dal­l’altro, l’uomo contemporaneo finisce col dar vita a tutta una se­rie di iniziative pseudo-tradizionali che servono tanto bellamen­te quanto inconsciamente la sottile azione della contro-iniziazione.

    Lungo tutta l’opera di R. Guenon si nota una duplice preoc­cupazione: offrire a chi ne ha voglia e capacità, la possibilità di avviarsi verso una seria preparazione dottrinale di chiara impostazione tradizionale, come presupposto essenziale per ogni altra successiva possibilità realizzativa; sollecitare la più idonea attenzione nei confronti delle iniziative sedicenti “spirituali” al fine di non rimanere invischiati, a volte irremediabilmente, nella palude pseudo-iniziatica che, volente o no, è al servizio dell’anti-tradizione e dell’”avversario”.

    In realtà gli scritti di R. Guenon non presentano e non potrebbero presentare alcunché di specifico o settoriale ed è dalla lettura e dallo studio dell’intera sua opera che si trae la visione complessiva di carattere tradizionale. È logico quindi ritrovare contemporaneamente nei suoi scritti sia i riferimenti a carattere costruttivo, relativi alla giusta comprensione dei dati tradizionali, sia i riferimenti a carattere censorio, relativi a quanto può apparire o vuole apparire legato alla tradizione, ma che di essa è solo una deviazione o addirittura una contraffazione.

    Le messe a punto, le critiche ed il loro relativo approfondimento, riferite al mondo moderno in generale e ad alcuni suoi aspetti in particolare, sono state condotte anche da altre personalità di indubbio interesse, come è il caso di J. Evola per l’Italia, e si è prodotto un vivo interesse che, anche se con lentezza e difficoltà, va sempre più ampliandosi; in tale processo però non mancano le approssimazioni ed i convincimenti frettolosi, così come abbondano le istanze organizzative ed attivistiche, anche strettamente legate ad una forma mentis tipicamente moderna e anti-tradizionale. L’ortodossia di R. Guenon assume quindi la funzione di stabile riferimento e di sicuro orientamento.

    Da qui l’idea di completare la traduzione degli scritti di R. Guenon e quindi, per intanto, la pubblicazione del “Teosofismo”, nonostante possa apparire a prima vista un argomento superato almeno in parte.

    Vale la pena spendere qualche parola a riguardo, se non altro perché nell’ampio e multiforme mondo del “neo- spiritualismo”, oggi variamente denominato (paranormale, parapsicologia, occulto, ecc.) è sempre in auge la concezione evoluzionista dell’uomo e del mondo, anche quando essa attenua i suoi toni perentori.

    Si ritiene, per esempio, che l’aver messo a punto considerazioni e convincimenti del primo novecento, l’aver apportato tali o tal’altre modifiche a termini, concetti o strutture emerse in quel periodo, l’aver acquisito un’ulteriore quantità di notizie dalla scienza sperimentale o dall’esperienza tecnologica, corrisponda ad un nuovo corso della civiltà o perlomeno della conoscenza umana, tale da lasciare sottintendere, ancora una volta, che oggi si è riusciti a capire più e meglio di ieri.

    Nel caso del “Teosofismo” (e del mondo del “neo-spirituali­smo”) si è operato un processo identico, tanto che si sente parla­re di superamento di certe impostazioni ingenue o di ampiamento e di crescita di insegnamenti che l’esperienza (!) ha ricomposto in modo più organico e più rispondente alla reale natura dell’uomo.

    Sarebbe interessante poter mostrare i fili conduttori che sta­biliscono l’inevitabile identità delle principali preoccupazioni at­tuali (ecologismo, pacifismo, fame nel mondo, ed ancora, impe­rialismo, emancipazione delle etnie, riscoperta delle micro-cul­ture ed altre simili esercitazioni verbali), con le concezioni che, apparentemente, sembra abbiano fatto il loro tempo.

    Ma i limiti di questa introduzione ci consentono di fare solo que­sto breve accenno, tenuto anche conto che un minimo di atten­zione e di riflessione condurrà facilmente, chiunque ne abbia vo­glia e capacità, alla individuazione di tali inevitabili identità.

    Abbiamo inteso suggerire l’idea che, nonostante le diverse ap­parenze, le considerazioni esposte da R. Guenon nel suo “Teoso­fismo” mantengono un’attualità innegabile, anche in presenza de­gli inevitabili riferimenti contingenti contenuti nell’esposizione; riferimenti, però, che trasposti adeguatamente nel variopinto mon­do del “neo-spiritualismo” attuale non perdono minimamente la loro funzione rivelatrice.

    Certo si potrebbero scrivere una o più storie delle nuove pseudo-religioni, ma ne verrebbero fuori, in gran parte, solo delle con­tinue ed inutili ripetizioni.

    Ciò che importa, in relazione alla visione tradizionale, è l’es­senza del problema e non tanto i suoi sviluppi, che finiscono col poter essere sempre individuabili e riconoscibili, pur se in contesti e tempi diversi, allorché si sia riusciti a cogliere le cause vere ed originarie.

    Liberi dunque da ogni preoccupazione di carattere documentaristico e storico, abbiamo ritenuto inutile porre in italiano tutte le citazioni di libri e riviste segnalate da R. Guenon nel corso dell’esposizione, tanto più che un eventuale lavoro di ricerca e di riscontro, non presenta grossi problemi, per chi fosse specifica­mente interessato data l’attuale diffusione di libri e bibliografie.

    Piuttosto abbiamo ritenuto opportuno riportare gli indici dei nomi e delle pubblicazioni citate nel testo, per facilitare il riscon­tro soprattutto a coloro che si avvicinano adesso all’autore. Cer­to i riferimenti hanno una decisa connotazione temporale, ma forse a maggior ragione essi rivestono l’importanza che noi ritenia­mo abbiano.

    Abbiamo altresì inserito nel corso del testo, i riferimenti alle note addizionali [(le note addizionali sono precedute dall’indicazione (n.a.)] curate da R. Guenon dal 1921 in avanti, esse ser­vono a completare l’originaria stesura dell’opera e confermano l’importanza che all’argomento dava l’autore, anche dopo molti anni la prima pubblicazione del libro.

     

     

    Solstizio d’Inverno 1985

    C.C.

     

     

    RENÈ GUENON

    IL TEOSOFISMO

    Storia di una pseudo-religione

     

     

     

    PREMESSA

    TEOSOFIA E TEOSOFISMO

     

    Dobbiamo innanzi tutto giustificare il termine inusuale che costituisce il titolo del presente studio: perché “teosofismo” e non “teosofia”? Dato che, per quanto ci riguarda, questi due termini designano due cose parecchio differenti, occorre dissipare, per­sino a costo di un neologismo o di ciò che può sembrare tale, la confusione a cui induce naturalmente la similitudine dei due ter­mini.

    Ciò, dal nostro punto di vista, è tanto più importante in quan­to certe persone hanno, al contrario, tutto l’interesse a mantene­re tale confusione, per far credere ad un loro collegamento con una tradizione, alla quale in realtà essi non possono legittima­mente ricollegarsi; cosa del resto valida per tanti altri.

    In effetti, molto tempo prima della creazione della Società cosiddetta Teosofica, il termine teosofia era una denominazione comune a dottrine alquanto diverse, ma facenti tutte parte di una stessa tipologia o almeno derivanti dallo stesso complesso di indirizzi; è opportuno dunque soffermarsi sul significato che ta­le termine ha storicamente.

    Senza cercare di approfondire, qui, la natura di tali dottrine, possiamo dire che esse hanno come elementi comuni e fondamen­tali delle concezioni più o meno strettamente esoteriche, di ispi­razione religiosa o almeno mistica, benché, senza dubbio, di un misticismo un po’speciale, e si richiamano ad una tradizione propriamente occidentale la cui base è sempre, sotto una forma o l’altra, il Cristianesimo.

    Tali sono, per esempio, le dottrine di Jacob Böhme, di Gichtel, di William Law, di Jane Lead, di Swedenborg, di Louis-Claude de Saint-Martin, di Eckartshausen; senza con questo pretendere di offrire un elenco completo, ma limitandoci a citare qualche personaggio fra i più conosciuti.

    Ora, l’organizzazione che si chiama attualmente “Società Teo­sofica”, di cui qui intendiamo occuparci esclusivamente, non di­pende da nessuna scuola che si ricolleghi, neanche indirettamente, ad alcuna di tali dottrine; la sua fondatrice, M.me Blavatsky, ha solo potuto avere una conoscenza più o meno completa degli scrit­ti di alcuni teosofi, in particolare di Jacob Böhme, e da qui attin­gere alcune delle idee che inserirà nelle sue opere, insieme a mol­tissimi altri elementi della più diversa provenienza; ma questo è tutto quello che è possibile ammettere nei riguardi di un presunto collegamento.

    In generale, le teorie più o meno coerenti che sono state enun­ciate e sostenute dai capi della Società Teosofica non hanno alcu­no dei caratteri che noi abbiamo indicati, a parte il preteso esote­rismo: esse si presentano, d’altronde falsamente, come aventi un’o­rigine orientale e se si è pensato bene, dopo un certo tempo, di ricollegarle ad uno pseudo-cristianesimo di una natura alquanto particolare, non è men vero che la loro primitiva tendenza era, al contrario, palesamente anticristiana.

    Nostro scopo - diceva allora M.me Blavatsky - non è di restaura­re l’Induismo, ma di cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra” [Dichiarazione fatta ad Alfred Alexander e pubblicata in The Medium and Daybreak, Londra, genn. 1893, p. 23].

    Le cose sono così cambiate, da allora, come le apparenze potrebbero far credere? Il tutto induce, come minimo, a diffidare, dato che la grande propagandista del nuovo “Cristianesimo Esoterico” è M.me Besant, la stessa che scrisse, a suo tempo che occor­reva “innanzi tutto combattere Roma ed i suoi preti, lottare o­vunque contro il Cristianesimo e scacciare Dio dai Cieli” [Discorso di chiusura al Congresso dei Liberi Pensatori tenutosi a Bruxel­les nel sett. 1880].

    Senza dubbio, è possibile che la dottrina della Società Teosofica e le opinioni della sua attuale presidentessa si siano “evolu­te”, ma è possibile anche che il suo neo-cristianesimo non sia altro che una copertura, poiché quando si tratta di simili ambien­ti bisogna aspettarsi di tutto.

    Riteniamo che il presente studio dimostrerà a sufficienza quan­to si avrebbe torto a rimettersi alla buona fede di persone che di­rigono o ispirano movimenti come quello di cui si tratta.

    Comunque, a parte tale considerazione, possiamo fin d’ora dichiarare nettamente che fra la dottrina della Società Teosofica, o almeno fra quello che viene offerto come tale, e la Teosofia, nel vero significato del termine, non vi è assolutamente alcuna filia­zione, neppure solamente ideale. Si devono dunque rigettare come chimeriche le affermazioni che tendono a presentare questa Socie­tà come la continuatrice di altre associazioni tipo la “Società di Filadelfia”, che è esistita a Londra verso la fine del XVII secolo [La Clef de la Théosophie, di H.P. Blavatsky, p. 25 della traduzione fran­cese di H. de Neufville. Per le citazioni contenute in questo studio ci rifaremo sempre a questa traduzione] e alla quale si ritiene appartenesse Isaac Newton; o la “Confrater­nita degli Amici di Dio” che si dice sia stata istituita in Germania, nel XIV secolo, dal mistico Jean Tauler, nel quale alcuni hanno voluto vedere, non sappiamo bene perché, un precursore di Lute­ro [Modern World Movements, del dr. J.D. Buck, in Life and Action, Chi­cago, maggio-giugno 1913]. Tali affermazioni sono forse ancora meno fondate, e non è dir poco, di quelle con le quali i teosofisti si sforzano di rifarsi ai neoplatonici [La Clef de la Théosophie, pp. 4-13], con il pretesto che M.me Blavatsky ha effet­tivamente adottato alcune frammentarie teorie di tali filosofi, sen­za per altro averle assimilate veramente.

    Le dottrine, in realtà tutte moderne, che propugna la Società Teosofica sono talmente differenti, sotto quasi tutti gli aspetti, da quelle a cui si dà legittimamente il nome di Teosofia, che si potrebbero confondere le une con le altre solo per malafede o per ignoranza: malafede da parte dei capi della Società, ignoran­za della maggior parte dei seguaci ed anche, bisogna dirlo, di talu­ni dei loro avversari che, poco sufficientemente informati, commet­tono il grave errore di prendere sul serio le loro asserzioni e di cre­dere, per esempio, che essi rappresentino l’autentica tradizione orientale, allorché invece non ne rappresentano alcuna.

    La Società Teosofica, come si vedrà, deve la sua denomina­zione a delle circostanze del tutto fortuite, senza le quali essa ne avrebbe avuto un’altra del tutto diversa, di modo che i suoi membri non sono affatto dei Teosofi, ma sono, al massimo, dei teosofisti.

    Del resto, la distinzione fra questi due termini, “Teosofi” e “Teosofisti”, è adottata correntemente in inglese, ove è il termi­ne “Teosofism” ad essere usato per indicare la dottrina di que­sta Società; noi riteniamo che l’uso di tale termine sia così impor­tante da doverlo mantenere anche in francese (e in italiano - n.d.t.), malgrado ciò che può esservi di strano; è questo il motivo per cui abbiamo ritenuto di dover innanzi tutto chiarire le ragioni per le quali non si tratta solo di una semplice questione di termini

    Abbiamo parlato come se vi fosse veramente una dottrina teosofista ma, a dire il vero, se si considera il termine dottrina nel suo significato più vero o se si vuole semplicemente indicare qual­cosa di valido e di ben definito, bisogna convenire che essa non ne ha alcuno.

    Ciò che i teosofisti presentano come loro dottrina appare, ad un esame appena serio, come qualcosa piena di contraddizioni; per di più da un autore all’altro, e talvolta presso lo stesso autore, vi sono delle considerevoli variazioni, anche su dei punti che sono riconosciuti come i più importanti. Si possono soprattutto distin­guere, sotto questo aspetto, due periodi principali, corrisponden­ti l’uno alla direzione di M.me Blavatsky e l’altro a quella di M.me Besant; è vero che i teosofisti moderni cercano frequentemente di dissimulare le contraddizioni, interpretando a loro modo il pen­siero della loro fondatrice e pretendendo che questo sia stato mal compreso dall’inizio, ma il disaccordo non è per questo meno reale.

    Si capirà senza fatica che lo studio di tali teorie così incon­sistenti non può, quasi mai, essere separato dalla storia della Società Teosofica ed è per questo che noi non abbiamo ritenuto di sviluppare questo studio in due parti distinte, l’una storica e l’altra dottrinale, come sarebbe stato naturale in tutt’altre circostanze.

     

     

    CAPITOLO PRIMO

    I TRASCORSI DI MADAME BLAVATSKY

     

    Helena Petrowna Hahn nacque il 12 agosto 1831 a Ekateri­noslaw; era figlia del colonnello Peter Hahn e nipote del luogotenente generale Alexis Hahn von Rottenstern-Hahn, di famiglia origina­ria del Macklemburg, stabilitasi in Russia. Sua madre, Helena Fa­deeff, era figlia del consigliere privato André Fadeeff e della prin­cipessa Helena Dolgorouki. La futura M.me Blavatsky non dimen­ticherà mai le sue nobili origini, con le quali faranno uno strano contrasto i trasandati e grossolani comportamenti che procure­rà di ostentare. Durante la sua infanzia si comportò in maniera insopportabile, dando in escandescenze alla minima contrarietà, cosa che, malgrado la sua intelligenza, non le permise di riceve­re un’istruzione seria e continuativa; a 15 anni lei “jurat à scan­daliser un trupier” (si vantava di saperne più di un vecchio sergen­te di caserma - n.d.t.), secondo l’espressione usata dal suo stesso amico Olcott, e conserverà tale abitudine per tutta la vita. A 16 anni venne maritata al generale Nicephore Blavatsky, che era mol­to avanti negli anni, e partì con suo marito per la provincia di Eri­van dov’egli era vice governatore, ma alle prime incomprensioni abbandonò il tetto coniugale. Si dice che il generale morì poco dopo il suo abbandono, ma pensiamo che ciò non corrisponda al vero e che egli sia vissuto almeno per altri 15 anni, poiché M.me Blavatsky dichiarò di averlo rivisto a Tiflis nel 1863 e di aver tra­scorso qualche giorno con lui [Lettera a Solovioff, febbraio 1886]; questo fatto, d’altronde, non ha che una importanza secondaria.

    È dunque nel 1848 che incominciò la straordinaria vita avven­turosa di M.me Blavatsky: percorrendo l’Asia Minore con la sua amica, la contessa Kiseleff, essa incontrò un Copto (altri dicono un Caldeo) chiamato Paulos Metamon che si dichiarava un mago, ma che sembra essere stato, più o meno, un prestigiatore [Se ci riferiamo a certe informazioni che ci sono state fornite, ma che non ci è stato possibile verificare personalmente, tale Metamon sarebbe il padre di un altro personaggio che fu per qualche tempo a capo del “cerchio esterno” della H.B. of L. (società segreta di cui tratteremo più avanti) e che dopo fondò una nuova organizzazione di carattere totalmente diverso].

    Continuò il suo viaggio in compagnia di questo personaggio, con il quale si recò in Grecia ed in Egitto; in seguito, essendo le sue risorse quasi esaurite, ritornò in Europa e la ritroviamo a Lon­dra nel 1851, dove dà lezioni di piano per vivere.

    I suoi amici pretendono che ella andò in questa città con suo padre per seguire degli studi musicali; ciò è palesemente falso poi­ché, in tale periodo, ella era in rotta con tutta la famiglia ed è per questo che non osò rientrare in Russia.

    A Londra frequentò i circoli spiritisti [È qui che conobbe Dunglas Home, il medium di Napoleone III, di cui parle­remo dopo] e gli ambienti rivoluzio­nari; fece lega, notoriamente, con Mazzini e verso il 1856 si affiliò all’associazione carbonara della “Jeune Europe”.

    Allo stesso periodo si ricollega una storia fantastica sulla quale è bene dare qualche indicazione: un’ambasciata del Nepal arrivò a Londra nel 1851 secondo alcuni, nel 1854 secondo altri; M.me Blavatsky pretese, piú tardi, di aver riconosciuto fra i componen­ti di detta ambasciata, un misterioso personaggio che, dall’infan­zia, vedeva spesso vicino a lei e che le veniva sempre in aiuto nei momenti difficili; questo protettore, che non è altri che il “Mahâtmâ” Morya, le avrebbe fatto conoscere, allora, il ruolo a lei de­stinato.

    La conseguenza di questo incontro sarebbe stata un viaggio in India e nel Tibet, ove M.me Blavatsky avrebbe soggiornato per tre anni, durante i quali i “Maestri” le avrebbero insegnato la scien­za occulta e sviluppato le sue facoltà psichiche. Tale è almeno la ver­sione che dà la contessa Wachtmeister [Lotus Bleu, 27 Giugno 1894; cfr Reminiscences of H.P. Blavatsky, ch VIII], secondo cui tale soggior­no fu seguito da un altro tirocinio compiuto in Egitto; si tratta qui di un secondo viaggio fatto da M.me Blavatsky in quest’ultimo paese e di cui parleremo piú avanti.

    D’altro canto, Sinnett dichiara che “M.me Blavatsky corona una carriera di 35-40 anni di studi mistici, con un ritiro di 7 an­ni nelle solitudini dell’Himalaya” [Le Monde Occulte, p.45 della trad. francese di F.K. Gaboriau], e sembra collocare questo ritiro quasi immediatamente prima del suo viaggio in America; ora, ammesso che sia andata così, siccome all’epoca del suo viag­gio M.me Blavatsky aveva 42 anni, si dovrebbe concludere che aveva incominciato i suoi “studi mistici” dalla nascita, se non addirittura prima!

    La verità è che questo viaggio in Tibet non è che una pura in­venzione di M.me Blavatsky e ci fa capire, dopo ciò che abbiamo visto, come i racconti da lei fatti a persone diverse siano lontani dall’essere concordanti; ella scrisse tuttavia un resoconto, di cui M.me Besant possiede il manoscritto, e quando si constatò che il viaggio non avrebbe potuto aver luogo alla data indicata, M.me Besant pretese che il resoconto non fosse stato scritto realmente da M.me Blavatsky, ma che lei lo avesse scritto sotto dettatura di un “Mahâtmâ”, tant’è che non si tratta della sua calligrafia; d’altron­de, si è raccontata la stessa cosa per determinati tratti delle sue opere, ed è questa una maniera assai comoda per conciliare tutte le contrad­dizioni che vi si incontrano.

    Comunque sia, appare chiaramente stabilito che M.me Blavatsky non è mai stata in India prima del 1878 e che, fino a tale epoca, non può affatto parlarsi di alcun “Mahâtmâ”; ciò che segue fornirà le pro­ve sufficienti [(n.a.) Si potrebbe contrapporre a quanto abbiamo detto, come si è tentato di fare, l’affermazione di Olcott secondo cui M.me Blavatsky, nel 1854, aveva tentato invano di entrare in Tibet, dal Buthan o dal Nepal; se anche fosse vero, cosa che la data indicata rende molto dubbio (poiché in quel­l’anno M.me Blavatsky doveva essere a Londra e non in Asia), si tratterebbe in ogni caso di un tentativo mancato. Del pari, non si può considerare come un’allusione ai “Mahâtmâ” il passo di una lettera pubblicata dallo Spiritual Scientist nel luglio del 1875, ove M.me Blavatsky affermava, senza precisare di più, l’esistenza “per sua personale conoscenza” di scuole occulte in India, in Asia Minore ed in altri paesi, ed ove aggiungeva: “La vera Kab­bala (non si trattava dunque di dottrine indù o tibetane) è nelle mani di alcuni filosofi occidentali, ma chi sono e dove risiedono non m’è dato di rivelare... Tutto ciò che posso dire è che questo corpo esiste realmente e che la sede della Confraternita non sarà rivelata al mondo che al risveglio del­l’umanità”].

    Verso il 1858 M.me Blavatsky si decide a ritornare in Russia, si ri­concilia col padre e resta con lui fino al 1863, epoca in cui si reca nel Caucaso e vi reincontra la madre. Un po’più tardi la ritroviamo in Italia ove, verosimilmente, è stata chiamata per ordine della Carbone­ria: nel 1866 è insieme a Garibaldi durante le di lui spedizioni: combatte a Viterbo e poi a Mentana ove, gravemente ferita, viene abbandonata sul campo come morta; si riprende, però, e si reca a Parigi per la convalescenza.

    Là rimane per un certo tempo sotto l’influenza di un tale Victor Michal, magnetizzatore e spiritista [Nato a Grenoble nel 1824 e morto a Parigi nel 1889], il cui nome figura più volte nei resoconti relativi a questo periodo della sua vita: alcuni lo chia­marono Martial, altri Marchal [Light, 28 agosto 1897 e 27 maggio 1899], cosa questa che ha permesso di confonderlo con un certo abate Marchal che si occupava di ipnotismo e di ricerche psichiche.

    Tale Michal, che era un giornalista, apparteneva alla Massoneria, al pari del suo amico Rivail, detto Allan Kardec, già istitutore, divenuto poi direttore del teatro Folies-Marigny e fondatore dello spiritismo francese; è il Michal che sviluppa le qualità medianiche di M.me Blavatsky ed, in seguito, egli non ne parlerà mai senza una sorta di terrore per la “doppia personalità” che lei manifestava in quel periodo e che rende abbastanza bene l’idea delle condizioni alquanto particolari nelle quali ella comporrà più tardi le sue opere.

    M.me Blavatsky a quel tempo era spiritista, almeno secondo le sue affermazioni, e si dichiarava appartenente alla scuola di Allan Kardec, di cui manterrà e riprenderà più tardi le idee, in particolare per quanto concerne la “reincarnazione”.

    Se sembra che vogliamo mettere in dubbio la sincerità di M.me Blavatsky in merito al suo spiritismo, malgrado le sue molteplici affermazioni precedenti la fondazione della Società Teosofica [Affermazioni contenute nelle lettere a A.N. Aksakoff (1874-1875) che furono pubblicate da Solovioff], è perché in seguito ella dichiarerà di non essere mai stata “spiritualista” [ Light, 19 febbraio 1881, 11 ottobre e 11 novembre 1884] (è noto che tale termine, nei paesi anglosassoni, è comunemente usato come sinonimo di spiritista); è dunque lecito chiedersi in che occasione ella abbia mentito.

    Comunque sia, di sicuro vi è che, dal 1870 al 1872, M.me Blavat­sky esercitò la professione di medium al Cairo, ove aveva ritrovato Metamon ed ove, insieme a lui e a certi albergatori francesi, i coniugi Coulomb di cui avremo modo di parlare, fonda il suo primo “club à miracles”. Ecco come tale iniziativa venne annunciata allora da un organo spiritista: “Una Società di spiritualisti è stata fondata al Cairo (Egitto) sotto la direzione di M.me Blavatsky, una russa, con l’aiuto di parecchi medium. Le sedute hanno luogo due volte la settimana, il martedì ed il venerdì sera e vi sono ammessi solo i soci. Si è conve­nuto di dar vita, congiuntamente alla società, ad una sala di lettura, ad una biblioteca di opere spiritualiste e ad altro, come un giornale che avrà per titolo La Revue Spiritualiste du Caire, il quale verrà pubblicato il 1° ed il 15 di ogni mese” [Spiritual Magazine, aprile 1872]. Tale iniziativa però non ebbe seguito poiché dopo poco tempo M.me Blavatsky venne rico-nosciuta colpevole di frode, come più tardi avvenne, più volte, in America, ove aveva ripreso ad esercitare la stessa professione [Mind and Matter, Filadelfia, 21 novembre 1880; questo giornale ha descrit­to, prove alla mano, i “trucchi” usati da M.me Blavatsky. - Comunicazione fatta al Congresso di Chicago, nel 1893, da William Emmett Coleman, che si dedicò anche alla preparazione di un minuzioso elenco degli “imprestiti” usati da M.me Blavatsky per compilare il suo Isis Dévoilée].

    Tali casi sono ben lontani dall’essere rari fra i medium professio­nisti; con ciò non intendiamo affermare che tutto quanto attiene ai fenomeni spiritici sia falso, tali fenomeni di per sé sono, d’altronde, del tutto indipendenti dall’assurda interpretazione che ne danno gli spiritisti; ma in ogni caso essi sono stati spesso simulati da certi mistificatori e chiunque fa della produzione di tali fenomeni un mestiere è, per ciò stesso, sospetto perché, quand’anche avesse delle reali capacità medianiche, sarebbe spinto alla frode allorché, per una ragion o per l’altra, si trovasse nell’impossibilità di suscitare delle reali manifestazioni. Tale è stato certamente il caso di medium noti e famosi, come per esempio la famosa Eusapia Paladino, ed è andata probabilmente così, soprattutto all’inizio, anche per M.me Blavatsky.

    Ella, allorché si vide scoperta, abbandonò precipitosamente il Cai­ro e ritornò a Parigi, dove cercò di vivere insieme al fratello ma, a causa della loro cattiva intesa, parti presto per l’America, dove fondò, due anni dopo, la sua Società Teosofica.

     

     

    CAPITOLO SECONDO

    LE ORIGINI DELLA SOCIETÀ TEOSOFICA

     

    Nel 1873, allorché partì per l’America (arrivò a New York il 7 luglio), M.me Blavatsky sosteneva di essere “controllata” (gli spiritisti francesi - e italiani - direbbero “guidata”) da uno “spirito” di nome John King; questo fatto è curioso poiché questo stesso nome si trova invariabilmente accomunato con tutte le manifestazioni di un certo numero di falsi medium che furono smascherati intorno allo stesso periodo [I fratelli Davenport (1865), i coniugi Holmes (Filadelfia, debutto del 1875), Firman (Parigi, giugno 1875), Herne (Londra), C.E. Williams (L’Aya, 1878), etc. Ricordiamo anche la Katie King di Florence Cook, la famosa medium di William Crookes (1873-1875); questa somiglianza di nomi non fa pen­sare ad una strana combinazione del caso? Segnaliamo anche che Crookes aderirà alla Società Teosofica nel 1883 e diverrà membro del consiglio del­la London Lodge], come se costoro agissero tutti sotto la medesima in­fluenza.

    È molto significativo, sotto tale aspetto, ciò che M.me Blavatsky scriveva nel 1875: “Sono stata inviata da Parigi in America allo scopo di verificare l’esistenza dei fenomeni e la loro reale portata e di mettere in evidenza le illusioni della teoria spiritualistica” [Lettera a Stainton Moses: Light, 9 luglio 1892, p. 331. – Nella sua lette­ra a Solovioff del febb. 1886, M.me Blavatsky ribadiva: “Sono stata in­viata in America per verificare le mie capacità psichiche”; si è già visto, comunque, che ella le aveva “verificate” al Cairo]. Inviata da chi? Più tardi ella dirà: “Dai Mahâtmâ”; ma a quel tempo essi non erano ancora in causa e, d’altronde, è a Parigi che lei avrebbe ricevuto tale incarico e non in India o nel Tibet.

    D’altra parte, sembra che, quando M.me Blavatsky arrivò in Ame­rica, chiedesse a tutti coloro con i quali stabiliva dei rapporti se conoscessero qualcuno di nome Olcott [Vedere il resoconto, già citato, della contessa Wachtmeister]; in effetti riuscì ad incontrarlo il 14 ottobre 1874, alla fattoria di Chittenden (Vermont), residenza dei coniugi Eddy, ove si producevano allora delle “materializzazioni spiritiche” ed altri fenomeni dello stesso genere.

    Henry Steele Olcott nacque ad Orange (New Jersey) il 2 agosto 1832; figlio di onesti coltivatori, dapprima ingegnere agronomo, durante la guerra di secessione militò nella polizia militare, ed è qui che si guadagnò il titolo di colonnello, assai facile da ottenere negli Stati Uniti [(n.a.) Ci è stato rimproverato di aver “omesso accuratamente di indicare che egli fu incaricato di denunciare e perseguire tutti coloro che si fosse­ro resi colpevoli di concussione nei contratti con l’esercito” facendo rile­vare che questo era “un incarico che non si poteva affidare che ad un uomo la cui onorabilità e probità fossero al di sopra di ogni sospetto”. Questa omissione, in realtà, è stata del tutto involontaria da parte nostra e, d’al­tronde, la “probità” di Olcott non era per niente in discussione; ma, se i teosofisti trovano “onorevole” la funzione di delatore, ci rammarichiamo di non poter essere dello stesso avviso]. Finita la guerra egli si dedicò al giornalismo, divi­dendo le sue ore libere fra le logge massoniche e le società spiritiche; collaborando a diversi giornali, in particolare al New York Sun ed al New York Graphic, scrisse molti articoli sui fenomeni di Chittenden che furono poi raccolti in volume sotto il titolo di People from the other World, e molto probabilmente è attraverso la lettura di quegli articoli che M.me Blavatsky potè infine trovare il suo futuro socio.

    Ma chi le aveva dato l’idea di mettersi in contatto con Olcott, che non occupava affatto una posizione particolarmente in vista nel­l’ambiente “spiritualista”? Ciò che può far luce su questo mistero, scartando l’ipotesi di una comunicazione dei “Mahâtmâ” che non può essere seriamente sostenuta e che è una spiegazione inventata a posteriori, è il fatto che Olcott conosceva John King, se è il caso di credere a ciò che egli scriveva nel 1876, a proposito di questo preteso “spirito”, a William Stainton Moses, uno spiritista inglese meglio noto con lo pseudonimo di M.A. Oxon: “Egli è stato spesso a Lon­dra, infatti io lo incontrai lì nel 1870”. Nella corrispondenza da cui abbiamo tratto questa frase, e che lo stesso Stainton Moses pubblicò più tardi nel suo giornale [Light, 9 e 23 luglio 1892], vi sono chiaramente delle affermazioni che è difficile prendere sul serio, e ci si domanda spesso se Olcott cerca di ingannare gli altri o se giuoca lui stesso il ruolo dell’ingenuo.

    Noi non pensiamo, per quanto ci riguarda, che egli sia stato sempre così ingenuo come ha voluto dare ad intendere, né che lo abbiano creduto i ricercatori della Società di Ricerche Psichiche di Londra nel 1884, né tampoco che sia stato tanto suggestionato da M.me Blavatsky quanto certi altri, come Judge e Sinnett per esempio. D’altra parte, lui stesso dichiarava di non essere “né un novellino entusiasta, né un sempliciotto credulone”, e definiva il suo ruolo, come consistente nel “ragliare per attirare l’attenzione della gente”; la sua buona fede è dunque sospetta. Comunque sia, la verità giunge talvolta a liberarsi da tutte le fantasmagorie che la avvolgono; infatti in una lettera datata 1875 si legge: “cercate di ottenere un colloquio privato con Jonh King; egli è un iniziato e la frivolezza del suo linguaggio e del suo comportamento nasconde un fine molto serio”.

    Ciò è ancora abbastanza vago, ma in un’altra lettera, la stessa dove Olcott allude alle sue relazioni personali con Jonh King parlan­done in maniera tale da dare complessivamente l’idea che si tratti di una “materializzazione”, quasi contraddicendosi, dice che lo stesso Jonh King è membro di una loggia massonica (il verbo è al presente), come lo erano lo stesso Olcott, il suo corrispondente Rev. Stainton Moses e, come abbiamo già detto, Victor Michal, il primo magnetiz­zatore di M.me Blavatsky.

    Vedremo in seguito come vi fossero ben altri rapporti tra la Società Teosofica e diversi rami della Massoneria; ma ciò che vo­gliamo chiarire adesso è che il nome di Jonh King sembra voler nascondere molto semplicemente un personaggio reale, la cui vera identità dovrebbe rimanere sconosciuta; è stato costui ad affidare la detta missione a M.me Blavatsky ed a predisporre il suo incontro con Olcott?

    È perlomeno, abbastanza verosimile ed in tal caso bisogna ammettere che tale misterioso personaggio agisse per conto di qual­che gruppo non meno misterioso; ciò troverà conferma in seguito, attraverso altri casi analoghi che illustreremo. Tuttavia non preten­diamo di risolvere l’enigma dell’identità di Jonh King, constatiamo semplicemente che, in un passo dei suoi Old Diary Leaves ove si descrive un “fenomeno” prodotto da M.me Blavatsky nell’aprile del 1875 (si tratta di un disegno che, si pretende fosse stato eseguito per via occulta su una pagina di un taccuino e che raffigurasse un gioiel­lo della Rosa-Croce massonica), Olcott accomuna il nome di Jonh King a quello di un certo Henry de Morgan (questi due nomi sareb­bero apparsi in cima al disegno in questione) [(n.a.) È curioso notare che la “Katie King” di William Crookes pretendeva di essere vissuta in India sotto il nome di Annie Owen Morgan; l’accostamento sembra dunque ancora più stretto di quanto supponevamo all’inizio (vedere la nota 1 precedente)]. Si potrebbe ve­dere in ciò una indicazione, ma non possiamo essere sicuri a riguar­do, potrebbe trattarsi di un tale prof. de Morgan che fu presidente della Società Matematica di Londra e che si occupò di psichismo, ma riteniamo che in questo caso non è di lui che si tratta [(n.a.) Successivamente Guenon chiarì che il nome di costui era Auguste, confermando così la sua estraneità (n.d.t.)].

    D’altra parte, in una lettera indirizzata a Solovioff nel febb. del 1886, M.me Blavatsky parla di un certo M... che la aveva “tra­dita e rovinata raccontando delle bugie al medium Home il quale l’aveva screditata, or sono dieci anni”; si può supporre che tale iniziale designi lo stesso personaggio e si potrebbe allora conclude­re che, per un motivo qualsiasi, tale Henry de Morgan, ammesso che questo sia il suo vero nome, avesse abbandonato il suo vecchio emis­sario verso il 1875 o il 1876, vale a dire nel momento in cui il nuovo “club à miracles”, che era stato costituito a Filadelfia, subisce una sorte analoga a quello del Cairo, dovuta esattamente alla medesima causa e cioè alla scoperta dei molteplici imbrogli di M.me Blavatsky [Alcuni pretendono che, durante il suo soggiorno a Filadelfia, M.me Blavat­sky si sia risposata con un suo compatriota, anch’esso medium, molto più giovane di lei ma dal quale non tardò a separarsi; ritornata a New York ini­ziò una causa di divorzio che si concluse dopo tre anni. Non abbiamo potu­to ottenere alcuna conferma su questi fatti, come pure su altre informazio­ni che li considerano poco verosimili; del resto, la vita di M.me Blavatsky è stata così avventurosa da risultare superfluo il volerla arricchire con e­pisodi più o meno romanzeschi, basati su semplici dicerie. - Le stesse os­servazioni si applicano a quanto è riferito su M.me Blavatsky dal conte Mitte, nelle sue Memorie pubblicate recentemente (pp. 2-7 dell’edizio­ne francese); questi, cugino di M.me Blavatsky per parte dei Dolgorouki, sembra aver avuto modo di conoscere della di lei giovinezza nient’altro che le voci, più o meno vaghe, che correvano in Russia; e non c’è da stupir­sene poiché M.me Blavatsky non trattenne, in tale periodo, alcun rapporto con la sua famiglia. Certi particolari di queste memorie sono chiaramen­te inesatti, altri, come quelli concernenti la relazione di M.me Blavatsky con un cantante di nome Mitrovitch, possono essere veri ma si riferisco­no unicamente alla sua vita privata che non ci interessa particolarmente. Un riassunto di tali Memorie è stato pubblicato da Lacour-Gayet sul Figaro del 16 sett. 1921, col titolo: La vie errante de M.me Blavatsky.

    (n.a.) - A proposito del matrimonio di M.me Blavatsky ed in seguito alle precisazioni sollevate e richieste dagli stessi teosofisti, Guenon, in una nota aggiuntiva, precisava: “Se loro ci tengono a mettere in luce questi aspet­ti piuttosto scabrosi della figura della loro fondatrice, noi, per quanto ci riguarda, non abbiamo alcun problema. Sembra dunque che il matrimo­nio abbia avuto luogo a Filadelfia il 3 aprile 1875, mentre il generale Blavatsky viveva ancora e non era stata pronunciata alcuna sentenza di divor­zio; il secondo marito di M.me Blavatsky era un giovane armeno chiamato Bettalay; per di più, J.N. Farquhar (Modern Religious Movements in India, p. 222) assicura che, secondo il registro, ella dichiarò di avere 36 anni, allor­chè ne aveva in realtà 43; infine, è in occasione del processo di divorzio che ella fece la conoscenza di W.Q Judge, che in quella circostanza fu in­caricato di difendere i suoi interessi”].

    A quell’epoca in effetti non si pone più la questione di Jonh King, è il periodo in cui si manifesta un notevole cambio di orienta­mento in M.me Blavatsky e tale coincidenza fornisce la conferma di ciò che abbiamo detto.

    La causa determinante di tale cambiamento fu l’incontro con un certo George H. Felt che venne presentato a M.me Blavatsky da un giornalista di nome Stevens; il Felt, che si dichiarava profes­sore di matematica ed egittologo [Old Diary Leaves, di Olcott; Théosophist, nov. e dic. 1892], era membro di una società segreta indicata abitualmente con le iniziali “H.B. of L.” (Hermetic Brotherhood of Luxor) [Questa società non va confusa con l’altra che porta un nome simile: Her­metic Brotherhood of Light e che fu fondata nel 1895. Vi è anche una ter­za Hermetic Brotherhood, senza altra denominazione, organizzata a Chicago nel 1885]. Ora, questa società, benché abbia giuo­cato un ruolo importante nella manifestazione dei primi fenome­ni dello “spiritualismo” in America, è esplicitamente opposta alle teorie spiritiche, poiché insegna che tali fenomeni sono dovuti, non agli spiriti dei morti, ma a certe forze promananti dai vivi.

    È esattamente il 7 sett. 1875 che John King viene rimpiazza­to, come guida di M.me Blavatsky, da un altro “spirito” che si faceva chiamare col nome egizio di Sérapis e che doveva ben presto essere ridotto a niente di più che un “elementale”; nello stesso periodo in cui si verificava tale cambiamento, il medium Dunglas Ho­me, in un libro intitolato Incidents in my life, attaccava pub­blicamente M.me Blavatsky e ben presto lei, che fino ad allora sembrava non essersi occupata d’altro che di spiritismo, si affrettava a dichiarare, con una evidente malafede, che “non era mai stata né mai sarà una medium professionista” e che “aveva consacrato la sua intera vita allo studio dell’antica Kabbala, dell’occultismo e delle scienze occulte” [Lettera del 25 giugno 1876].

    In realtà il Felt l’aveva da poco fatta affiliare, insieme con Olcott, alla H. B. of L.,: “Appartengo ad una società mistica” - diceva ella infatti un po’di tempo prima - “ma non si deve dedurne che io sia diventata un Apollonio da Tyana in gonnella” [Lettera del 12 aprile 1875 – cfr. Old Diary Leaves, di Olcott, pp. 75-76] e tuttavia, dopo tale dichiarazione che contraddice espressamente la storia della sua precedente “iniziazione”, ella aggiungeva: “Jonh King ed io siamo legati da molto tempo, ancor prima che egli incominciasse a materializzarsi a Londra”.

    Senza dubbio, allora, è questo lo “spirito” che aveva protetto la sua infanzia, ruolo che poi verrà affidato al “Mahâtmâ” Morya, mentre lei parlerà di Jonh King con il più profondo disprezzo: “Chi si assomiglia si piglia; io conosco personalmente uomini e donne di grande purezza e di grande spiritualità che hanno trascorso parec­chi anni della loro vita sotto la direzione, come sotto la protezione, di “spiriti” elevati, disincarnati o planetari; ma tali intelligenze sono di tutt’altro tipo che i Jonh King e gli Ernest che si manifestano durante le sedute” [La Clef de la Théosophie, p. 270].

    Ritroveremo Ernest più tardi, quando parleremo di Leadbeater, al quale questi arriva a dire - lo diciamo di sfuggita - che la protezio­ne occulta di cui era stata circondata la giovinezza di M.me Blavatsky è da attribuire a delle “fate” o a degli “spiriti della natura”; vera­mente i teosofisti dovrebbero intendersi meglio fra loro, per poter fare concordare le loro affermazioni!

    Ma cosa bisogna pensare dunque, dopo le sue stesse dichiarazio­ni, della “purezza” e della “spiritualità” di M.me Blavatsky all’epo­ca in cui era “controllata” da Jonh King?

    Dobbiamo dire subito, per non tornarci più dopo, che M.me Blavatsky e Olcott non resteranno per molto tempo legati alla H.B. of L. e che saranno espulsi da questa organizzazione, un po’ di tempo prima della loro partenza dall’America [Un opera intitolata The Trascendental World, di C.G. Harrison, pubblicata in Inghilterra nel 1894, sembra contenere delle allusioni a questo fatto ed all’antagonismo che vi sarà in seguito fra la H.B. of L. e la Società Teosofica; ma le informazioni che essa contiene in relazione alle origini occulte di quest’ultima hanno un carattere troppo fantastico e sono povere di prove, perché ci sia possibile farvi riferimento]. Questa precisazione è importante poiché i fatti relativi all H.B. of L. hanno talvolta dato luogo a dei singolari equivoci; è così che il dott. J. Ferrand; in uno studio pubblicato qualche anno fa [La doctrine de la Théosophie: son passè, son present, son avenir: Revue de Philosophie, agosto 1913, pp. 14-52. Il passo qui riportato si trova a p.28], ha scritto a proposito della gerarchia esistente fra i membri della Società Teosofica: “Al di sopra dei dirigenti che costituiscono la Scuola Teosofica Orienta­le (altra denominazione della “Sezione Esoterica”), vi è ancora una società segreta i cui membri, reclutati fra questi ultimi, sono sconosciuti ma siglano i loro scritti con le iniziali H.B. of L.”.

    Conoscendo abbastanza bene tutto ciò che riguarda la H.B. of L. (i cui membri non siglano affatto i loro scritti con tali iniziali, ma solamente con uno “Swastika”) possiamo affermare che, a par­te quanto abbiamo esposto precedentemente, essa non ha mai avu­to alcuna relazione né ufficiale né ufficiosa con la Società Teosofi­ca; per di più si è sempre trovata in opposizione con quest’ultima, al pari della Società Rosacruciana inglese di cui parleremo più avan­ti; sebbene certi personaggi abbiano potuto far parte, contempora­neamente, di queste due diverse organizzazioni, cosa che può appa­rire strana in simili condizioni ma che tuttavia non è un fatto tan­to insolito nella storia delle società segrete [La cosa più straordinaria è stata che il Théosophist ha pubblicato nel 1885, un annuncio dell’Occulte Magazine di Glasgow, ove si invitavano le perso­ne desiderose di “essere ammesse come membri di una Confraternita Oc­culta, che non si gloria della sua dottrina ma che istruisce liberamente e senza riserve tutti coloro che ritiene degni di ricevere i suoi insegnamenti”. Questa Confraternita, di cui non si faceva il nome, non era altri che la H.B. of L. e le espressioni impiegate erano un’allusione indiretta ma abbastanza chiara alle procedure del tutto opposte che usava la Società Teosofica e che furono criticate a più riprese proprio dall’Occulte Magazine (luglio-a­gosto 1885, genn. 1886)].

    D’altronde, noi possediamo dei documenti che forniscono la prova assoluta di ciò che sosteniamo, in particolare una lettera di uno dei dignitari della H.B. of L., datata luglio 1887, nella quale il “Buddismo Esoterico”, vale a dire la dottrina teosofista, è quali­ficato come “tentativo mirante a pervertire lo spirito occidentale” e vi è detto ancora, fra altre cose, che “i sinceri e reali Adepti non insegnano queste dottrine del “karma” e della “reincarnazione” sostenute dagli autori del Buddismo Esoterico e di altre opere teo­sofiche”, e che, “né nelle suddette opere né sulle pagine del Théo­sophist si trova una corretta esposizione di carattere esoterico in merito a tali importanti questioni”.

    La divisione della H.B. of L. in “cerchio esterno” e “cerchio interno” può aver suggerito a M.me Blavatsky l’idea di costituire nella sua società una “Sezione Essoterica” ed una “Sezione Eso­terica”; ma gli insegnamenti delle due organizzazioni sono in con­traddizione su dei punti essenziali, in particolare la dottrina della H.B. of L. è nettamente “anti-reincarnazionista” ed avremo modo di tornarci a proposito di un passo dell’Isis Dévoilée che sembra esservi ispirato, questo lavoro fu infatti scritto da M.me Blavatsky esattamente durante il periodo in questione [(n.a.) Certi teosofisti hanno affermato, con una insistenza che prova come la cosa abbia una certa importanza per loro, che la H.B. of L. era stata una “imitazione” o anche una “contraffazione” della Società Teosofica, cosa che implica che essa sarebbe stata fondata posteriormente a quest’ultima. Noi dobbiamo dunque precisare che la H.B. of L. era stata “riorganizzata esternamente” nel 1870, vale a dire che in quest’anno era stato fondato il “cerchio esterno”, la cui direzione nel 1873 (e non nel 1884 come è stato scritto nel Théosophist) fu affidata a Max Théon; costui, che più tardi diven­ne il propagatore della dottrina chiamata della “Tradizione Cosmica” e del quale abbiamo appreso la morte recentemente, era, sembra, il figlio di Paulos Metamon (vedere la nota 2, cap. I). Quanto alle forme anteriori della H.B. of L., bisogna cercarle, senza dubbio, fra le organizzazioni che sono state conosciute sotto diversi altri nomi, in particolare nella “fraternità d’Eulis” di P.B. Randolph (vedere la nota 4, cap. III; Eulis è una alterazione volontaria di Eleusis) ed anche nel misterioso “Ordine di Ansaireh” al quale questa era collegata; su questo punto rimandiamo anche a quanto abbiamo detto nell’Errore dello Spiri­tismo. In più possiamo dire ancora, che i documenti inediti concernenti la H.B. of L. ci sono stati trasmessi da F.-Ch. Barlet, che ne era stato il rappresentante ufficiale per la Francia, dopo essere stato uno dei fondatori della prima sezione francese della Società Teosofica da cui si separò nel 1888 in seguito a dissensi i cui echi si possono ritrovare nella rivista Lotus. L’ostilità della Società Teosofica nei confronti della H.B. of L. si manifesterà in modo particolare nel 1886 a proposito di un progetto, dei membri della H.B. of L., per fondare una specie di colonia agricola in America. M.me Blavatsky colse l’occasione favorevole per vendicarsi della esclusione di cui era stata oggetto nel 1878 e manovrò in maniera tale da riuscire a far interdire l’accesso negli Stati Uniti al segretario generale dell’Ordine, T.H. Burgoyne, facendo pervenire alle autorità americane dei documenti comprovanti una condanna per truffa da lui subita in altra epoca. Solo Peter Davidson, che portava il titolo di “Gran Maestro Provinciale del Nord”, andò a stabilirsi con la famiglia a Loudsville in Georgia, ove morì qualche anno fa dopo aver fondato, quando la H.B. of L. era già entra­ta “in sonno”, una nuova organizzazione chiamata “Ordine della Croce e del Serpente” (allusione al simbolo biblico del “Serpente di Bronzo”) ed avente per organo una rivista intitolata The Morning Star. Fu Peter Davidson che scrisse a F.-Ch. Barlet, nel luglio 1887, la lette­ra da cui abbiamo citato alcune frasi, ed ecco un altro passo della stessa lettera: “Occorre anche osservare che la Società Teosofica non è e non è mai stata, dopo l’arrivo in India di M.me Blavatsky e del colonnello Olcott, sotto la direzione o l’ispirazione della autentica e reale Fraternità dell’Himalaya, ma sotto quella di un Ordine di molto inferiore, appartenen­te al culto buddista. Vi parlo di una cosa che io so e che ritengo di una autorità indiscutibile; ma se avete qualche dubbio sulle mie affermazioni, il sig. Alexander di Corfù ha molte lettere di M.me Blavatsky, in alcune delle quali ella confessa chiaramente ciò che vi ho detto”. L’Ordine buddista di cui si tratta non è altro, verosimilmente, che il Mahâ-Bodhi Samâj, vale a dire l’organizzazione che aveva a capo il Rev. H. Sumàngala, direttore del Vidyodaya Parivena di Colombo (vedere pp.109 e 172). Un anno più tardi, in un’altra lettera, Peter Davidson scriveva questa frase un po’enigmatica: “I veri Adepti ed i veri Mahâtmâ sono come i due poli di una calamita, benché molti Mahâtmâ sono sicuramente membri del nostro Ordine; ma essi non appaiono come Mahâtmâ che per dei motivi molto importanti”].

    Riprendiamo adesso lo svolgersi degli avvenimenti, il 20 ott. 1875, ossia meno di due mesi dopo l’entrata in scena di Sérapis, fu fondata a New York una società detta “di ricerche spiritualiste”; Olcott ne era presidente, Felt ed il dr. Seth Pancoast vice presidenti e M.me Blavatsky si era accontentata, modestamente, delle funzio­ni di segretaria. Fra gli altri membri segnaliamo William Q. Judge, che dovrà giuocare in seguito un ruolo considerevole nella Società Teosofica, e Charles Sotheran, uno degli alti dignitari della Massone­ria americana.

    Diciamo a tal proposito che anche il generale Albert Pike, Gran Maestro del Rito Scozzese per la giurisdizione meridionale degli Stati Uniti (la cui sede era allora a Charleston), frequentò in quel periodo M.me Blavatsky, ma questa relazione sembra proprio non aver avuto alcun seguito; ciò lascia credere che Pike fu, in tale circostanza, più preveggente di molti altri e che presto si rese conto con chi avesse a che fare.

    Aggiungeremo, dato che se ne presenta l’occasione, che la repu­tazione di Pike come scrittore massonico è stata sopravvalutata: in buona parte della sua opera principale, Morals and Dogma of Freema­sonry, egli non ha fatto che ricalcare, per non dire plagiare, il Dogma e Rituale dell’Alta Magia dell’occultista francese Eliphas Levi.

    Dal 17 nov. 1875 la società che si era formata da appena due settimane, cambiò il suo nome in “Società Teosofica”, su proposta del suo tesoriere Henry J. Newton, un ricco spiritista che ignorava senza dubbio tutto della teosofia ma a cui tale denominazione piaceva, senza sapere bene perché. Così l’origine di tale denomi­nazione è puramente accidentale, poiché fu adottata solo per com­piacere un aderente che si aveva tutto l’interesse a trattare con riguardo a causa della sua ricchezza; del resto, abbondano i casi di gente ricca che, a più riprese, fu sedotta dai capi della Società Teosofica, da cui essi, promettendo loro ogni sorta di meraviglie, trassero vantaggi per sé e per la loro organizzazione. È dunque per questo unico motivo che si superò l’opposizione di Felt che avrebbe preferito la denominazione di “Società Egittologica”; questi, però, dopo aver fatto una conferenza sulla “Kabbala egiziana” e nonostan­te ne avesse promesso altre tre, sparì bruscamente lasciando diversi documenti nelle mani di M.me Blavatsky; senza dubbio la sua mis­sione si era conclusa.

    Per quanto riguarda Newton, non tarderà a ritirarsi dalla Società., dopo essersi reso conto, al pari del giudice R.B. Westbrook, delle frodi che M.me Blavatsky commetteva con l’aiuto di una certa signora Phillips e della sua cameriera [Notizia già riportata da William Emmet Coleman al Congresso di Chicago del 1893].

    La dichiarazione di principi della prima Società Teosofica inizia così: “Il titolo di Società Teosofica esprime gli intendimenti ed i desideri dei fondatori: essi cercano di ottenere la conoscenza della natura e degli attributi della Potenza Suprema e degli spiriti più elevati, a mezzo dei processi psichici (sic). In altri termini, essi sperano che portandosi più in profondità, di quanto abbia fatto la scienza moderna, nelle filosofie dei tempi antichi, potranno essere in grado di acquisire, per loro stessi e per gli altri ricercatori, la prova dell’esistenza di un universo invisibile, della natura dei suoi abitanti se ve ne sono, delle leggi che li governano e della loro relazione col genere umano”. Ciò prova che i fondatori, in fatto di teosofia, non conoscevano che quasi solamente la definizione fantasiosa che ne dà il dizionario americano di Webster e che è così concepita: “Rap­porto supposto con Dio e gli spiriti superiori e conseguente acqui­sizione di una scienza superumana per mezzo dei processi psichici, le operazioni teurgiche degli antichi platonici o i processi chimici dei filosofi del fuoco tedeschi”.

    Dalla dichiarazione di principi, riportiamo ancora i passi seguen­ti: “Quali che siano le opinioni private dei suoi membri, la Società Teosofica non ha alcun dogma da affermare, alcun culto da propagare I suoi fondatori incominciano con la speranza, piuttosto che con la convinzione di conseguire l’oggetto dei loro deside­ri, sono animati solamente dalla sincera intenzione di apprendere la verità, da dovunque essa possa arrivare, e ritengono che nessun ostacolo, per serio che sia, nessuna sofferenza, per grande che sia, potrebbe scusarli dall’abbandonare i loro disegni”. Questo è certo il linguaggio di gente che cerca e non quello di gente che sa; dunque, come è conciliabile tutto ciò con le pretese straordinarie espresse altrove da M.me Blavatsky? Si capisce sempre meglio che l’inizia­zione che ella avrebbe ricevuto in Tibet è una pura favola e che, malgrado ciò che afferma la contessa Wachtmeister, ella non ave­va affatto studiato in Egitto i misteri del Libro dei Morti, di cui fu probabilmente il Felt a farle conoscere per primo l’esistenza.

    Tuttavia, dopo un po’ di tempo, si produsse un nuovo cambia­mento: Sérapis, che aveva rimpiazzato John King, venne rimpiaz­zato a sua volta da un “Fratello del Kashmir”; cosa accadde dunque ancora?

    Olcott e M.me Blavatsky avevano concluso, tramite un certo Hurrychund Chintamon [(n.a.) La parziale similitudine dei nomi Chintamon e Metamon sembra aver causato qualche confusione; non vediamo altra spiegazione possibile per la bizzarra asserzione contenuta in un articolo, d’altronde pieno di informa­zioni errate e tendenziose, apparso nella Occult Review di Londra, nel maggio 1925, ove Chintamon (il cui nome era deformato in Christaman, che non ha niente di indù) è presentato come essere stato il capo più o meno nascosto della H.B. of L.] (a riguardo del quale lei, per moti­vi che ignoriamo, manifesterà più tardi un vero terrore), “un’allean­za offensiva e difensiva” [Lettera di M.me Blavatsky a sua sorella, 15 ott. 1877] con l’Arya Samâj, associazione fon­data in India nel 1870 dallo Swâmî Dayânanda Saraswatî, per cui la Società Teosofica, da allora in poi, doveva essere considerata co­me una sezione di questa associazione. A tal proposito M.me Bla­vatsky, travisando la verità come ormai spesso faceva, scriveva, al momento della pubblicazione del suo Isis Dévoilée: “Ho ricevuto il grado dell’Arch Auditor della principale loggia massonica dell’In­dia; essa è la più antica delle logge massoniche e si dice che esistes­se da prima di Gesù Cristo” [Lettera del 2 ott. 1877]. Ora la Arya Samâj era d’origine del tutto recente e non aveva niente di massonico, come d’altron­de, in verità, non v’è mai stato niente di massonico in India se non quello che vi hanno importato gli inglesi. L’associazione in questio­ne si proponeva “di riportare la religione ed il culto alla primitiva semplicità vedica”, come diverse altre organizzazioni che si costi­tuirono nello stesso paese nel corso del XIX secolo, in particolare il Brahma Samâj e le sue diverse ramificazioni, e che scomparve­ro tutte malgrado l’appoggio loro fornito dagli inglesi in forza del­le loro tendenze antitradizionali; essa era guidata da uno spirito “riformatore” del tutto simile a quello del protestantesimo nel mondo occidentale; Dayânanda Saraswatî non fu infatti chiama­to “il Lutero dell’India” [Articolo di Lalchand Gupta su l’Indian Review, Madras, 1913]? Non si può certo guardare ad un ta­le uomo come ad un’autorità in fatto di tradizione indù; alcuni sono arrivati a dire che “i suoi pensieri filosofici non erano molto diversi da quelli di Herbert Spencer” [The Vedic Philosophy di Har Nârâyana, introduzione, p. XLI], cosa che crediamo sia un po’esagerata.

    Ma quali ragioni poteva avere Dayânanda Saraswatî per legarsi a M.me Blavatsky ed alla sua Società?

    Nella dichiarazione di principi del 17 nov. 1875, dopo aver detto, “Il Brahma Samâj ha intrapreso seriamente il colossale compito di purificare le religioni indù dalle scorie che per secoli hanno loro frammiste le trame dei preti” - si aggiunge - “I fondatori, consta­tando che ogni tentativo per acquisire la conoscenza desiderata è vanificato negli altri paesi, si rivolgono verso l’oriente, da dove deri­vano tutti i sistemi di religione e di filosofia”.

    Se il Brahma Samâj, già fortemente diviso allora, non rispose a tali “avances”, lo fece l’Arya Samâj; queste due organizzazioni, come abbiamo detto, procedevano dalle medesime tendenze e si riproponevano uno scopo pressoché identico. Inoltre M.me Blavat­sky ha fornito, lei stessa, un altro motivo a sostegno dell’affinità fra la Società Teosofica e l’Arya Samâj e cioè che tutti i Brâhmani ortodossi, ed anche altri, sono terribilmente contrari agli spiriti, ai medium, alle evocazioni negromantiche o alle relazioni con i mor­ti, di qualunque genere e sotto qualsiasi forma” [Lettera già citata del 15 ott. 1877]. Questa afferma­zione è, peraltro, perfettamente esatta e crediamo facilmente che non sarebbe stata possibile alcuna alleanza senza la tendenza anti-spiritista che M.me Blavatsky andava mostrando da qualche tempo, più precisamente da dopo la sua affiliazione alla H.B. of L.; ma men­tre i Brâhmani ortodossi videro in questo accordo, fondato su un punto puramente negativo, una garanzia estremamente insufficiente, non fu lo stesso per gli “altri” o quantomeno per uno fra questi, quel Dayânanda Saraswatî che Olcott chiamava allora “uno dei più nobili fratelli viventi” [Lettera a Stainton Moses, 1876] e le cui comunicazioni, trasmesse in real­tà per via del tutto normale, arrivarono ben presto a trasformarsi in “messaggi astrali” emanati dai “Mahâtmâ” tibetani.

    Nondimeno, lo stesso Dayânanda Saraswatî doveva, nel 1882, rompere la sua alleanza con la Società Teosofica, denunciando M.me Blavatsky, che nel frattempo aveva avuto modo di conoscere bene, come una “briccona” (trickster), e dichiarando: “che ella non conosce per niente la scienza occulta degli antichi Yogi e che i suoi sedicenti fenomeni non sono che frutto di magnetismo, di scaltri preparativi e di un’abile prestidigitazione”; era questa in effetti la cruda verità [Dayânanda Saraswatî morì il 30 ott. 1883].

    Al punto in cui siamo giunti, s’impone una constatazione: ed è che i nomi delle cosiddette “guide spirituali” di M.me Blavatsky, John King prima, Sérapis dopo ed infine il “fratello del Kashmir” non facevano che tradurre le differenti influenze che si sono succes­sivamente esercitate su di lei; questo è quanto vi è di più concreto nelle fantasie con le quali si ammantava; fino ad ora non si sono abbastanza approfonditi i rapporti intercorsi fra la Società Teosofica e certe altre organizzazioni a carattere più o meno segreto, rappor­ti esistenti sia al momento della sua nascita che dopo; questo lato della storia della Società è tuttavia dei più significativi.

    Da tutto quanto abbiamo esposto fin ora si può legittimamente concludere che M.me Blavatsky fu soprattutto, nel bel mezzo del­le circostanze, un “oggetto” o uno strumento nelle mani di indivi­dui o di gruppi occulti che si facevano scudo della sua personalità, allo stesso modo di altri che a loro volta furono degli strumenti nelle sue mani. È così che si spiegano le sue imposture, senza per­altro scusarle, e coloro che credono che ella inventò tutto, che fe­ce tutto da sé e di sua iniziativa, si sbagliano tanto quanto coloro che, al contrario, prestano fede alle sue affermazioni concernenti le sue relazioni con i pretesi “Mahâtmâ”.

    Ma vi è ancora dell’altro che permetterà di aggiungere nuove precisazioni in merito a queste influenze, alle quali abbiamo accenna­to: ci riferiamo all’azione di certe organizzazioni rosacruciane o sedicenti tali che, contrariamente a quelle di cui si è parlato fin qui, sono tuttora in ottime relazioni con la Società Teosofica.

     

     

    CAPITOLO TERZO

    LA SOCIETÀ TEOSOFICA E IL ROSACRUCIANESIMO

     

    Nel 1876, Olcott scrisse a Stainton Moses di essere “regolar­mente iscritto come novizio alla Fraternità” e di essere stato “per lungo tempo in personale corrispondenza epistolare” con i capi di questa, i quali gli hanno “scritto certe cose che M.me Blavatsky non sospetta, nemmeno che egli sappia”. Di quale “Fraternità” si tratta? Non è certo la H.B. of L. e non può trattarsi dell’Arya Sa­mâj, con la quale d’altronde l’alleanza definitiva non si concluderà che nell’anno seguente; quanto alla famosa “Gran Loggia Bianca” o “Fraternità del Tibet” essa non è ancora in questione, i termini usati sono però così vaghi da autorizzare tutte le possibili confusioni, volontarie o no. In un’altra lettera, indirizzata più tardi al me­desimo corrispondente e dalla quale sembra risultare che questi avesse accettato di entrare nella società alla quale apparteneva Olcott, si legge: “Desidero che voi domandiate a Imperator, presentandogli i miei ossequi, se non possa fare qualcosa, con mezzi psi­cologici (sic), per impedire che M.me Blavatsky vada in India. Io sono molto preoccupato in merito; non posso far niente io stesso… Le calunnie che sono circolate in Europa e qui, l’hanno abbattuta così profondamente che ho paura che noi la perderemo. Ciò può significare poco per gli spiritualisti, ma è una cosa grave per noi tre Chiedete a Imperator cosa suggerisce… Sembra essere uno spirito saggio e forse è anche potente. Chiede­tegli se può e se vuole aiutarci... Vi è qui una certa sig.ra Thompson, una vedova che possiede sette milioni (di dollari), che alimenta le intenzioni di M.me Blavatsky. Questa signora le offre denaro e quant’altro occorre per andare in India e darle così l’occasione di studiare e di vedere personalmente... Non dimenticate Imperator” [(n.a.) Non crediamo necessario, a proposito di questa lettera, rivedere le considerazioni da noi fatte, solo per l’obiezione sollevata dai teosofisti, per i quali essa appare un po’ imbarazzante, e che pretendono che “il co­lonnello Olcott riportò l’idea della sig.ra Thompson e non quella di M.me Blavatsky”; questo non cambia assolutamente niente e noi possiamo sostenere che questa lettera non avrebbe alcun senso se M.me Blavatsky fos­se già stata in India prima d’allora; in questo caso d’altronde, Olcott non avrebbe mancato di far notare al suo corrispondente che l’opinione della sig.ra Thompson non era conforme alla realtà].

    M.me Blavatsky non è dunque mai stata in India prima del suo soggiorno in America, ne abbiamo stavolta l’assicurazione forma­le, ma desiderava andarci in quanto che sentiva il bisogno “di studia­re e di vedere personalmente...”, la qual cosa prova che lei non era stata affatto “iniziata” e che non era ancora arrivata a possede­re un insieme di convinzioni definite e stabili. A quel tempo vi era solo un’influenza, di cui Olcott e Stainton Moses erano gli interme­diari, che si opponeva al suo viaggio in India. Tale influenza non era dunque l’influenza dell’Arya Samâj, né di alcun’altra orga­nizzazione orientale.

    Ora, perché Olcott dice: “per noi tre”? Lui ed il suo corrispon­dente non fanno che due; il terzo sembra proprio essere questo Imperator di cui si richiede l’aiuto con tanta insistenza; ma chi era quest’essere misterioso? Era, sembra, uno spirito che si manifesta­va nel circolo diretto da Stainton Moses e dal suo amico dr. Speer; ma ciò che è strano, e che può dare la chiave di molte cose, è che questo “spirito” si sia attribuito il nome o piuttosto il titolo di Im­perator, che è quello del capo di una società segreta inglese: l’Order of the Golden Dawn in the Outer (letteralmente “Ordine dell’Al­ba d’Oro all’Esterno”).

    L’Ordine suddetto si presenta come una “società di occultisti che studiano la più alta magia pratica”, e che “cammina in qual­che modo parallelamente al vero Rosacrucianesimo”; le donne sono ammesse allo stesso titolo degli uomini e la qualità dei membri rimane nascosta. Ha tre ufficiali principali: l’Imperator, il Premon­strator ed il Cancellarius. Questo stesso Ordine è strettamente col­legato alla Societas Rosicruciana in Anglia, fondata nel 1867 da Robert Wentworth Little; quest’ultima comprende nove gradi, ri­partiti in tre ordini, i suoi capi, che sono in numero di tre come quelli della Golden Dawn, portano il titolo di Magi [Nel 1901 erano: W. Wynn Westcott, Supreme Magus; J. Lewis Thomas, Senior Substitute Magus; S.L. Mac Gregor Mathers, Junior Substitute Ma­gus (Cosmopolitan Masonic Calendar, p. 59)].

    La Societas Rosicruciana ammette fra i suoi membri solo Mas­soni che possiedono il grado di Maestro, il loro numero è limitato a 144, esclusi i membri onorari; essa possiede quattro “Collegi” che hanno sede a Londra, York, Bristol e Manchester. Una organiz­zazione similare esiste in Scozia dal 1877 ed un’altra sezione fu costituita in America nel 1880; esse sono due dipendenze della società inglese, dalla quale però sono amministrativamente indipendenti.

    In un’altra lettera indirizzata al direttore della rivista teosofica Lucifer, nel luglio 1889, dal conte Mac Gregor Mathers che allora era segretario del Collegio Metropolitano della Societas Rosicru­ciana e membro dell’Alto Consiglio d’Inghilterra, è detto, fra l’al­tro: “Questa Società studia la tradizione occidentale... Alcune conoscenze, di norma, sono il privilegio dei più alti iniziati, che le tengono segrete; tutti i Fratelli tengono segreto il loro grado. La Società Teosofica ha rapporti d’amicizia con loro... Gli studiosi ermetici della G.D. (Golden Dawn) Rosacruciana ne sono, per così dire, i rappresentanti all’esterno”.

    La pubblicazione di questa sorta di manifesto aveva per scopo principale quello di sconfessare un certo “Ordine della Rugiada e della Luce” (Ordo Roris et Lucis), altra società inglese sedicente rosacruciana, della quale si era già parlato precedentemente nella stessa rivista [Lucifer, 15 giugno 1889]; quest’ultima società si trovava in concorrenza diretta con la Golden Dawn e la Societas Rosicruciana, i suoi mem­bri, per la maggior parte spiritisti, erano accusati di praticare la “ma­gia nera”, secondo una abitudine che, d’altronde, è molto diffusa negli ambienti teosofisti, come avremo occasione di vedere più tar­di.

    La lettera del conte Mac Gregor porta le seguenti divise: “Sa­piens dominabitur astris - Deo duce, comite ferro - Non omnis mo­riar - Vincit omnia veritas”, di cui l’ultima, cosa curiosa, è la stes­sa divisa della H.B. of L., avversaria dichiarata della Società Teosofica e della Societas Rosicruciana [La H.B. of L. aveva una interpretazione particolare del Rosacrucianesimo, derivata principalmente dalle teorie di P.B. Randolph e della “Fraternità di Eulis”. Nel 1882, comparve a Filadelfia un’opera intitolata The Temple of the Rosy-Cross il cui autore, F.B. Dowd, era un membro della H.B. of L.]; essa termina con queste parole che le conferiscono un carattere ufficiale: “Pubblicata per ordine del Superiore Sapere Aude, Cancellarius in Londinense”, che segue questo post-scriptum assai enigmatico: “Sette adepti che possiedono l’elisir di lunga vita, vivono attualmente e si riuniscono ogni anno in una città diversa”.

    L’Imperator della G.D. era uno di questi “sette adepti” miste­riosi? È abbastanza possibile e vi sono anche, secondo noi, altri indizi che sembrano confermarlo; ma senza dubbio il “Superiore Sapere Aude” non aveva autorizzato una rivelazione più esplicita a tale riguardo [Nel 1894 fu pubblicata, sotto il nome di “Sapere Aude, Fra. R.R. et A.C.”, un’opera intitolata La scienza dell’Alchimia spirituale e materiale, che con­tiene un gran numero di errori storici ed una traduzione del trattato kab­balistico Aesh Mezareph, ove non è neanche menzionato il commentario che Eliphas Levi aveva fatto di questo libro e che aveva attribuito, assai gratui­tamente del resto, ad Abraham l’ebreo, il supposto iniziatore di Nicolas Flamel].

    L’autore della lettera da noi citata, che è morto da qualche anno, era il fratello maggiore di un altro M. Mac Gregor, rappresen­tante in Francia dell’Order of the Golden Dawn in the Outer ed ugualmente membro della Società Teosofica.

    Ci fu un certo rumore a Parigi nel 1899 e nel 1903, intorno ai tentativi di restaurazione del culto di Iside da parte dei coniu­gi Mac Gregor, sotto gli auspici dello scrittore occultista Jules Bois, tentativi assai fantasiosi d’altronde ma che ebbero a quel tempo un certo successo sull’onda della curiosità. Aggiungiamo che la sig.ra Mac Gregor, la “Gran Sacerdotessa Anari” è la sorella del sig. Berg­son; segnaliamo questo fatto solo a titolo di informazione acces­soria, senza volerne dedurre alcuna conseguenza, benché, per al­tri versi, vi è incontestabilmente più di un punto di concordanza fra le tendenze del Teosofismo e quelle della filosofia bergsonia­na [(n.a.) Jules Bois era, anche lui, membro della Golden Dawn; compromesso durante la guerra e accusato di aver ricevuto dei fondi dalla propaganda tedesca, restò in America, ove era andato per fare un giro di conferenze, e fondò anche una società di studi psichici a New York (vedere un artico­lo intitolato Qu’est devenu Jules Bois? su la Comoedia del 14 sett. 1923); è tornato però in Francia nel 1927 essendo sceso il silenzio su molti avve­nimenti che tuttavia sono abbastanza recenti. Un altro membro importante della Golden Dawn era la contessa Edita-­Lolita di Landsferdt-Rosenthal, figlia naturale del Re Luigi I di Baviera e di Lola Montes, figlioccia di Papa Pio IX e grande amica di M.me Blavatsky; ella visse per molto tempo a Parigi ove abitava con i coniugi Mac Gregor. La signora Mac Gregor, che è ancora viva, si è ritirata a Londra: sembra che intrattenga dei rapporti poco amichevoli con il fratello e, ci hanno detto, parla dei lavori filosofici di questi con toni abbastanza sprezzanti. In un articolo pubblicato nel Bulletin Théosophique di genn-febb-marzo 1918, M.G. Chevrier sembra si sia particolarmente dedicato a mettere in risalto le affinità esistenti fra il bergsonismo ed il teosofismo]. Alcuni si sono spinti più oltre: in un articolo che si ricol­lega ad una controversia sul bergsonismo, il sig. Georges Pecoul scrive: “le teorie della Società Teosofica sono così stranamente simili a quelle del sig. Bergson che ci si può chiedere se esse non derivino entrambe da una fonte comune, e se Bergson, Olcott, Leadbeater, M.me Blavatsky e Annie Besant non siano stati tutti alla scuola dello stesso Mahâtmâ, Koot Hoomi o... qualche altro”; e aggiunge: “segnalo il problema ai ricercatori, in quanto che la sua soluzione potrebbe apportare nuova luce sull’origine abbastan­za misteriosa di certi movimenti di pensiero moderni e sulla natu­ra delle “influenze” subite, spesso inconsciamente, dall’insieme di coloro che sono a loro volta degli agenti d’influenza intellettua­le e spirituale” [Les Lettres, dicembre 1920, pp. 669-670].

    Su tali “influenze” noi siamo abbastanza d’accordo col sig. Pe­coul e pensiamo anche che il loro ruolo è tanto considerevole quan­to generalmente insospettato; del resto le affinità fra il bergsonismo ed i movimenti “neo-spiritualisti” non ci sono mai apparse dubbie [Il Vahan, organo della sezione inglese della Società Teosofica, ha riprodotto, con grandi elogi, alcune conferenze fatte da Bergson in Inghilterra] e non saremmo per nulla stupiti se vedessimo il sig. Bergson, dietro l’esempio di William James, approdare finalmente allo spi­ritismo. Abbiamo un indizio particolarmente sorprendente, a tal proposito, in una frase dell’Energia Spirituale, l’ultimo libro del sig. Bergson, ove egli, pur riconoscendo che “l’immortalità di per sé non può essere provata sperimentalmente”, dichiara che “sareb­be già qualcosa, anzi sarebbe già tanto poter stabilire sul piano del­l’esperienza la probabilità della sopravvivenza per un tempo X”, non è esattamente quello che pretendono di fare gli spiritisti?

    Noi abbiamo anche sentito dire, alcuni anni fa, che il sig. Berg­son s’interessava in maniera attiva a degli “esperimenti” di questo genere, in compagnia di parecchi rinomati dotti, fra i quali ci era­no stati indicati il prof. d’Arsonval e la sig.ra Curie; vogliamo cre­dere che la sua intenzione fosse quella di studiare queste cose per quanto “scientificamente” possibile, ma quanti uomini di scienza, come William Crookes e Lombroso, dopo aver cominciato così, sono stati “convertiti” alla dottrina spiritista! Non si dirà mai abbastanza sulla pericolosità di queste cose e non sono certo la scienza o la filosofia che possono fornire una sufficiente garanzia, tale da permettere di avvicinarvisi impunemente.

    Per ritornare al Rosacrucianesimo, che abbiamo visto apparire qui per la prima volta e che ha dato luogo a questa disamina, segnaleremo che Olcott ha riferito a più riprese, nel Théosophist e nelle sue opere, che M.me Blavatsky portava sempre addosso un gioiello della Rosa-Croce “che ella aveva ricevuto da un adepto”. Comunque, quand’era sotto l’influenza della H. B. of L., Olcott non provava che disprezzo per i Rosacruciani moderni: “La Fraternità (della Rosa-Croce), - scriveva egli a Stainton Moses net 1875 - in quanto ramo attivo del vero Ordine, è morta con Cagliostro, come la Massoneria (operativa) è morta con Wren; ciò che ne rimane è solo apparenza” [(n.a.) Christopher Wren, ultimo Gran Maestro dell’antica Massoneria inglese, morì nel 1702; i 15 anni trascorsi da questa data fino alla fondazione della nuova Gran Loggia d’Inghilterra (1717) furono utilizzati dai protestanti per operare un lavoro di deformazione che sfociò nella redazione delle Costituzioni pubblicate nel 1723; i Revv. Anderson e Desaguliers, autori di queste Costituzioni, fecero sparire tutti gli antichi documenti (Old Charges) che riuscirono a trovare, per impedire che ci si accorge delle innovazioni da loro introdotte ed anche perché questi documenti contenevano delle formule da loro stimate molto imbarazzanti, come l’obbligo di fedeltà “a Dio, alla Santa Chiesa e al Re”, segno incontestabile dell’origine cattolica della Massoneria. Ecco perché Joseph De Maistre scriveva nelle sue Memorie, al duca di Brunswich (1782); “Tutto fa ritenere che la Massoneria volgare è un ramo staccato e forse corrotto di un antico e rispettabile ceppo”; e la frase di Olcott può far supporre che egli avesse anche qualche conoscenza di questa deviazione che, tuttavia, l’immensa maggioranza dei Massoni ”moderni” ignora totalmente, anche nei paesi anglosassoni]. Qui, le parole “ramo attivo del ve­ro Ordine” fanno allusione ad un passaggio degli insegnamenti della H.B. of L. nel quale è detto che “il termine Rosa-Croce non indica l’Ordine tutto intero, ma solo coloro che hanno ricevuto i primi insegnamenti del suo prodigioso sistema; non è che un ter­mine di copertura con il quale i Fratelli illudono ed al tempo stesso si burlano del mondo”.

    Non intendiamo entrare, qui, nelle controversie relative all’o­rigine ed alla storia dei Rosa-Croce veri o falsi; vi si trovano dei veri enigmi che non sono stati mai risolti in maniera soddisfacente e sui quali gli scrittori che si dichiarano più o meno rosacruciani non sembrano saperne più degli altri.

    Nel fare queste ultime osservazioni pensiamo in particolare al dr. Franz Hartmann, che giuocò un ruolo importante in seno alla Società Teosofica, allorché la sua sede fu trasferita in India, e con il quale M.me Blavatsky non fu sempre in buoni rapporti, come vedremo a proposito dell’affare della Società di ricerche psichiche. Questo personaggio, nato nel 1838 a Donauwerth in Baviera, si professava rosacruciano, ma di un ramo diverso da quello delle socie­tà inglesi di cui abbiamo trattato precedentemente; a suo dire, egli aveva scoperto una Fraternità di veri Rosa-Croce a Kempten, località celebre per le sue case incantate, e dove morì nel 1912; in verità noi pensiamo che questa è una leggenda che egli cercò di accreditare per creare un’apparente base di serietà ad un certo “Ordine della Rosa-Croce Esoterica” di cui fu uno dei promotori. Questo dr. Hartmann pubblicò un gran numero di opere [Ecco i titoli di alcune delle principali, oltre a quelle indicate nel testo: Simboli segreti dei Rosacruciani, riedizione di un’antica opera accompagnata da commentari, pubblicata a Boston; La vita di Jehoshua, il Profeta di Nazareth, “studio occulto e chiave della Bibbia, contenente la storia di un Iniziato”; Magia bianca e nera; La scienza occulta nella medicina; I principi della Geomanzia secondo Cornelio Agrippa] che furono apprezzate in maniera poco benevola dai capi della Societas Rosicruciana in Anglia, nonostante fossero teosofisti come l’autore; si fu particolarmente severi con il libro intitolato Nel prònao del Tempio della Saggezza, “contenente la storia di veri e falsi Rosa­cruciani, con una introduzione ai misteri della filosofia ermetica” e dedicato alla duchessa di Pomar.

    Nel 1887 il dr. Hartmann fece pubblicare a Boston, centro del ramo americano dell’Order of the G.D. in the Outer, una sorta di romanzo avente per titolo Una avventura fra i Rosacroce, che con­tiene la descrizione di un monastero teosofico immaginario situa­to fra le Alpi; l’autore racconta che questo monastero proviene dal­l’Ordine dei “Fratelli della Croce d’Oro e della Rosa-Croce” e che il suo capo porta il titolo di Imperator. Ciò fa pensare all’antica “Rosa-Croce d’Oro” di Germania, fondata nel 1714 dal pre­te sassone Samuel Richter, più conosciuto con lo pseudonimo di Sincerus Renatus, ed il cui capo portava in effetti, come più tardi quello della Golden Dawn, questo titolo di Imperator, ereditato dalle organizzazioni rosacruciane anteriori, e che risalirebbe sino all’origine del mondo, se bisogna credere a certe notizie leggendarie, giacché nel Clypeus Veritatis del 1618 si trova un elenco cronolo­gico degli Imperatores, da Adamo in poi!

    Queste esagerazioni e queste cronologie leggendarie sono, d’al­tronde, comuni alla maggioranza delle società segrete, ivi compre­sa la Massoneria ove vediamo il Rito di Misraïm far risalire le sue origini fino ad Adamo.

    Ciò che è più degno di interesse è quanto dichiara uno scrittore occultista, parlando dell’organizzazione rosacruciana del 1714: “Una tradizione dice che questo Imperator esiste sempre e le sue azioni diverranno politiche” [Storia dei Rosa-Croce, di Sedir, p. 103, nota], si tratta anche qui del capo del­la Golden Dawn? In effetti, la “Rosa-Croce d’Oro”, alla quale cer­tuni hanno voluto riconoscere di già un carattere politico, non e­siste più da lungo tempo; essa fu sostituita nel 1780 dai “Fratelli Iniziati dell’Asia”, il cui centro venne stabilito a Vienna ed i cui superiori si chiamavano, con riferimento all’inizio dell’Apocalisse, “Padri e Fratelli delle Sette Chiese Sconosciute dell’Asia” [Segnaliamo a tal proposito un singolare equivoco di Papus che, avendo trovato un testo di Wronski ove si fa menzione dei “Fratelli Iniziati dell’Asia”, crede che questo titolo designi un’organizzazione realmente orientale e che si tratti dei “Mahâtmâ”, termine che, secondo lui, designa “un gran­de superiore della Chiesa Brâhmanica” (Glossario dei principali termini della Scienza Occulta, alla voce Mahâtmâ, in Trattato metodico delle Scienze Occulte, p. 1052]; non ci si può impedire di chiederci se i “sette adepti” del conte Mac Gregor non fossero i loro continuatori. Comunque sia, ciò che vi è di certo è che buona parte delle associazioni che pretendono di ricollegarsi al Rosacrucianesimo fanno ancora prestare ai loro ade­renti un giuramento di fedeltà all’Imperator.

    Il racconto romanzesco del dr. Hartmann ebbe una conseguenza, che dimostrò come lo scopo dell’autore non fosse stato puramente disinteressato: nel sett. 1889, fu costituita in Svizzera una società per azioni, con il nome di Fraternitas, per realizzare e sfruttare l’apparato teosofico-monastico che egli aveva immaginato. Il dr Hartmann ebbe come soci in questo affare, il dr. R. Thurmann, dr. A. Pioda e la contessa Wachtmeister; quest’ultima, che abbiamo già avuto modo di citare, era una svedese, intima amica di M.me Blavatsky.

    Quanto all’“Ordine della Rosa-Croce Esoterica”, l’altra creazione del dr. Hartmann, sembra abbia mantenuto frequenti rapporti con l’Ordine Rinnovato degli Illuminati Germaniae” fondato o riorganizzato da Leopold Engel di Dresda e che ha giuocato un ruolo politico estremamente sospetto; quest’ultimo Ordine si richiama, come indica il suo nome, all’Illuminismo di Weishaupt, al quale tuttavia non è legato da alcuna filiazione diretta. Vi furono anche dei sicuri rapporti fra questa “Rosa-Croce Esoterica” ed un certo “Ordine dei Templari Orientali”, fondato nel 1895 dal dr. Karl Kellner e diffuso soprattutto, dopo la morte di questi avvenu­ta nel 1905, ad opera di Theodor Reuss, un teosofista che ritroveremo più tardi; sembra anche che la “Rosa-Croce Esoterica” diven­ne alla fine il “cerchio interno” dei “Templari Orientali”.

    Queste diverse associazioni non devono essere confuse con un’al­tra organizzazione rosacruciana austro-tedesca, di creazione più recente, il cui capo è il dr. Rudolf Steiner e di cui parleremo in se­guito.

    D’altronde, a dire il vero il Rosacrucianesimo non ha più, nel­la nostra epoca, un significato ben definito; una moltitudine di per­sone che si fanno chiamare “Rosa-Croce” o “Rosacruciani” non hanno alcun legame fra loro, non più che con le antiche organiz­zazioni dallo stesso nome, ed è esattamente la stessa cosa per coloro che si fanno chiamare “Templari”.

    Senza tenere conto dei gradi massonici che, in diversi riti, por­tano il titolo di Rosa-Croce o qualche altro che ne è derivato, potremmo fornire, se ciò non esulasse dall’argomento della presen­te trattazione, una lunga lista di società più o meno segrete che non hanno altro in comune che la stessa denominazione, accompagnata molto spesso da uno o più attributi [Segnaleremo solamenente una di queste società che si intitolava A.M.O.R.C. (Ancien Mystic Order of the Rosy-Cross), che è stata fondata nel 1916 “allo scopo di salvare la Civiltà” (sic); abbiamo sotto gli occhi una circola­re che annuncia la formazione di un ramo francese e che “un Inviato specia­le verrà dagli Stati Uniti, in maggio (1921), per dare l’Iniziazione ed aprire i lavori” (ci fu detto dopo di allora che il suo viaggio non aveva potuto aver luogo). Questa organizzazione ha a capo un Imperator, ma che, naturalmente, non è lo stesso di quello della Golden Dawn; essa non è collegata al teoso­fismo ma sappiamo che i teosofisti sono già assai numerosi fra i suoi aderenti.

    (n.a.) - L’A.M.O.R.C. non sembra aver avuto grande successo in Francia; tuttavia il suo capo venne a Parigi nel 1927 e fu anche solennemente ricevuto, il 12 luglio, dal “Gran Collegio dei Riti”, vale a dire il Supremo Con­siglio del Gran Oriente di Francia; ciò che è molto singolare è che questi non ha alcuna relazione con le organizzazioni massoniche americane, che lo considerano “irregolare”; forse lo stesso Ordine rosacruciano in questione non ha alcuna “regolarità”]. Di modo che è sempre bene, allorché si tratta di Rosacrucianesimo, come d’altronde quan­do si tratta di Massoneria, non attribuire ad un gruppo ciò che è proprio ad un altro e che può essergli del tutto estraneo.

     

     

    CAPITOLO QUARTO

    LA QUESTIONE DEI MAHÂTMÂ

     

    Abbiamo lasciato M.me Blavatsky al momento in cui, nel 1876, pensava di partire per l’India; questa partenza, che doveva avvenire solo il 18 nov. 1878, sembra essere stata determinata soprattutto, se non esclusivamente, dagli attacchi, molto giustificati, di cui ella era stata oggetto. “È a causa di ciò - scriveva lei stessa alludendo alla pubblicazione de Incidentes in my Life di Dunglas Home - che io vado in India per sempre; per la vergogna e per il dispiacere sento il bisogno di andare ove nessuno conosce il mio nome. La malignità di Home mi ha rovinata per sempre in Europa” [Lettera del 6 nov. 1877].

    Ella serberà sempre rancore al medium che, dietro istigazione del misterioso M..., aveva denunciato le sue frodi e che lei chiamava “il Calvino dello spiritismo”: “Vedete - scriveva molto più tardi a proposito dei pericoli della medianità - quale è stata la vita di Dunglas Home, un uomo dal cuore carico di amarezza, che non ha mai detto una parola a favore di quelli che credeva dotati di poteri psichici e che ha calunniato tutti gli altri medium fino alla fine” [La Clef de la Théosophie, p. 272].

    Ad un certo momento M.me Blavatsky aveva pensato, per la stessa ragione, “di partire per l’Australia e di cambiare il suo nome per sempre” [Lettera del 25 giugno 1876]; poi, avendo rinunciato a questa idea, ella si fece naturalizzare americana, probabilmente nel 1878; infine si deciderà ad andare in India, come era stata sua intenzione fin dall’inizio. Così non è per gli interessi della Società ma per i suoi propri interessi che ha intrapreso questo viaggio, malgrado l’opposizione di Olcott che finì tuttavia col portare con sé e che abbandonerà la sua famiglia per seguirla.

    In effetti, tre anni prima, M.me Blavatsky diceva di Olcott: “È lontano dall’essere ricco, non ha altro da lasciare che i suoi lavori letterari e deve mantenere la moglie ed un mucchio di bambini” [Lettera del 25 marzo 1875].

    Nessuno ha più sentito parlare di costoro dopo di allora e lo stes­so Olcott non sembra essersi per nulla preoccupato di conoscere quanto fosse accaduto loro.

    Arrivati in India, M.me Blavatsky ed il suo socio, si stabilirono dapprima a Bombay poi, nel 1882, ad Adyar, vicino Madras, ove costituirono la sede centrale della Società Teosofica, che vi si trova ancora adesso. Là venne fondata una “sezione esoterica”, men­tre i fenomeni fantastici si moltiplicarono in maniera prodigiosa: bicchieri rotti a volontà, tintinnio di campanelli invisibili, “appor­ti” e “materializzazioni” di oggetti di ogni sorta e soprattutto “precipitazioni” di comunicazioni trasmesse per via “astrale”. Se ne possono trovare parecchi esempi fra quelli riportati nel Mondo Occulto di A.P. Sinnett, l’autore che contribuì, forse più di tutti, a far conoscere in Europa il Teosofismo ai suoi primi anni e che, in effetti, sembra sia stato realmente ingannato da tutti i giuochi di destrezza di M.me Blavatsky, almeno in questo periodo.

    Non vi erano solo delle lettere “precipitate”, ma anche dei di­segni e persino delle pitture; queste erano senza dubbio prodotte con gli stessi procedimenti delle cosiddette tavole medianiche che M.me Blavatsky fabbricava già a Filadelfia e che vendeva molto care alle sue vittime, fra gli altri al generale Lippitt, che comunque finì con l’abbandonare ogni illusione. Del resto tutti questi fenome­ni non erano interamente nuovi, i “campanelli astrali” s’erano già fatti sentire in America davanti ad Olcott ed al barone de Palmes; cosa curiosa, in Inghilterra, li si erano sentiti ugualmente presso il dr. Speer e Stainton Moses; può essere perfino che siano state queste circostanze a far dire più tardi ad Olcott che “Stainton Mo­ses e M.me Blavatsky erano stati ispirati dalla stessa intelligenza” [Théosophist, dic. 1893], senza dubbio l’enigmatico Imperator di cui si è trattato prece­dentemente; ciò non impedì a Stainton Moses, verso la fine della sua vita, di scrivere al suo amico William Oxley: “la teosofia è un’al­lucinazione” [Light, 8 ott. 1892].

    È in questo periodo che entrano in scena i “Mahâtmâ” tibetani, a cui sarà d’ora innanzi attribuita la produzione di tutti i feno­meni, ed in primo luogo il famoso Koot Hoomi Lal Singh, il nuo­vo “Maestro” di M.me Blavatsky. Il nome col quale questo perso­naggio è conosciuto è, dicono, “il suo nome mistico d’origine tibetana”, poiché “gli occultisti, a quanto sembra, prendono un nome nuovo al momento dell’iniziazione” [Le Monde Occulte, p. 121 della traduzione francese]; ma se Koot Hoomi può essere un nome tibetano o mongolo, Lal Singh è certamente un nome indù (da “Kshatriya”) o sikh: due cose queste del tutto di­verse. È invece vero che il cambio del nome è una pratica usata effettivamente da molte società segrete, in occidente come in o­riente; sicché, negli statuti della “Rosa-Croce d’Oro” del 1714 si legge che “ogni Fratello cambierà il suo nome e cognome dopo essere stato ricevuto e farà la stessa cosa ogni qualvolta cambierà paese”; questo non è che un esempio fra tanti, per spiegare che il fatto di cui si tratta è di quelli che M.me Blavatsky aveva potu­to conoscere senza molte difficoltà.

    Ecco ciò che Sinnett dice di Koot Hoomi, raccontando gli i­nizi della sua corrispondenza con lui: “Era un nativo del Panjab, come appresi più tardi, che era stato attratto dagli studi occulti fin dalla più tenera infanzia. Grazie ad uno dei suoi parenti, che era lui stesso un occultista, fu inviato in Europa per esservi istruito nella scienza occidentale; dopo si fece iniziare completamente alla scienza superiore dell’Oriente” [Le Monde Occulte, pp. 120 - 121].

    In seguito si pretenderà che fosse già pervenuto a questa ini­ziazione completa nel corso delle sue precedenti incarnazioni, poi­ché i “Maestri”, contrariamente a quanto avviene per gli uomini ordinari, conservano il ricordo di tutte le loro esistenze (ed alcuni dicono che Koot Hoomi ne ebbe circa 800); tali diverse afferma­zioni sembrano difficili da conciliare.

    I “Mahâtmâ” o “Maestri di Saggezza” sono membri di grado più elevato della “Gran Loggia Bianca”, vale a dire della gerarchia occulta che, secondo i teosofisti, governa segretamente il mondo. All’inizio si ammetteva che loro stessi fossero subordinati ad un unico capo supremo [Le Bouddhisme Esotérique, p. 26 della traduzione francese di Camille Lemaitre], adesso sembra che i capi siano sette, come i “sette adepti” rosacruciani che possiedono l’“elisir di lunga vi­ta” (e la più straordinaria longevità fa anche parte delle qualità attribuite ai “Mahâtmâ”), e che questi sette capi rappresentino “i sette centri dell’Uomo Celeste”, di cui “il cervello ed il cuore sono costituiti rispettivamente dal Manu e dal Bodhisattwa, che guidano ciascuna razza umana” [L’Occultisme dans la Nature (Entretiens d’Adyar, 2° serie) di C.W. Leadbeater, p. 276 della traduzione francese].

    Questa confusione delle due concezioni di Manu e di Bodhi­sattwa, che non appartengono alla stessa tradizione, poiché la pri­ma è brâhmanica e la seconda buddista, fornisce un esempio ab­bastanza ragguardevole della maniera “eclettica” con cui il teosofismo compone la sua presunta dottrina.

    Nei primi tempi i “Mahâtmâ”, talvolta, erano anche chiamati col semplice nome di “Fratelli”; oggi si preferisce la denominazio­ne di “Adepti”, termine improntato, secondo i teosofisti, ad un linguaggio rosacruciano, ove in realtà esso designa propriamente gli iniziati che hanno raggiunto i più alti gradi della gerarchia.

    Il dr. Ferrand, nell’articolo da noi citato, ha creduto di dover fare una distinzione fra i “Mahâtmâ” ed i “Maestri o Adepti”, e pensa che questi ultimi non sono altro che i capi reali della Società Teosofica [Revue de Philosophie, agosto 1913, pp. 15-16]; ciò non è esatto, poiché costoro procurano di non darsi mai che il modesto titolo di “studiosi”.

    I “Mahâtmâ” e gli “Adepti” per i teosofisti, sono una sola e me­desima cosa e questa identificazione era già stata suggerita dal dr. Franz Hartmann [In the Pronaos of the Temple of Wisdom, p. 102]; è così che è stato loro applicato il solo ti­tolo di “Maestri”, dapprima in maniera del tutto generica [La Clef de la Théosophie, p. 388], poi con una restrizione: per Leadbeater “tutti gli Adepti non sono dei Maestri, poiché non tutti prendono dei discepoli” ed a stret­to rigore si devono chiamare Maestri solo coloro che, come Koot Hoomi e qualche altro, “acconsentono, a certe condizioni, a pren­dere per discepoli quelli che si mostrano degni di tale onore” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 337-378].

    La questione dei “Mahâtmâ”, che occupa un posto conside­revole nella storia della Società Teosofica ed anche nei suoi inse­gnamenti, può considerarsi sufficientemente chiarita da tutto ciò che abbiamo detto precedentemente. In effetti, però, tale questione è più complessa di quanto generalmente si pensi e non basta dire che questi “Mahâtmâ” non sono mai esistiti se non nella fantasia di M.me Blavatsky e dei suoi soci; per esempio, il nome Koot Hoomi è senza dubbio un’invenzione pura e semplice, ma, al pari delle “guide spirituali” alle quali è succeduto, è servito a mascherare abbastanza bene un’influenza reale.

    Una cosa certa è che i veri ispiratori di M.me Blavatsky, quali che siano stati, non rispondevano affatto alla descrizione che ne dà lei e, d’altro canto, il termine stesso di “Mahâtmâ” non ha mai avuto in sanscrito il significato che lei gli attribuisce, poiché questo termine in realtà designa un principio metafisico e non può essere applicato a degli esseri umani; può darsi che si finì col ri­nunciare quasi completamente all’uso di questo termine, proprio perché ci si accorse di questo equivoco.

    Per ciò che riguarda i fenomeni prodotti, a loro dire, dall’in­tervento dei “Maestri”, essi erano esattamente della stessa natura di quelli dei “clubs à miracles” del Cairo, di Filadelfia e di New York; cosa che fu ampliamente provata, nel 1884, dalla inchiesta del dr. Richard Hodgson, come vedremo più avanti.

    I “messaggi precipitati” erano costruiti da M.me Blavatsky con la complicità di un certo Domodar K. Mavalankar (un Brâhmano che ripudiò pubblicamente la sua casta) e di altri, come dichiarerà nel 1883 Allen O. Hume; questi, dopo aver cominciato a collaborare con Sinnett alla stesura del Buddismo Esoterico, si era ritirato avendo constatato le molteplici contraddizioni contenute nella presunta corrispondenza di Koot Hoomi, che doveva servire da base a questo libro; lo stesso Sinnett, d’altra parte, ha ammesso che “più i lettori conosceranno l’India, meno vorran­no credere che le lettere di Koot Hoomi siano state scritte da un nativo dell’India” [Le Monde Occulte, pp. 128-129]!

    Nello stesso periodo in cui avvenne la rottura con l’Arya Samâj si scoprì che una delle lettere in questione, riprodotta nel Mon­de Occulte pubblicato nel 1881 [p. 102 dell’ed. inglese; pp. 196-197 della traduzione francese], era semplicemente, per buo­na parte, la copia di un discorso pronunciato a Lake Pleasant, nel­l’agosto 1880, dal prof. Henry Kiddle di New York e pubblicato lo stesso mese nel giornale spiritista Banner of Light.

    Kiddle scrisse a Sinnett per chiedergli delle spiegazioni ma questi non si degnò neanche di rispondergli; nel frattempo furono fonda­te a Londra ed a Parigi delle nuove sedi della Società Teosofica. Ma lo scandalo non doveva tardare ad esplodere: nel 1883, Kid­dle, al limite della pazienza, si decise a rendere pubblica la prote­sta [Light, 1 sett. 1883 e 5 luglio 1884], che provocò immediatamente, soprattutto nella sede di Londra, numerose e clamorose dimissioni, in particolare quelle di. C.C. Massey, che ne era allora il presidente (e che fu rimpiazza­to da Sinnett), di Stainton Moses, di F.W. Percival e di Mabel Col­lins, l’autrice di Lumière sur le Sentier e di Portes d’Or [(n.a.) La questione dell’origine del Lumière sur le Sentier non è stata mai chiarita: Mabel Collins pretendeva di aver letto questo trattato “sui mu­ri di un luogo che ella aveva visitato spiritualmente” (sic) e M.me Blavatsky, dal canto suo, garantiva che il vero autore era un “Adepto” di nome Hilarion (Le Lotus, marzo 1889)].

    Il dr. George Wyld, che era stato il primo presidente della stessa sede di Londra, s’era già ritirato nel maggio 1882 perché M.me Blavatsky aveva detto in un articolo sul Théosophist: “Non vi è un Dio personale o impersonale” ed al quale egli aveva risposto, molto logicamente: “Se non vi è Dio, non vi possono essere degli insegnamenti Teo-sofisti”. Del resto, dappertutto ed in ogni epoca, numerose persone che erano entrate imprudentemente nella Società Teosofica se ne allontanarono allorché furono sufficien­temente istruiti sul conto dei suoi capi e sul valore dei suoi inse­gnamenti.

    Questi fatti determinarono, almeno momentaneamente, la sostituzione di Koot Hoomi con un altro “Mahâtmâ” di nome Morya, lo stesso che M.me Blavatsky pretese più tardi di aver incon­trato a Londra nel 1851 e con il quale anche M.me Besant dove­va entrare in comunicazione alcuni anni dopo.

    Vi erano d’altronde dei legami molto stretti e molto antichi fra Morya, M.me Blavatsly ed il colonnello Olcott, se si deve cre­dere a Leadbeater che racconta a tal proposito una storia accadu­ta qualche migliaio di anni fa in Atlantide, ove questi tre personag­gi si trovavano già insieme [L’Occultisme dans la Nature, pp. 408-409].

    Morya, che Sinnett chiamava “l’Illustre” e che M.me Blavat­sky chiamava più famigliarmente ‘“il generale”, nelle appendici alle riedizioni del Monde Occulte (non esisteva ancora al tempo della prima edizione) è stato sempre indicato solo con la sua ini­ziale; ecco la ragione che ne è stata data: “Talvolta è difficile sa­pere come chiamare i “Fratelli”, quand’anche si conoscano i loro veri nomi; meno questi si usano, meglio è, per varie ragioni, fra cui la profonda contrarietà che provano i loro veri discepoli quando tali nomi vengono usati comunemente e irrispettosamente dai bur­loni” [Le Monde Occulte, pp. 248-249, nota]. Anche M.me Blavatsky ha detto: “I nostri migliori teosofi preferiscono di gran lunga che i nomi dei Maestri non appaia­no mai in nessuno dei nostri libri” [La Clef de la Théosophie, p. 400]; ecco perché ha prevalso l’uso di parlare solamente di “Maestri” K.H. (Koot Hoomi), M. (Morya), D.K (Djwal Kûl).

    Quest’ultimo, che si dice sia la reincarnazione d’Aryasanga, un di­scepolo di Buddha, è il nuovo arrivato fra i “Mahâtmâ”, ha otte­nuto l’Adeptato” solo da recente, poiché Leadbeater dice che egli non vi era ancora giunto allorché si mostrò a lui per la prima volta [L’Occultisme dans la Nature, pp. 403-404].

    Koot Hoomi e Morya sono sempre considerati le due princi­pali guide della Società Teosofica e sembra che siano destinati ad una “condizione ancora più elevata di quella che occupano at­tualmente; di ciò ci informa Leadbeater in questi termini: “Mol­ti fra noi studiosi sanno che il Maestro M., il Grande Adepto al quale si rifanno in particolare i nostri due fondatori, è stato scel­to per essere il Manu della sesta razza-madre (quella che dovrà succedere alla nostra) e che il suo inseparabile amico, il Maestro K.H. dovrà esserne lo strumento religioso” [L’Occultisme dans la Nature, p. 381], vale a dire il Bodhisattwa.

    Nelle “Vite d’Alcyone”, di cui parleremo più tardi, Morya è designato col nome di Marte e Koot Hoomi con quello di Mercurio; Djwal Kûl è chiamato Urano ed il Bodhisattwa attuale Sûrya, nome sanscrito del sole. Marte e Mercurio sono, secondo l’insegnamento teosofista, quei pianeti psichici del sistema solare che appartengono alla stessa “catena” della terra: l’umanità terrestre si era precedentemente incarnata su Marte e dovrà incarnarsi ulteriormente su Mercurio. La scelta dei nomi di questi due pianeti, per designare rispettivamente il futuro Manu ed il futuro Bodhisattwa, sembra essere stata determinata dal seguente passo della Voix du Silence: “Guarda Migmar (Marte) allorché, attraverso i suoi veli cremisi, il suo “Occhio” accarezza la terra sonnolenta. Guarda l’aura fiammeggiante della “Mano” di Lhagpa (Mercurio) protesa con amorosa protezione sulla testa dei suoi asceti” [p. 54 della traduzione francese di Amaravella (E.J. Coulomb) - Il tradut­tore di questo libro (che d’altronde come molti altri ha finito con l’ab­bandonare la Società Teosofica) non ha niente in comune, se questo è il suo nome, con i coniugi Coulomb che M.me Blavatsky conobbe al Cai­ro e che ritroverà in India, come vedremo più avanti]! Qui, l’occhio corrisponde al cervello e la mano corrisponde al cuore; questi due centri principali dell’”Uomo Celeste” rappresentano, d’altra parte, nell’ordine delle facoltà, la memoria e l’intuizione, di cui la prima si riferisce al passato dell’umanità e la seconda al suo avvenire; queste concordanze sono almeno curiose, da segna­lare a titolo informativo ed è il caso di aggiungere che il nome sanscrito del pianeta Mercurio è Budha. A proposito di Mercurio è anche il caso di osservare che nella serie delle “Vite di Alcyone” è presentata una storia ove egli appare sotto la forma di un pescatore greco, di cui aveva preso il corpo dopo che questi fu ucciso dai barbari, con l’occasione viene citato un passo di Fenelon [Abrégé de la vie des plus illustres philosophes de l’antiquité, pubblicato nel 1823] ove è detto che il filosofo Pitagora era stato precedentemen­te il pescatore Pyrrhus e che veniva indicato come figlio di Mer­curio, e si aggiunge che “l’accostamento è interessante” [De l’an 25000 avant Jésus-Christ à nos jours, di G. Revel, p. 284]; ed in effetti doveva esserlo per i teosofisti, i quali credono fermamen­te che il loro “Maestro” Koot Hoomi sia la reincarnazione di Pi­tagora.

    I teosofisti guardano agli “Adepti” come a degli uomini viventi, ma degli uomini che hanno sviluppato in loro facoltà e poteri che possono apparire sovrumani: tale è, per esempio, la possibilità di conoscere il pensiero altrui e di comunicare direttamente ed istantaneamente, a mezzo di “telegrafia psichica”, con altri “Adepti” o con i loro discepoli, in qualunque luogo essi si trovino, e quella di trasferirsi, nella loro forma “astrale”, non solamente da una estremità all’altra della terra, ma anche su altri pianeti. Ma non basta sapere quale idea si fanno i teosofisti dei loro “Mahâtmâ”, non è quello che più ci interessa, bisogna soprattutto sapere a cosa corrisponde tutto ciò nella realtà. In effetti, allorché si dimostra quanto è grande lo spazio concesso alla frode ed al raggiro, e noi abbiamo indicato come ciò sia stato fatto, non si è ancora detto tutto intorno a questi personaggi fantastici, poi­ché sono pochi gli inganni che non poggiano sull’imitazione, o se si preferisce, sulla deformazione della realtà, ed è, d’altronde, la mescolanza del vero e del falso che, quando è fatta abilmente, li rende più pericolosi e difficile da smascherare. La celebre mistificazione di Leo Taxil fornisce a riguardo tutta una serie di esempi molto istruttivi e l’accostamento diventa spontaneo e natu­rale [D’altronde, l’idea è venuta anche ad altri (vedere un articolo di Eugéne Tavernier nel Nouvelliste du Nord et du Pas de Calais, 29 giugno 1921)] allorché si sa che, come Leo Taxil, anche M.me Blavat­sky ha finito col dichiarare di aver inventato tutto, quantunque lei lo abbia fatto con minore pubblicità ed in certi momenti di collera e di scoraggiamento. Non solo lei ha detto, in una delle sue ultime opere, che l’accusa d’aver immaginato i “Mahâtmâ” ed i loro insegnamenti, lungi dal portarle pregiudizio, fa un onore ec­cessivo alla sua intelligenza, cosa che è d’altronde contestabile, e “che quasi preferisce che non si creda ai Maestri” [La Clef de la Théosophie, pp. 395-397], ma per di più, a riguardo dei fenomeni, riscontriamo questa dichiarazio­ne di Olcott, molto precisa: “In certi giorni ella si trovava in con­dizioni tali da negare le stesse facoltà delle quali ci aveva dato le prove, le più accuratamente controllate da noi: pretendeva allora di aver abbindolato il suo pubblico!” [Estratto de Old Diary Leaves, riprodotto nel Lotus Bleu, 27 nov. 1895, p. 418]; e Olcott si domanda a questo proposito “se ella non abbia voluto talvolta beffarsi dei suoi amici”; ciò è possibilissimo, ma, è allorché mostrava loro i “fenomeni“ che si burlava di loro o quando pretendeva che fossero falsi? Comunque sia, i dinieghi di M.me Blavatsky correvano il rischio di superare la cerchia dei suoi intimi, poiché un giorno scrisse al suo compatriota Solovioff: “Io dirò e pubblicherò sul Times ed in tutti i giornali che il “Maestro” (Morya) e il “Mahât­mâ Koot Hoomi” sono solo il prodotto della mia immaginazione, che li ho inventati io, che i fenomeni sono più o meno delle appa­rizioni spiritualiste, ed avrò al mio seguito 20 milioni di spiritisti” [Lettera di febb. 1886]. Se questa minaccia non fosse bastata a produrre l’effetto voluto, nei confronti di certi ambienti presi di mira attraverso il destinatario di questa lettera, M.me Blavatsky, senza dubbio, non avrebbe esitato a metterla in atto e così la sua temeraria impresa sarebbe finita esattamente come quella di Leo Taxil; ma chi ha già usato l’inganno nell’esporre la verità in quello che ha raccontato, può benissimo ingannare ancora nel dichiararlo falso, sia per sfuggire a situazioni indiscrete, sia per altre ragioni. In ogni caso è del tutto evidente che si può imitare solo ciò che esiste: questo è quanto si può far rilevare in modo particolare a proposito dei fenomeni detti “psichici”, per i quali la stessa simulazione suppone che, almeno in quest’ordine, esista qualche fenomeno reale; allo stesso modo, se i cosiddetti “Mahâtmâ” sono stati inventati, cosa che per noi è fuori da ogni dubbio, non solo lo si è fatto perché servissero da schermo alle influenze che agivano effettivamente dietro M.me Blavatsky, ma tale invenzione è stata concepita secondo un disegno prefissato.

    I teosofisti presentano volentieri i “Mahâtmâ” come i successori dei Rishis dell’India vedica e degli Arhats del Buddismo primitivo [Le Bouddhisme Esotérique, pp. 18-24]; sugli uni e sugli altri, d’altronde, essi non sanno granché, ma l’idea del tutto sbagliata che se ne fanno ha ben potuto, in effetti, fornire qualcuno degli aspetti che essi affibbiano ai loro “Maestri”; solo che l’essenziale è derivato da ben altro, e da molto meno lontano: quasi tutte le organizzazioni iniziatiche, anche occidentali, si sono sempre richiamate a certi “Maestri”, ai quali sono state date diverse denominazioni; tali furono precisamente gli “Adepti” del Rosacrucianesimo, come pure i “Superiori Incogniti” dell’alta Massoneria del XVIII secolo. Anche qui si trat­ta solo di uomini viventi che possiedono certe facoltà trascendenti o soprannaturali e M.me Blavatsky, nonostante non avesse, certa­mente, mai avuto la benché minima relazione con i “Maestri” di questo genere, aveva potuto raccogliere su di essi più informazio­ni che sui Rishis e gli Arhats, i quali, d’altronde, non essendo mai stati considerati in alcun modo come i capi di una qualsiasi organizzazione, non potevano servire da modello ai “Mahâtmâ”. Abbiamo visto che M.me Blavatsky fu in contatto con organizza­zioni rosacruciane che, pur essendo tutte molto lontane, sotto tutti i punti di vista, dalla Rosa-Croce originale, avevano conservato determinate nozioni relative agli “Adepti”.

    D’altra parte lei conosceva diverse opere ove si trovavano alcuni dati relativi a tale questione; fra i libri da lei studiati in America insieme ad Olcott, e dei quali riparleremo, si trovano menzionati la Stella Fiammeggiante del barone Tschoudy e la Magia Adamitica di Eugenius Philalethes [Lettera di Olcott e Stainton Moses, 22 giugno 1875]. Il primo di questi due libri, pubblicato nel 1766, ed il cui autore fu il creatore di molti alti gradi massonici, contiene un “Catechismo dei Filosofi Sconosciu­ti” [Questa denominazione è quella di un grado che si ritrova in molti riti, in particolare in quello dei Philalethes; si sa che essa servì da pseudonimo a Louis-Claude de Saint-Martin] che per la maggior parte è tratto dagli scritti del Rosacruciano Sendivogius, detto anche il Cosmopolita, e che alcuni credono sia Michel Maier [(n.a.) L’identificazione di Sendivogius con Michel Maier, che d’altronde a noi sembra molto dubbia, è indicata specificatamente, senza alcuna giustificazione, da Oswald Wirth, Le Symbolisme hermetique dans ses rapports avec l’Alchimie et la Franc-Maçonnerie, p. 83]. Quanto all’autore del secondo libro, pub­blicato nel 1650, si tratta di un altro rosacruciano il cui vero nome era, dicono, Thomas Vaughan, benché fosse conosciuto sotto altri nomi in diversi paesi: Childe in Inghilterra, Zheil in America, Carnobius in Olanda [A volte è stato confuso con un altro Rosacruciano il cui pseudonimo era Ireneo Filalete; secondo alcuni questi è George Starkey, vissuto in America, secondo altri è colui il cui vero nome sarebbe stato Childe, mentre Starkey sarebbe stato un suo discepolo invece che il discepolo di Thomas Vaughan, come dicono i primi]; egli è, d’altronde, un personaggio molto miste­rioso e ciò che vi è di più curioso, è che “una tradizione pretende che egli non può ancora lasciare questa terra” [Histoire des Rose-Croix, di Sedir, p. 158 - Leo Taxil parlò della sua famosa Diana Vaughan come di una discendente di questo personaggio (vedere Lotus Bleu, 27 dic. 1895)].

    Le storie di questo genere non sono così rare come si crede e qualcuno parla di “Adepti” vissuti per molti secoli che, rivelan­dosi in periodi diversi, sembrano avere sempre la stessa età: citia­mo a mo’ d’esempio la storia del Conte di Saint-Germain che è senza dubbio la più conosciuta, e quella di Gualdi, l’alchimista veneziano; ora i teosofisti raccontano esattamente le stesse cose a proposito dei “Mahâtmâ” [Le Monde Occulte, pp. 269-270]. Non è dunque il caso di cer­care altrove l’origine di costoro, e l’idea stessa di situare la loro sede in India o nell’Asia centrale proviene dalle stesse fonti; in effetti, in un’opera pubblicata nel 1714 da Sincerus Renatus, il fondatore della “Rosa-Croce d’Oro”, è detto che i Maestri del­la Rosa-Croce sono partiti per l’India dopo un certo tempo e che in Europa non ne è rimasto più nessuno; la stessa cosa era già sta­ta riportata precedentemente da Henri Neuhaus, il quale aggiun­geva che questa partenza era avvenuta dopo lo scoppio della Guer­ra dei Trent’anni.

    Qualunque cosa si voglia pensare di tali affermazioni (alle qua­li è opportuno ricollegare quella di Swedenborg: che è ormai fra i Saggi del Tibet o in Tartaria che bisogna cercare la “Parola Per­duta”, vale a dire i segreti dell’iniziazione), è certo che i Rosa-Croce erano in contatto con delle organizzazioni orientali, soprat­tutto mussulmane ed al di là di certe affermazioni, a questo riguar­do, vi sono degli accostamenti degni di nota: il viaggiatore Paul Lucas, che percorse la Grecia e l’Asia Minore al tempo di Luigi XVI, racconta che incontrò a Brousse quattro dervisci, di cui uno che sembrava parlasse tutte le lingue del mondo (facoltà attri­buita anche ai Rosa-Croce) gli disse che faceva parte di un grup­po di sette persone che si ritrovavano ogni venti anni in una cit­tà scelta in precedenza; questi gli assicurò che la pietra filosofa­le permetteva di vivere un migliaio d’anni e gli raccontò la storia di Nicolas Flamel che si credeva morto e che invece viveva in India con la moglie [Voyage du sieur Paul Lucas por ordre du Roi dans la Gréce, l’Asie Mineure, la Macédoine et l’Afrique (1712), ch. XII].

    Noi non vogliamo esprimere opinioni circa l’esistenza dei “Mae­stri” e la realtà delle loro facoltà straordinarie, dovremmo inoltrarci in considerazioni ampie e complesse se volessimo trattare la questio­ne come conviene, dato che essa riveste una importanza capitale per tutti coloro che si interessano allo studio delle questioni massoniche ed in particolare di quella, così controversa, relativa ai “poteri occulti”; forse, un giorno, avremo occasione di ritornarci su.

    Tutto quello che abbiamo voluto indicare è che M.me Blavat­sky ha semplicemente attribuito ai “Mahâtmâ” ciò che lei sape­va o credeva di sapere, a proposito dei “Maestri”; nel far ciò in­cappò in alcuni equivoci e giunse a prendere alla lettera dei racconti che erano soprattutto simbolici; ma non dovette fare grandi sforzi di immaginazione per riuscire a comporre l’immagine di questi personaggi, che finì col relegare in una regione inaccessibile del Tibet per rendere impossibile ogni verifica.

    Dunque, ha esagerato nello scrivere a Solovioff la frase che abbiamo citato precedentemente, dato che il modo secondo il quale aveva concepito i “Mahâtmâ” non era affatto di sua inven­zione; lo aveva solo deformato a causa della sua imperfetta compren­sione, poiché la sua attenzione era rivolta soprattutto ai “feno­meni”, che, al contrario, le associazioni iniziatiche serie hanno sempre visto come una cosa molto trascurabile; per di più ella sta­biliva, più o meno volontariamente, una confusione fra questi “Ma­hâtmâ” ed i suoi veri ispiratori nascosti che non possedevano cer­tamente nessuno dei caratteri che lei attribuiva loro cosi gratuita­mente.

    In seguito, ovunque i teosofisti riscontreranno qualche allusione ai “Maestri”, nel Rosacrucianesimo o altrove, e dovunque troveranno qualcosa di analogo in quel poco che potranno sapere sulle tradizioni orientali, pretenderanno che si tratti dei “Mahâtmâ” e della loro “Gran Loggia Bianca”; ciò corrisponde propria­mente al capovolgimento dell’ordine naturale delle cose, poiché è evidente che la copia non può essere anteriore al modello.

    Questi stessi teosofisti hanno, d’altronde, cercato di utilizza­re alla stessa maniera degli elementi di provenienza molto diver­sa e talvolta inattendibili; è così che hanno potuto tenere in conto le visioni di Anna Caterina Emmerich: identificando al soggiorno misterioso dei loro “Maestri di Saggezza” il luogo, forse simbo­lico, che la religiosa westfaliana descrisse con il nome di “Monta­gna dei Profeti” [Vedere in particolare Le Théosophe, 16 febb e 1 marzo 1912, 16 ago 1913. - (n.a.) I racconti delle visioni relative alla “Montagna dei Profeti” si trovano sparsi nei tre volumi della Vie de Anne-Catherine Emmerich, di P.K.E. Schmaeger, tradotti in francese dall’abate E. de Cazalés].

    Abbiamo detto che la maggior parte dei “Maestri” si ritiene abitino nel Tibet: tali sono quelli di cui abbiamo avuto occasione di parlare fin qui e cioè quei “Maestri” tibetani che sono propriamente i “Mahâtmâ”, benché questo termine, come abbiamo fatto notare, sia un po’caduto in disuso. Secondo i teosofisti, ce ne sono, tuttavia, degli altri la cui residenza è meno lontana, al­meno da dopo che i “Mahâtmâ” si sono decisamente identificati con gli “Adepti” nel senso rosacruciano del termine; uno di loro, in particolare, soggiornerebbe abitualmente nei Balcani; anche se, per l’esattezza, il ruolo attribuitogli concerne più il Rosacru­cianesimo che il teosofismo ordinario. A questo “Maestro”, che sembra essere uno dei sette “Adepti” di cui parlava il conte Mac Gregor, si riallaccia un nostro ricordo personale: qualche anno fa, nel 1913 se non ci sbagliamo, ci fu proposto di metterci in con­tatto con lui (si trattava d’altronde di una questione con la quale, in principio, il teosofismo non aveva niente a che fare); dal mo­mento che ciò non ci impegnava per nulla, accettammo volentieri, senza peraltro farci molte illusioni sui risultati. Nel giorno che era stato fissato per l’incontro (il quale non doveva affatto avve­nire “in astrale”) si presentò solo un membro influente della Società Teosofica che, arrivato da Londra ove doveva allora trovarsi il “Maestro”, pretese che questi non avesse potuto accompagnar­lo nel suo viaggio e trovò un pretesto qualunque per scusarlo. Do­po di allora non se ne fece più niente ed apprendemmo solamente che la corrispondenza indirizzata al “Maestro” era intercettata da M.me Besant. Senza dubbio ciò non prova l’inesistenza del “Mae­stro” di cui si tratta, quindi ci guarderemo bene dal trarre da que­sta storia la minima conclusione, d’altra parte in essa si trova anco­ra mischiato, come per caso, il nome misterioso di Imperator [(n.a.) Il “Maestro” di cui si tratta è colui che i teosofisti designano abitualmente con l’iniziale R., vale a dire il conte Rackoczi (Francesco II principe di Transilvania), che loro identificano col famoso conte di Saint-Germain ed anche con Ferdinando di Hompesch, l’ultimo Gran Maestro dei Cavalieri di Malta che aveva occupato l’isola (vedere un articolo di J.I. Wedgwood, completo di foto, nel Lotus Bleu del nov. 1926 ed anche l’opera intitolata Le Christianisme primitif dans l’Evangile des Douze Saints, di E.F. Udny, che citeremo ancora in queste note)].

    La fede nei “Maestri”, soprattutto così come sono stati de­finiti da M.me Blavatsky e dai suoi successori, è in qualche modo la base stessa di tutto il teosofismo e costituisce la sola garanzia del valore dei suoi insegnamenti: essi infatti o sono l’espressio­ne del sapere acquisito attraverso i “Maestri” e da loro comunica­to o sono un ammasso di fantasticherie senza valore; così la contes­sa Wachtmeister ha potuto dire che: “se non esistessero dei Mahât­mâ o degli Adepti gli insegnamenti detti “teosofici” sarebbero falsi” [Reminiscences of H.P. Blavatsky ch. IV], mentre M.me Besant, dal canto suo, ha dichiarato formal­mente: “Senza i Mahâtmâ, la Società Teosofica è un’assurdità” [Lucifer 11 dic. 1890]. Con i “Mahâtmâ”, al contrario, la Società acquista un carattere unico, un’importanza eccezionale: “essa occupa nella vita moderna uno spazio tutto speciale, poiché la sua origine differisce totalmente da quella di tutte le istituzioni attuali” [L’Occultisme dans la Nature, p. 377], “essa è uno dei grandi monumenti della storia del mondo” [L’Occultisme dans la Nature p. 380] e “il fatto di entrare nella Società Teosofica equivale a mettersi sotto la protezione diretta delle guide supreme dell’umanità” [De l’an 25000 avant Jésus-Christ à nos jours, pp. 66-67].

    Dunque, se in certi momenti si è avuta l’impressione che i Maestri” fossero un po’ in ombra, non è men vero che essi non sono mai spariti né potrebbero sparire dal teosofismo; forse non si manifestano con dei “fenomeni” così eclatanti come all’inizio, ma nella Società si parla di loro così tanto oggi quanto ai tempi di M.me Blavatsky.

    Malgrado ciò, i membri subalterni della Società Teosofica ri­versano talvolta sui loro capi visibili la venerazione di cui solo i “Maestri” erano originariamente l’oggetto, venerazione che arriva fino ad una vera idolatria; ciò accade perché costoro sentono i “Maestri” troppo lontani e troppo inaccessibili o perché il prestigio di questi esseri straordinari si riflette su coloro che si crede siano in costante relazione con essi?

    Forse sono presenti entrambe le ragioni; si consiglia agli studiosi che desiderano mettersi in contatto con i “Maestri” di passare prima per il tramite dei loro discepoli e soprattutto della presiden­tessa della Società Teosofica: “Egli potrà - dice Wedgwood - porre il proprio spirito all’unisono con il suo (vale a dire con quello di M.me Besant) a mezzo delle sue opere, dei suoi scritti e delle sue conferenze. Egli si gioverà della sua immagine per riusci­re a raggiungere la meditazione. Ogni giorno, ad intervalli regolari, fisserà questa immagine nel suo spirito ed indirizzerà pensieri di amore, di devozione, di gratitudine e di forza” [Revue Théosophique Française, 27 genn. 1914].

    Quando parliamo di idolatria non è da credere che vi sia la minima esagerazione da parte nostra; oltre al testo precedente, ove l’impiego del termine “devozione” è già assai significativo, si potrà giudicare da questi due esempi: alcuni anni fa, in una lettera confidenziale che indirizzava ai suoi colleghi in una circostanza critica, George S. Arundale, direttore del “Central Hindu College” di Benares, chiamava M.me Besant “la futura conduttrice degli dei e degli uomini”; più recentemente, in una città del sud della Francia, alla festa del “Loto Bianco” (commemorazione della morte di M.me Blavatsky), un delegato del “Centro Apostolico” esclamava, davanti al ritratto della fondatrice: “Adoratela, come l’adoro io stesso”!

    Ogni commento sarebbe superfluo e noi aggiungeremo solo questo: per quanto assurde siano queste cose, non è il caso di meravigliarsene oltre misura, poiché, quando si sa a cosa attenersi allorché si parla di “Mahâtmâ”, si è autorizzati a concludere, per ammissione della stessa M.me Besant, che il teosofismo non è che una “assurdità”.

     

     

    CAPITOLO QUINTO

    L’AFFARE DELLA SOCIETÀ DI RICERCHE PSICHICHE

     

    L’incidente del prof. Kiddle era stato il primo colpo inferto pubblicamente alla Società Teosofica; Sinnett, che a tutta prima aveva mantenuto il silenzio su questo affare, si deciderà a presen­tare, nella quarta edizione del Monde Occulte, una spiegazione assai maldestra fornita dallo stesso Koot Hoomi: l’apparenza del plagio era dovuta, diceva questi, all’imperizia ed alla negligenza di un “chela” (discepolo regolare) che era stato incaricato di “pre­cipitare” e di trasmettere il suo messaggio e che ne aveva omesso proprio la parte che mostrava come il passo incriminato fosse solo una citazione [(n.a) A proposito della lettera di Koot Hoomi relativa all’affare Kiddle, è opportuno segnalare che M.T.A. Barker ha pubblicato, nel 1923, le lettere dei “Mahâtmâ M. e K.H.” a Sinnett, e, nel 1925, le lettere di M.me Blavatsky allo stesso Sinnett; quest’ultima pubblicazione coincise, senza dubbio intenzionalmente, con il cinquantenario della fondazione della Società Teosofica. Il primo di questi due lavori sollevò delle proteste, in particolare in seno alla sezione francese della “Chiesa cattolica libera­le”, come si vedrà in seguito; allorché venne tradotto in francese, si veri­ficò un fatto molto singolare: Barker si oppose alla pubblicazione di questa traduzione e l’intera edizione dovette essere distrutta; sembra che si fossero alterati o soppressi tutti i passi che potevano essere interpretati come una condanna anticipata delle iniziative “ecclesiastiche” del teosofismo attuale]. Il “Maestro” si vide costretto ad ammet­tere che aveva avuto l’”imprudenza” di far partire la sua lettera senza averla riletta per correggerla; sembra che fosse molto stanco; e c’è da crederlo poiché, stranamente, aveva difettato di “chiaro­veggenza” in questa occasione [Le Monde Occulte, pp. 279-284 - Vedere a questo proposito una cro­naca di Anatole France nel Temps del 24 aprile 1887 ed un’altra di Geor­ge Montorgueil nel Paris del 29 aprile 1887].

    Dopo aver ristabilito quello che doveva essere il testo integrale del messaggio ed aver presentato a Kiddle delle scuse abbastanza tar­dive, Sinnett finiva con queste parole: “Non dobbiamo rammari­carci troppo per l’incidente, poiché ha dato luogo a dei chiarimenti utili e ci ha permesso di conoscere più da vicino alcuni dettagli ricchi d’interesse, aventi rapporto con i metodi di cui talvolta si servono gli adepti per le loro comunicazioni” [Le Monde Occulte, p. 295].

    Sinnett pretese, così, di offrire le spiegazioni del sedicente Koot Hoomi sui procedimenti di “precipitazione”, ma i metodi usati realmente per queste comunicazioni erano quelli esposti nel­le dichiarazioni che Allen a Hume fece all’incirca nello stesso periodo.

    Se i fenomeni si producevano più facilmente e più abbondantemente al quartier generale della Società piuttosto che in tutti gli altri centri, le cause erano forse “il magnetismo superiore e simpatico posseduto da M.me Blavatsky e da una o due altre persone, la purezza di vita di tutti coloro che vi risiedono abitualmente e le influenze che gli stessi Fratelli vi infondono costantemente” [Le Monde Occulte, p. 245].

    La verità è che M.me Blavatsky, ad Adyar, era circondata da complici che non avrebbe potuto condurre dovunque con sè senza avallare dei sospetti: senza parlare di Olcott, vi erano dall’inizio i coniugi Coulomb, i suoi vecchi soci del “club à miracles” del Cairo, che aveva ritrovato in India poco dopo il suo arrivo; vi era anche Babula, che era stato al servizio di un prestigiatore francese e che si vanterà di aver “fabbricato e mostrato dei Mahâtmâ in mussolina”, esattamente come i falsi medium a “materializzazione”; vi erano anche molti presunti “chela”, come Damodar K. Mavalankar, Subba Rao e Mohini Mohun Chatterjee che aiutavano M.me Blavatsky a scrivere le “lettere precipitate”, come lei stessa confesserà più tardi a Solovioff [A modern priestess of Isis, p. 157].

    Infine, quando tutti questi aiuti coscienti non erano sufficienti, vi erano ancora i complici incoscienti ed involontari, come Dhabagiri Nath Bavadjî che, secondo la dichiarazione scritta da lui il 30 sett. 1892, era totalmente sotto l’influenza magnetica di M.me Blavatsky e di Damodar K. Mavalankar, credeva a tutto ciò che loro gli dicevano e faceva tutto quello che gli suggerivano di fare.

    Con un simile seguito molte cose dovevano essere possibili e M.me Blavatsky sapeva servirsene a meraviglia allorché si trattava di convertire qualcuno alle sue teorie o di trarne dei profitti più tangibili: “Adesso mia cara - scriveva un giorno alla sig.ra Coulomb parlando di un certo Jacob Sassoon - cambieremo programma; egli vuole donare dieci mila rupie se solo vedrà un piccolo fenomeno” [Some account of my intercourse with M.me Blavatsky, della sig.ra Cou­loumb].

    Ciò nonostante, la molteplicità stessa dei complici comportava alcuni inconvenienti, poiché era difficile assicurarsi la loro totale discrezione e sembra che i Coulomb non furono irreprensibili sotto questo aspetto.

    Così, vedendo che le cose andavano male, M.me Blavatsky si imbarcò per l’Europa con Olcott e Mohini Mohun Chatterjee, dopo aver formato un consiglio d’amministrazione composto dalla sig.ra Saint-George Lane Fox, dal dr. Franz Hartmann, Devân Bahadur Ragunath Rao, Srinivas Rao e T. Subba Rao; alla sig.ra Lane Fox aveva raccomandato di fare in modo di sbarazzarsi dei Coulomb.

    Ciò fu fatto con un pretesto qualunque, nel maggio 1884, al mo­mento stesso in cui M.me Blavatsky proclamava a Londra: “La mia missione è di cambiare indirizzo allo spiritualismo, di converti­re i materialisti e di provare l’esistenza dei Fratelli del Tibet” [Pall Mall Gazette, 26 aprile 1884].

    Furiosi, i Coulomb non tardarono a vendicarsi; si dice che ven­dettero a dei missionari le lettere di M.me Blavatsky che erano in loro possesso; il fatto è che queste lettere furono pubblicate poco dopo da un giornale di Madras [Christian College Magazine, sett.-dic. 1884].

    Bisogna credere che una tale risposta colpì particolarmente M.me Blavatsky, poiché lei, alle prime notizie ricevute, spedì Olcott ad Adyar per “aggiustare le cose” e scrisse a Solovioff: “Tut­to è perduto, anche l’onore. Ho spedito le mie dimissioni e mi ritirerò dalla scena. Andrò in Cina o in Tibet, al diavolo, se è il caso, ove nessuno mi troverà, ne mi vedrà, ne saprà ove io sia. Sarò morta per tutti, tranne che per due o tre amici come voi e deside­ro che si creda che io sia morta. Allora, in un paio d’anni, se la mor­te mi risparmierà, riapparirò con forza rinnovata. Ciò è stato de­ciso ed indicato dal “generale” (Morya) stesso… L’effetto delle mie dimissioni, annunciate pubblicamente da me, sarà immen­so” [A modern priestess of Isis, pp. 94-95]. Qualche giorno dopo, scriveva ancora: “Ho dato le dimis­sioni e adesso vi è lo scompiglio più terribile. Il “generale” ha disposto tale strategia ed egli sa. Naturalmente io rimango a far parte della Società ma come semplice membro e voglio sparire per un anno o due dal campo di battaglia... Desidererei andare in Cina se il Mahâtmâ lo permette, ma non ho denaro. Se si sapesse dove sono, tutto sarebbe perduto... Il mio programma è questo: che si parli di noi quanto più misteriosamente e vagamente possibile. Che i teosofi siano attorniati da un tale mistero che lo stesso dia­volo, persino con gli occhiali, sia incapace di vedere di che si trat­ti” [A modern priestess of Isis, p. 99]. Ma ella cambiò subito parere: da Parigi, ove si trovava allora, si recò a Londra per quindici giorni, poi ripartì per Adyar, ove arrivò all’inizio di dicembre del 1884.

    Ora, durante questo periodo, la Società di Ricerche Psichiche di Londra, la cui attenzione era stata attirata dalla propaganda che la Società Teosofica faceva un po’dappertutto in Europa, aveva nominato una commissione per studiare la natura dei “fe­nomeni” di M.me Blavatsky.

    Il dr. Richard Hodgson, delegato a questo compito, si recò ad Adyar, vi arrivò nel nov. 1884, e svolse una minuziosa inchiesta che durò fino all’aprile del 1885. Il risultato fu un lungo rapporto nel quale erano dettagliatamente esposti tutti i trucchi usati da M.me Blavatsky e che giungeva a questa conclusione formale: “che ella non era la intermediaria di veggenti sconosciuti al pub­blico, né una volgare avventuriera, ma che aveva conquistato il suo posto nella storia come uno dei più perfetti, dei più ingegnosi e dei più interessanti impostori, il cui nome merita di passare ai posteri” [Proceedings of the Society for Psychical Research, dic. 1885, p. 207].

    Questo rapporto non fu pubblicato che nel dic. del 1885, dopo essere stato minuziosamente esaminato dalla Società di Ricerche Psichiche che, di conseguenza, dichiarò M.me Blavatsky “colpevole di una macchinazione condotta per lungo tempo con altre persone allo scopo di produrre, con mezzi ordinari, una se­rie di apparenti meraviglie per sostenere il movimento teosofi­co”.

    Questo nuovo affare ebbe una ben più grande ripercussione che i precedenti; non solo provocò ancora molte dimissioni a Lon­dra ma fu ben presto conosciuto fuori dall’Inghilterra [Vedere Revue Scientifique, 16 aprile 1887, p. 503; Revue Philosophi­que, aprile 1887, p. 402; Revue de l’Hypnotisme, febb. 1887, p. 25] e, in­sieme ad altri incidenti che riferiremo in seguito, fu per il gruppo teosofista di Parigi la causa di una rovina quasi completa.

    Il rapporto del dr. Hodgson era sostenuto da numerosi documenti probanti, in particolare dalla corrispondenza scambiata fra M.me Blavatsky ed i Coulomb, corrispondenza di cui è impos­sibile contestare l’autenticità: Alfred Alexander, che stampò que­ste lettere, sfidò M.me Blavatsky a citarlo in giudizio [(n.a.) Alfred Alexander, che pubblicò la corrispondenza fra M.me Bla­vatsky ed i Coulomb, è lo stesso Alexander di Corfù di cui si parla nella lettera indirizzata da Peter Davidson a F.-Ch. Barlet nel 1887, da noi citata prima (nota 17 al cap. II)].

    Qualche tempo dopo, essendo stata citata dai Coulomb come testimone, in un processo da loro intentato contro un membro della Società Teosofica, il generale Morgan, M.me Blavatsky si affrettò, benché malata, a ripartire per l’Europa, lasciando questa volta Olcott ad Adyar; ciò avvenne all’inizio di aprile del 1885.

    D’altra parte, questa corrispondenza, sottoposta all’esame di due dei più abili esperti d’Inghilterra, fu riconosciuta autentica, e come tale la riconobbe anche Massey, l’antico presidente del gruppo di Londra che, al tempo dell’affare Kiddle, aveva scoperto che l’arrivo delle “lettere precipitate” a casa sua era dovuto all’a­bilità di una domestica al soldo di M.me Blavatsky [Daily Chronicle, di Londra, 17 e 28 sett. 1893: Religio-Philosophical Journal, di Chicago, giugno 1885, articolo di William Emmett Coleman]. Aggiungia­mo che gli esperti inglesi esaminarono anche le diverse lettere dei “Mahâtmâ”, che il dr. Hodgson aveva potuto farsi recapitare, ed affermarono che erano opera di M.me Blavatsky e di Damodar K. Mavalankar, cosa che concorda perfettamente con le diverse dichiarazioni che abbiamo già riportato; del resto Mavalankar lasciò Adyar nello stesso periodo di M.me Blavatsky e si pretese che fos­se partito per il Tibet [(n.a.) Sembra che un esperto calligrafo abbia espresso un giudizio contrario a quello dei suoi colleghi ed abbia affermato che la scrittura di M.me Blavatsky non aveva niente in comune con quella dei “Maestri”; noi ignoravamo questo fatto al momento della prima edizione, altrimenti non lo avremo “passato sotto silenzio”, come ci è stato rimproverato; ciò, d’altra parte, non prova gran che, soprattutto quando si sa come siano frequenti le divergenze di questo tipo. L’incidente Massey è stato riportato dallo stesso Sinnett nei The Early Days of Theosophy in Europe, pp. 69-71 (vedere anche M.me Blavatsky and the Jubilee of Theosophy, di P. Herbert Thurston, nel The Month, genn. 1926)].

    Abbiamo appena detto che M.me Blavatsky era sofferente al mo­mento della sua partenza;. ella approfittò di questa circostanza per condurre con se il dr. Hartmann, che teneva ad allontanare da Adyar poiché il suo ruolo era stato molto equivoco; ella lo accusò net­tamente persino di aver fatto il doppio giuoco e di aver fornito del­le armi ai suoi avversari. “Quest’uomo orrendo - scriveva parlan­do di lui - mi ha fatto più male con la sua difesa e spesso con la sua furberia, che i Coulomb con le loro franche menzogne… Un giorno mi difese in alcune lettere indirizzate a Hume e ad al­tri teosofi ed insinuò tali infamie che tutti i suoi corrispondenti si rivoltarono contro di me. È lui che ha cambiato da amico in nemico il dr. Hodgson, il rappresentante inviato dalla Società psi­chica di Londra per indagare sui fenomeni in India. È un cinico, un mentitore, astuto e vendicativo; la sua gelosia per il Maestro (sic) e la sua invidia per chiunque riceveva dal Maestro la minima attenzione sono semplicemente ripugnanti... Attualmente ho potuto sbarazzarne la Società consentendo a prenderlo con me col pretesto che è medico. La Società e Olcott per primo, ne sono così spaventati che non hanno osato espellerlo. Egli ha fatto tutto ciò con l’intenzione di dominarmi, di carpirmi tutto quello che so e di non farmi acconsentire a che Subba Rao scrivesse la Dottri­na Segreta, per poterla scrivere lui stesso, sotto la mia direzione. Ma egli si è illuso fortemente. Io l’ho portato qui e gli ho detto che per adesso non scriverò la Dottrina Segreta ma che scriverò per delle riviste russe e mi sono rifiutata di insegnargli una sola pa­rola di occultismo. Vedendo che mi ero ripromessa di mantenere il silenzio e di non insegnargli niente, alla fine è partito. Senza dubbio si metterà a diffondere delle menzogne sul mio conto in seno alla Società tedesca, ma ciò, adesso, mi è indifferente, lasciate che men­ta” [Lettera datata Napoli 23 maggio 1885].

    In verità, bisogna convenire che questi apostoli della “fraterni­tà universale” hanno una maniera del tutto bizzarra di compor­tarsi fra loro!

    I fatti che hanno dato luogo a queste accuse di M.me Blavat­sky sono, d’altronde, abbastanza oscuri: Hartmann, per ordine dei “Mahâtmâ”, aveva preparato una risposta al rapporto Hodg­son, ma, avendo il generale Morgan minacciato di sollevare dei problemi perché vi si trovava il suo nome, Olcott fece distrugge­re questo lavoro [Le Lotus, marzo 1889, p. 708]; il ruolo di questo Morgan, generale dell’ar­mata delle Indie, è ancora un tantino enigmatico.

    Hartmann ebbe la sua rivincita qualche anno dopo, nel 1889, facendo pubblicare (e ci si domanda come vi riuscì) dalla rivista teosofica Lucifer, organo personale di M.me. Blavatsky, una novella intitolata L’Image parlante d’Urur che era, sotto il velo di una tra­sparente allegoria, una implacabile satira della Società e dei suoi fondatori (Urur è il nome di una località vicina ad Adyar).

    A sentire M.me Blavatsky tutto ciò accadeva per colpa della stessa Società da lei fondata, i cui membri non avevano cessato di chiederle delle meraviglie: “È il “Karma” della Società Teosofica - diceva alla contessa Wachtmeister - che ricade su di me. Io sono il capro espiratorio; sono destinata a sopportare tutte le colpe della Società... Oh, fenomeni maledetti, che ho solamente prodotti per compiacere dei particolari amici e per istruire quel­li che mi circondavano!... La gente mi tormentava continuamente. Era sempre “Oh! Materializzate questo”... ”Fatemi sentire i campanelli astrali” e così di seguito. E dal momento che mi di­spiaceva deluderli, esaudivo le loro richieste; adesso mi tocca pian­gerne le conseguenze”.

    “Questi fenomeni maledetti - scriveva più tardi - hanno distrutto la mia reputazione, ma ciò è poca cosa ed io l’accetto prontamente, ma hanno anche distrutto la Teosofia in Europa… I fenomeni sono la maledizione e la rovina della Società” [Reminiscences of H.P. Blavatsky, a cura della contessa Constance Wacht­meister, ch. IV... VIII... IX].

    Comunque sia, per quanto M.me Blavatsky fosse stata sfortu­nata allora, è da supporre che se i suoi “fenomeni” fossero stati di buona lega, lei non avrebbe mancato, al suo ritorno in Europa, di chiedere di riprodurli davanti alla Società di Ricerche Psichiche, il cui giudizio definitivo non era stato ancora espresso, in quel periodo, ed alla quale, d’altronde, appartenevano molti membri della sezione teosofica di Londra [Lo stesso Myers, suo presidente e fondatore, appartenne per tre anni alla Società Teosofica]; ma lei si guardò bene dal sollecitare tale esperienza, che pure avrebbe costituito la sola risposta valida da dare ai suoi accusatori. Invece si limitò a dire che “se non fosse stata trattenuta” e “se non vi fossero degli argomenti sui quali ella aveva giurato di non rispondere giammai”, avrebbe trascinato costoro in tribunale ed avrebbe tacciato di “menzogne”, ora che ne era lontana, le rilevazioni dei Coulomb [Vedere la protesta, datata 14 genn. 1886, che fece inserire in un opuscolo di Sinnett intitolato The Occult World phenomena and the S.F.P.R. Vedere anche un articolo intitolato Juges ou calomniateurs? Che pubblicò più tardi sul Lotus (giugno 1887)]; anzi, i fenomeni, poco dopo, cessarono completamente, contrariamen­te a come s’erano prodotti in abbondanza durante il suo soggiorno in Europa nel corso dell’anno precedente [Reminiscences of H.P. Blavatsky, ch. VIII].

    A questo proposito facciamo notare che alcuni credono che oggigiorno non esista più, nel teosofismo, il problema di questi fenomeni occulti che ebbero un così grande ruolo agli inizi, sia perché si è finito col disinteressarsi del loro studio, sia perché es­si non servivano, in fondo, che ad attirare degli aderenti (M.me Blavatsky stessa attribuiva loro un tale ruolo, secondo quanto rife­risce la contessa Wachtmeister) [Vedere Le Monde Occulte, postfazione del traduttore, pp. 327-349], per cui ormai si può fare a meno di ricorrervi.

    In realtà, se le disavventure di M.me Blavatsky posero fine alle esibizioni eclatanti, perché esse avevano mostrato, fin trop­po, come certe imperizie siano pericolose per la reputazione dei loro autori, i teosofisti hanno, non di meno, continuato a preoc­cuparsi dello “sviluppo dei poteri latenti nell’organismo umano”, e tale è, a tutt’oggi, lo scopo essenziale della “sezione esoterica”, chiamata anche “Scuola Teosofica Orientale”. Ecco un passo trat­to dalla dichiarazione di principi della Società Teosofica (molto diversa dalla prima dichiarazione di New York) che ne fornisce la prova: “La Società Teosofica ha per scopo: 1° di formare il nucleo di una fraternità universale, senza distinzione di sesso, colore, razza, rango, credo né partito; - 2° di incoraggiare lo studio delle letterature, religioni e scienze ariane ed orientali; - 3° di ap­profondire le leggi inesplicate della natura e dei poteri psichici latenti nell’uomo. I due primi punti sono essoterici e si basano sull’unità della Via e della Verità oltre tutte le differenze di for­me e di epoche. Il terzo punto è esoterico ed è basato sulla possi­bilità di realizzare questa unità e di comprendere questa verità”.

    Del resto, per convincersi che ancora oggi è così, non si ha che da esaminare le opere di Leadbeater, ove non si parla che di “chiaroveggenza”, di manifestazioni di “Adepti”, di “elementa­li” ed altre entità del “mondo astrale”, e tutto questo lo si trova anche nelle opere più recenti. Certamente queste cose non hanno, di per sè, che un interesse assai limitato, ma i teosofisti non le giu­dicano in tal modo, essi hanno il più vivo interesse per la maggior parte di esse ed addirittura non si interessano a niente altro; in tutti i casi, queste cose, rispetto alle teorie, anche le meno elevate, hanno il grande vantaggio di essere alla portata di tutte le intelli­genze e di poter offrire qualche apparente soddisfazione agli spiri­ti più grossolani ed alle menti più limitate [Un Indù ci diceva un giorno, parlando di Leadbeater: “He is one of the most corse-minded man I ever knew”]:

    Vi sono delle persone che pensano che la “sezione esoterica” non esista più, ma ciò non è vero; la verità è che, per operare un cambiamento, se ne è fatta un’organizzazione nominalmente se­parata dalla Società, ma nondimeno sottoposta sempre alla medesi­ma direzione.

    D’altra parte, si è ritenuto opportuno sopprimere i segni di riconoscimento che erano un tempo in uso fra i membri della Socie­tà Teosofica, ad imitazione della Massoneria e di molte altre socie­tà segrete, segni che, comunemente e a torto, vengono considerati come costituenti i tratti caratteristici ed essenziali di tutte le so­cietà segrete. Diciamo a torto, poiché sappiamo che vi sono, soprat­tutto in oriente, alcune organizzazioni, che sono proprio fra le più impenetrabili di tutte, che non fanno uso di alcun mezzo e­steriore di riconoscimento; ciò è ignorato, forse, dai teosofisti e la loro organizzazione non può essere, in alcun modo, comparata a queste ultime; ma noi intendiamo semplicemente indicare co­me la soppressione dei segni di riconoscimento non prova assolu­tamente niente e che non vi si può attribuire alcuna importanza, tanto più che questi segni, contrariamente a quanto si verifica al­trove, per esempio nella Massoneria, non potevano avere, in una società di così recente creazione, il minimo valore simbolico tra­dizionale.

     

     

    CAPITOLO SESTO

    M.ME BLAVATSKY E SOLOVIOFF

     

    Al suo ritorno in Europa, M.me Blavatsky va a risiedere su­bito in Germania, a Wurtzbourg, ove avverranno dei fatti che è interessante raccontare.

    M.me Blavatsky aveva invitato Solovioff a passare un po’di tempo con lei, promettendo di insegnarli tutto e di mostrargli quan­ti fenomeni avrebbe voluto [A modern priestess of Isis, p. 138]; ma Solovioff non si fidava ed ogni qualvolta ella tentò qualcosa venne colta in flagrante frode, ades­so tanto più facilmente dal momento che aveva l’aiuto del solo Bavadjî, il quale l’aveva accompagnata nel suo viaggio insieme al dr. Hartmann e ad una certa sig.na Flynes.

    Nel sett. 1885, Bavadjî; di passaggio da Parigi, dichiarò alla sig.ra Emilie de Morsier, allora segretaria della sezione parigina e che doveva ben presto dimettersi, che: “M.me Blavatsky, sapendo di poter conquistare Solovioff solo con l’occultismo, gli promet­teva sempre di insegnarli nuovi misteri” e talvolta si domandava “Ma che posso dirgli ancora? Bavadjî aiutami, trova qualcosa; io non so più cosa inventare”. La sig.ra de Morsier annotò queste dichia­razioni e, un po’più tardi, le fece pervenire con la sua firma a Solo­vioff; questi, al suo ritorno, nel 1892, pubblicò il resoconto di tut­to ciò che aveva visto, insieme alle lettere di M.me Blavatsky ed alle confidenze orali che questa gli aveva fatto, in una serie di articoli che, in seguito, furono raccolti in volume e tradotti in in­glese dal dr. Leaf, sotto il titolo A modern priestess of Isis; questa traduzione apparve sotto gli auspici della Società di Ricerche Psi­chiche [(n.a.) Ci è stato rimproverato di aver fatto ampio uso di ciò che è sta­to definito “il pamphlet di Solovioff, A modern priestess of Isis, opera di un uomo che abusò indegnamente della confidenza che M.me Blavatsky gli aveva accordato”. Rispondiamo a costoro che Solovioff fu, quanto meno, un filosofo di valore, forse il solo che la Russia abbia avuto, e che delle persone che lo hanno conosciuto molto bene ci hanno garantito che la sua onestà intellettuale era al di sopra di ogni sospetto; talvolta gli si è rimproverata la sua tendenza, tutta slava, ad un certo misticismo, ma non è certo da parte teosofista che gli si può seriamente indirizzare un tale rimprovero].

    Un giorno Solovioff trovò Bavadjî immerso in uno stato ipnotico, che scriveva penosamente qualcosa in russo, lingua che ignorava completamente; era un preteso messaggio dettato da un “Mahât­mâ”, ma per sfortuna vi si insinuò un grosso errore: a causa dell’o­missione di alcune lettere, una frase come questa: “Beati coloro che credono” era diventata “Beati coloro che mentono” [In inglese “Blessed are they that lie” al posto di “Blessed are they that believe”; sembra che un simile giuoco di parole possa prodursi anche in russo]; vedendo ciò, M.me Blavatsky diventò veramente furiosa e pretese che Bavadjî fosse rimasto vittima dello scherzo di un “elementale” [A modern priestess of Isis, p. 147].

    Un’altra volta, un’involontaria mancanza di M.me Blavatsky rivelò a Solovioff il segreto del “campanello astrale”: “Un giorno che la sua famosa campanella d’argento si fece sentire, improvvi­samente cadde un oggetto sul pavimento, accanto a lei. Io mi ap­prestai a raccoglierlo. Era un piccolo pezzo d’argento, finemente lavorato e sagomato. Helena Petrowna cambiò subito contegno e mi strappò l’oggetto dalle mani. Io tossii in maniera significativa e portai la conversazione su un argomento diverso” [A modern priestess of Isis, p. 149].

    Un altro giorno ancora, Solovioff trovò in un cassetto un pacchetto di buste cinesi, esattamente uguali a quelle nelle quali e­rano contenute abitualmente le pretese lettere dei “Maestri” [A modern priestess of Isis, p. 152].

    Solovioff finì col dichiarare a M.me Blavatsky che era tempo di smetterla con tutta questa commedia e che lui già da tempo si era convinto della falsità dei fenomeni; ma per sollecitare le sue confidenze, aggiunse: “Recitare il ruolo da voi giuocato, farvi seguire dalla folla, interessare gli studiosi, fondare società in terre lontane, creare un movimento come questo! Perché dunque sono attratto da voi contro la mia volontà? Nella mia vita non ho mai incontrato una donna cosi straordinaria come voi e sono sicuro di non incontrarne più un’altra.” Sì, Helena Petrowna, io vi ammiro come una vera forza”.

    M.me Blavatsky, presa da queste lusinghe, rispose: “Non è per caso che ci siamo incontrati... Olcott è utile al suo posto, ma generalmente si comporta come un asino (sic). Quante volte si è disinteressato di me, quanti dispiaceri mi ha causato la sua incura­bile stupidità! Se solo voleste venirmi in aiuto, insieme stupirem­mo il mondo, avremmo tutto in mano nostra” [A modern priestess of Isis, pp. 153-154]. Fu allora che Solovioff si fece indicare i veri autori delle lettere di Koot Hoomi; si fece anche mostrare il campanello magico che lei dissimulava sotto lo scialle, ma non volle fargli esaminare il meccanismo. Per concludere questo colloquio, M.me Blavatsky gli disse: “Preparate il terreno affinché io possa lavorare in Russia; credevo di non poter­vi mai più tornare, ma adesso sarà possibile. Alcune persone fanno laggiù tutto ciò che possono, ma ora voi potrete fare di più. Scrivete di più, esaltate la Società Teosofica, stimolate l’interesse, crea­te le lettere russe di Koot Hoomi, io vi darò tutto il necessario per far ciò” [A modern priestess of Isis, p. 158].

    Solovioff avrebbe sicuramente potuto rendere a M.me Blavat­sky i servigi che gli chiedeva, poiché era figlio di uno storico cele­bre e scrittore lui stesso, ed occupava una buona posizione alla Corte di Russia; ma, lungi dall’accettare, si congedò da lei due o tre giorni dopo e partì per Parigi, ripromettendosi di non tenta­re alcunché in suo favore, sia presso gli ambienti letterari ed i gior­nali russi, sia presso la Società di Ricerche Psichiche, il cui rappor­to era allora in corso di stampa.

    Dopo un po’di tempo, M.me Blavatsky scrisse a Solovioff la lettera della quale abbiamo riportato dei brani, in cui, pensan­do che il destinatario l’avrebbe resa nota a qualche membro della Società, minacciava di proclamare pubblicamente l’inesistenza dei “Mahâtmâ” ed in cui si dilungava troppo sulla sua vita priva­ta che, in fondo, non interessava a nessuno.

    Alcuni giorni più tardi scriveva ancora un’altra lettera, suppli­cando il suo compatriota di non “tradirla”; per tutta risposta Solovioff indirizzerà, il 16 febb. 1886, le sue dimissioni, a Oakley, segretario della Società di Adyar, con la seguente motivazione: “M.me Blavatsky ha voluto approfittare del mio nome e mi ha fatto firmare e pubblicare il resoconto di un fenomeno ottenuto con la frode nel mese di aprile del 1884”. Era, d’altronde, abitu­dine di M.me Blavatsky agire così e lei pensava di avere in pugno le sue vittime per mezzo delle loro firme: “Mi credete - aveva detto a Solovioff - se vi dico che non ho mai incontrato, né prima né dopo la fondazione della Società Teosofica, più di due o tre persone capaci di guardare, esaminare e scoprire ciò che accade­va intorno a loro? È semplicemente sorprendente. Almeno nove persone su dieci sono totalmente prive di facoltà di osservazione e della capacità di ricordare esattamente ciò che è accaduto alcu­ne ore prima. Molte volte si è verificato che sono stati redatti dei verbali relativi a dei fenomeni, sotto la mia direzione e la mia re­visione! Le persone più innocenti e più coscienziose, persino de­gli scettici, come quelli che mi sospettano attualmente, hanno firmato chiaro e tondo come testimoni, in calce ai verbali; ed io sapevo sempre che ciò che era accaduto non era per nulla rispon­dente a quello che era riportato in tali verbali” [A modern priestess of Isis, p. 157].

    Se Solovioff, come molti altri, aveva sottoscritto tali verbali, vi erano state tuttavia alcune eccezioni; in effetti ecco ciò che il dr. Charles Richet scrisse a Solovioff il 12 marzo 1893: “Ho conosciuto M.me Blavatsky a Parigi nel 1884, per mezzo della sig.ra de Barrau... Quando vi ho visto, mi avete detto “Riservatevi il giudizio, ella mi ha mostrato delle cose che mi sono sembrate stu­pefacenti, la mia opinione non è ancora definita, ma credo che sia una donna straordinaria, dotata di poteri eccezionali. Aspet­tate e vi darò le più ampie spiegazioni”. Io ho atteso e le vostre spiegazioni sono state assai conformi a ciò, che supponevo fin dal­l’inizio cioè che lei era senza dubbio una mistificatrice, sicuramen­te molto intelligente ma la cui buona fede era dubbia. Allora sono incominciate le discussioni su ciò che la Società inglese di Ricerche Psichiche ha pubblicato ed il dubbio non è stato più possibile. Que­sta storia sembra molto semplice. Lei era abile, scaltra, faceva degli ingegnosi giuochi di destrezza e, di primo acchito, ci ha fuorviato. Ma sfido a citare una sola mia riga, stampata o manoscritta, che non affermi se non un forte dubbio ed una prudente riserva. A dire il vero non ho mai creduto seriamente ai suoi poteri, poiché in termini di esperienza, la sola vera realtà che io possa ammettere, lei non mi ha mai mostrato nulla di convincente” [Sembra tuttavia, a dire di M.me. Blavatsky, che Solovioff e la sig.ra de Barrau avessero convinto il dr. Richet, allora direttore della Revue Scien­tifique, ad aderire alla Società Teosofica (Lotus, giugno 1887, p. 194); allorché egli in seguito si volse contro M.me Blavatsky questa lo trattò da “stregone incosciente” (id. ott-nov. 1888, p. 389). (n.a.) - Sulla sig.ra de Barrau vedere Le Spiritisme del dr. Paul Gibier, p. 110; nello stesso libro, pp. 328-329, è sempre lei ad essere indicata, con le sole iniziali, come partecipante a molte “sedute” del medium Slade. Vedere anche Errore dello Spiritismo, pp. 83 e 87 (ed. francese), sulla mistificazione di cui fu vittima il dr. Richet, a villa Carmen ad Algeri].

    Sarebbe stato meglio che il dr. Richet avesse sempre continuato a dar prova di prudenza e di perspicacia come in quel periodo; ma anche lui, un po’più tardi, fini col sottoscrivere dei verba­li di fenomeni medianici che valevano bene quelli di M.me Blavat­sky e di “materializzazioni” del tutto simili a quelle di John King ed ai “Mahâtmâ in mussolina” di Babula.

    Le informazioni di Solovioff confermanti i rapporti di Hodg­son provocheranno le dimissioni della sig.ra de Morsier, di Jules Baissac e di altri membri fra i più seri della sezione parigina Isis [(n.a.) Dobbiamo rettificare una piccola inesattezza in cui siano incappati: la prima sezione parigina della Società Teosofica, fondata nel 1884, non portava fin dall’inizio il nome di Isis; è solo nel 1887, dopo le dimis­sioni della sig.ra de Morsier e degli altri, che fu ricostituita con questo nome. Vi erano, d’altronde, in quegli anni così tanti scioglimenti e rior­ganizzazioni che è molto difficile raccapezzarsi; noi abbiamo dato solo dei resoconti sommari sulle dispute che ebbero luogo in quell’epoca fra i teosofisti francesi; di esse si possono trovare dei dettagli del tutto edi­ficanti sulla rivista Lotus], che era stata organizzata nel 1884 sotto la presidenza di un vecchio membro della Comune, Louis Dramard, amico intimo di Benoît Malon e suo collaboratore nella Revue Socialiste [La Revue Socialiste fu particolarmente raccomandata ai teosofisti nel Lucifer, 15 maggio 1888, p. 229]; per cui questa sezione non tarderà a sciogliersi e Dramard ne attri­buirà la causa alle mene dei “clericali” [Lettera dell’8 marzo 1886, pubblicata nel Lotus Bleu del 7 sett. 1890. È lo stesso Dramard che scriverà in un’altra lettera: “Non ci può venire niente di buono dal Cristianesimo, per quanto cammuffato possa essere” (Le Lotus, genn. 1889, p. 633)].

    Un po’più, tardi venne costituita un’altra sezione al posto del­l’Isis, a cui venne dato il titolo distintivo di Hermes, se ne occupò Arthur Arnould [Arthur Arnould aveva preso, non sappiamo perché, lo pseudonimo di Jean Mattheus, che era il nome di un negoziante di Rouen che era stato nomi­nato, nel 1786, Gran Maestro Provinciale dell’“Ordine Reale di Scozia” per la Francia], vecchio “comunardo”anche lui (così come Edmond Bailly, l’editore delle pubblicazioni teosofiste); all’inizio, fra i suoi membri si annoverò il dr. Gerard Encausse (Papus), che ne era il segretario, e molti occultisti della sua scuola [Papus ed alcuni altri avevano già lasciato precedentemente l’Isis (Le Lotus, luglio 1888), ma non la Società Teosofica]. Ma nel 1890, in seguito ad una controversia le cui cause non sono mai state completamente chiarite, Papus ed i suoi seguaci si dimi­sero o furono espulsi; Papus stesso pretese, dopo che aveva già dato le dimissioni, di aver appreso dei fatti particolarmente gra­vi che lo avrebbero indotto a chiedere la sua espulsione [Le Voile d’Isis, 11 e 18 febb. 1891].

    Comunque sia, quest’affare provocò anche la fine dell’Hermes, che fu decisa l’8 sett. 1890 ed un’altra riorganizzazione ebbe luo­go quasi subito; la nuova sezione, chiamata Le Lotus, fu ugualmen­te presieduta da Arthur Arnould, “sotto l’alta direzione di M.me Blavatsky”, ma dovette essere trasformata a sua volta, nel 1892, in “Loggia Ananta.

    In seguito i teosofisti accuseranno, a più riprese, gli occulti­sti francesi di “fare della magia nera”; i loro avversari risponderan­no rinfacciando loro la “boria” e l’”ebrezza mentale”. Del resto, le dispute di questo genere sono lontane dall’essere rare fra le di­verse scuole che si possono chiamare “neo-spiritualiste” e sono quasi sempre di una violenza e di un’asprezza inaudite; come abbia­mo già fatto notare precedentemente, tutta questa gente che pre­dica la “fraternità universale” farebbe bene ad incominciare a dar prova di sentimenti un po’più “fraterni”, proprio nei rapporti che intercorrono fra loro [Vedere Traitè methodique de Science Occulte, di Papus, pp. 997-998, 1021-1022 e 1061].

    Per ciò che concerne l’accusa di “magia nera” essa è quella che i teosofisti sostengono più abitualmente, e quasi indistintamente, contro tutti quelli che ritengono loro nemici o loro concorrenti; abbiamo già visto formulare quest’accusa contro i membri dell’”Or­dine della Rugiada e della Luce” e troveremo un altro caso più a­vanti, questa volta in una disputa fra teosofisti. D’altronde, M.me Blavatsky stessa fu la prima a dare l’esempio di una tale abitudi­ne, poiché nelle sue opere fece, di frequente, allusione ai “magi neri” che chiamava anche Dougpas e “Fratelli dell’Ombra” e che opponeva agli “Adepti” della “Gran Loggia Bianca”.

    In realtà i Dougpas sono, in Tibet, i Lama rossi, vale a dire i Lama del rito primitivo, anteriore alla riforma di Tsong-Khapa; i Lama gialli, quelli del rito riformato, sono chiamati Gelougpas e non vi è alcun antagonismo fra gli uni e gli altri. Ci si può doman­dare perché M.me Blavatsky avesse rivolto ai Dougpas un tale astio; forse, molto semplicemente, lei aveva fallito in qualche tentati­vo per entrare in relazione con costoro e ne aveva riportato un grande risentimento; questa è almeno, senza voler affermare nul­la in maniera certa, la spiegazione che ci sembra più verosimile e, d’altronde, la più conforme al carattere collerico e vendicativo che i suoi migliori amici non hanno potuto fare a meno di riconoscere alla fondatrice della Società Teosofica.

     

     

    CAPITOLO SETTIMO

    IL POTERE DI SUGGESTIONE DI M.ME BLAVATSKY

     

    Malgrado tutto ciò che si è potuto dire contro M.me Blavat­sky, resta il fatto che ella avesse una certa abilità, al pari di una certa capacità intellettuale, senza dubbio molto relativa, ma che sembra faccia totalmente difetto ai suoi successori; con costoro, in effetti, l’aspetto dottrinale del teosofismo ha finito sempre più col passare in secondo piano, per far posto a delle enfasi sentimen­tali della più deplorevole banalità.

    Ciò che non si può neppure contestare alla fondatrice della Società Teosofica è uno strano potere di suggestione, in qualche modo di fascinazione, che ella esercitava sul suo seguito e che si compiaceva talvolta di sottolineare con i termini più spiacevoli per i suoi discepoli: “Voi vedete quanto sono folli -diceva a proposito di Judge che digiunava ed aveva le visioni - ed in che modo io li meno per il naso” [Lettera datata New York, 15 giugno 1877].

    Abbiamo già visto come, più tardi, stimasse Olcott, la cui stu­pidità non doveva essere tuttavia più “incurabile” di quella di tan­ti altri, ma che si comportava talvolta maldestramente nell’eser­citare le funzioni presidenzali, che lei gli aveva affidato per tener­si al riparo, e che tremava davanti a tutti coloro che, come Franz Hartmann, conoscevano troppo bene i retroscena della Società [(n.a.) Alla fine di un articolo apparso nel Lotus del febb. 1889 (vedere anche la nota 6 al cap. VIII) F.K. Gaboriau si rivolgeva ad Olcott in que­sti termini: “Credetemi, caro signore, non mi costringete a ricordarvi la piccola scena famigliare svoltasi il 2 e l’8 ottobre 1888 a Londra, fra voi, M.me Blavatsky e me. Quel giorno voi abbassaste la testa sotto la sferzante violenza dell’amazzone che tratta gli uomini alla stregua degli animali. Sembra che dimentichiate come gli Adepti vi abbiano piazzato all’ingresso della baracca per battere la grancassa e fare due o tre capriole; non fate finta di non capire e non esagerate nella parte”].

    Nel corso delle sue confidenze a Solovioff, M.me Blavatsky disse anche: “Che si deve fare quando, per governare degli uomini, oc­corre ingannarli; quando, per persuaderli a lasciarsi guidare ove volete, dovete loro promettere e mostrare dei balocchi!... Sup­ponete che i miei libri ed il Théosophist fossero mille volte più interessanti e più seri, credete che avrei avuto il più piccolo suc­cesso, in un qualunque posto, se dietro a tutto ciò non vi fossero stati i “fenomeni”?... Sapete che, quasi immancabilmente, più un fenomeno è semplice e grossolano, più probabilità ha di riuscire?... La grande maggioranza degli individui che si considerano, e che gli altri considerano, capaci è inconcepibilmente sciocca. Se solo sapeste quanti leoni ed aquile, in tutti gli angoli del mondo, si sono trasformati in asini ad un mio fischio, e come hanno mosso le loro grandi orecchie con obbedienza al momento che forzavo la nota!” [A modern priestess of Isis, p. 154-157].

    Queste espressioni sono del tutto tipiche della mentalità di M.me Blavatsky e definiscono magnificamente il vero ruolo dei “fenomeni”, che furono sempre i principali elementi di successo del teosofismo in certi ambienti e che contribuirono fortemente a far vivere la Società... e i loro capi.

    Comunque, come ha riconosciuto Solovioff, “M.me Blavatsky era dotata di una sorta di magnetismo che attirava con forza irresistibile” [A modern priestess of Isis, p. 220]; lui stesso, seppure alla fine si liberò da questa influen­za, non vi si era sempre sottratto completamente, giacché aveva sottoscritto almeno uno dei famosi verbali che la sig.ra de Morsier, con la più completa buona fede, redigeva “sotto la direzione e la revisione” di M.me Blavatsky.

    Arthur Arnould ha dichiarato anche che “la sua forza di sugge­stione era formidabile”; raccontava a tal proposito che spesso a Lon­dra lei era arrivata a dire a qualcuno “Guardate sulle vostre ginoc­chia” e quello guardando scorgeva, spaventato, un enorme ragno; allora lei, sorridendo, diceva: “Questo ragno non esiste, sono io che ve lo faccio vedere”. Olcott, da parte sua, ha scritto nel suo Old Diary Leaves: “Nessuno riusciva a suggestionare meglio di lei, quando voleva; e lei lo voleva allorché desiderava coinvolgere qual­cuno nella sua attività pubblica. Allora diventava dolce e carezzevole, dava ad intendere all’interessato che lo riteneva come il migliore, se non l’unico, amico… Non saprei dire se fosse leale... Noi eravamo per lei, credo, niente di più che delle pedine in una partita a scacchi, poiché non aveva amicizie sincere” [(n.a.) Nel 1922, i teosofisti hanno pubblicato un opuscolo intitolato Théo­sophie et Théosophisme a firma di Paul Bertrand (pseudonimo di Georges Meautis, professore all’Università di Neuchâtel e presidente della “Società svizzera di Teosofia”), che voleva essere una risposta al nostro libro; l’autore rilevava alcune pretese inesattezze contenute nelle sole prime cento pagine, senza che ci sia possibile capire la ragione di tale arbitraria limitazione. Con queste note abbiamo già risposto alla maggior parte delle critiche formulate in tale opuscolo, che è certo la più pietosa difesa che si possa immaginare e di cui i teosofisti non hanno veramente motivo di andare fieri; vi sono delle “rettifiche” della più vuota goffaggine, come quella che concerne il passo del Old Diary Leaves di Olcott, da noi citato nel testo. Si è preteso che avessimo “completamente snaturato” il senso di tale pas­so, che veniva invece riportato per intero nella traduzione francese del libro, in tre volumi, dal titolo Histoire authentique de la Societe Théosophique: “H.P.B. aveva innumerevoli amici, ma li perdeva spesso e li vedeva mutar­si in accaniti nemici. Quelli più affascinanti di lei, come lei stessa avrebbe voluto essere, li voleva sempre vicino, allorché cercava di attirare qualcu­no nell’organizzazione teosofica; il suo tono ed i suoi modi carezzevoli persuadevano questi ultimi, che lei considerava come i suoi migliori, se non gli unici, amici. Queste cose le scriveva anche e credo di poter indicare dei nomi di donne che sono in possesso di lettere ove lei afferma che costoro saranno i suoi successori nella Società Teosofica, così come scriveva a molti uomini definendoli “i soli veri amici e riconosciuti discepoli”. Io possiedo un certo numero di attestazioni di questo genere che consideravo come dei tesori preziosi, fino al giorno in cui mi accorsi, confrontandoli con quelli degli altri, che questi complimenti non avevano alcun valore. Non posso dire che si sia dimostrata fedele, né veramente legata alle persone ordinarie come me e come gli altri suoi intimi. Credo che fossimo per lei come dei pezzi in una scacchiera e che per noi non avesse alcuna profonda affezione. Mi rivelava i segreti di persone di entrambi i sessi - anche i più compromettenti - che loro stessi le avevano confidato e sono convinto che non si comportava diversamente con i miei segreti, per quanti pochi ne avessi. Ma era di una fedeltà a tutta prova nei confronti di sua zia, i suoi parenti ed i suoi Maestri. Per loro avrebbe sacrificato non una, ma venti vite, e lasciato bruciare, se necessario, l’intera razza umana”. Questo pas­so più completo in effetti, contiene delle frasi molto più dure, nei confronti di M.me Blavatsky, di quelle che noi abbiamo riportato nel testo sulla base di una traduzione parziale apparsa un tempo nel Lotus Bleu!].

    Abbiamo citato prima il caso di Bavadjî, costretto dalla suggestione ipnotica a farsi complice delle frodi di M.me Blavatsky, e ciò in modo incosciente, almeno fino a che rimase ad Adyar. Più spesso tuttavia, M.me Blavatsky usava la suggestione allo stato di veglia, come si vede nell’aneddoto riportato da Arthur Arnould; questo genere di suggestione è abitualmente più difficile da realizzare che l’altro e richiede una forza di volontà ed un esercizio molto più grandi, ma esso, generalmente, era facilitato dal regime alimentare assai limitato che M.me Blavatsky imponeva ai suoi discepoli, col pretesto di “spiritualizzarli”. Ciò accadeva già a New York: “I nostri teosofi - diceva - sono tenuti in ge­nere non solo a non prendere una sola goccia di alcolici, ma a di­giunare continuamente. Io insegno loro a non mangiare le cose più diverse; se non muoiono imparano; ma non possono resistere, cosa che è tanto meglio per loro” [Lettera del 15 giugno 1877]. Non occorre aggiungere che lei era ben lontana dall’imporsi un simile regime: pur raccomandando energicamente un regime vegetariano e pur proclaman­dolo come indispensabile per lo “sviluppo spirituale”, ella non l’adottò mai per sé, come d’altronde lo stesso Olcott; aveva, per di più, l’abitudine di fumare quasi senza interruzione dal mattino alla sera.

    Ma non tutti sono ugualmente suscettibili alla suggestione; ed è, probabilmente, quando non riusciva a provocare delle alluci­nazioni visive ed auditive che ricorreva ai “Mahâtmâ in mussoli­na” ed alla sua campanella d’argento.

    L’attrazione che esercitava M.me Blavatsky è tanto più sorprendente in quanto il suo aspetto fisico era ben lontano dallo essere gradevole; W.T. Stead ha detto anche che era “orribilmente brutta, mostruosamente grassa, di modi grossolani e violenti, con un carattere orribile ed un linguaggio da ignorante”, ed ancora che era “cinica, beffarda, insensata, passionale”, in una parola, ella era “tutto ciò che una ierofante dei misteri divini non dove­va essere” [Borderland, luglio 1895, pp. 208-209]. Malgrado ciò, la sua forza magnetica era innegabi­le e se ne trova ancora un esempio sorprendente nell’influenza che esercitò subito su M.me Besant, allorché le fu presentata, nel 1889, dal socialista Herbert Burrows.

    L’indomito libero pensatore, che era stata fino ad allora la futura presidentessa della Società Teosofica, fu conquistato al primo incontro e la sua “conversione” fu di una tale subitaneità che si stenterebbe a credervi se lei stessa non ne avesse riferito tutte le circostanze con un candore veramente sconcertante [Weekly Sun, 1 ott. 1893 - Questo racconto è stato riprodotto in seguito, da M.me Besant, in un libro intitolato An Autobiography, pubblicato nel 1895]. È an­che vero che M.me Besant sembra essere stata, almeno in quel pe­riodo, particolarmente instabile ed impressionabile; uno dei suoi amici disse: “Ella non ha il dono dell’originalità, è alla mercé del­le sue emozioni e specialmente dei suoi ultimi amici” [Mrs Besant’s Theosophy, di G.W. Foote, direttore del Freethinker]. Per cui, molto probabilmente all’inizio era in buona fede, forse fintanto che visse M.me Blavatsky, che ne fece la sua segretaria e che nel corso di un viaggio a Fontainebleau le fece apparire il “Mahâtmâ” Morya.

    Di contro, è estremamente dubbio, per non dire di più, che abbia continuato ad esserlo in seguito, benché, come la stessa M.me Blavatsky, Olcott ed altri ancora, ella abbia potuto finire con l’au­tosuggestionarsi prima ancora di suggestionare gli altri.

    Ciò che fa esitare prima di esprimere un giudizio sicuro su tale questione è che tutti questi personaggi sembrano essere stati, né veramente inconsapevoli del ruolo che svolgevano, né affatto li­beri di sottrarvisi volontariamente.

     

     

    CAPITOLO OTTAVO

    GLI ULTIMI ANNI DI M.ME BLAVATSKY

     

    Dopo il suo soggiorno a Wurtzbourg, che era stato inframmez­zato da alcuni viaggi a Elberfeld, ove aveva degli amici, i coniugi Gebhard vecchi discepoli di Eliphas Levi [(n.a.) Gebhard era stato Console di Germania in Persia; sua moglie, che era di origine irlandese, incontrò per la prima volta Eliphas Levi nel 1865 e dal 1868 al 1874 trascorse ogni anno otto giorni a Parigi, per incon­trarsi con lui. Eliphas Levi compilerà su sua richiesta due serie di confe­renze intitolate Le Voile du Temple déchiré, che appariranno nel Théo­sophist dal febb. 1884 all’aprile 1887, e nell’Aurore, della duchessa di Pomar, dal dic. 1886 all’aprile 1887. La sig.ra Mary Gebhard aveva anche ricevuto da Eliphas Levi il ma­noscritto di un’opera intitolata Les Paradoxes de la Haute Science, che fu stampato a Madras nel 1833; ella pubblicò nel Théosophist (genn. 1886) un articolo dal titolo Mes souvenirs personnels sur Eliphas Levi e morì a Berlino nel 1892 (P. Charconac, Eliphas Levi, pp. 264-265)], M.me Blavatsky andò a Ostende ove visse per un po’con la contessa Wachtmeister ed o­ve si dedicò alla compilazione della Dottrina Segreta. Sembra che, secondo alcuni testimoni, lavorasse con un vero accanimento, scri­vendo dalle sei del mattino alle sei di sera e interrompendo solo per i pasti.

    All’inizio del 1887, ritornò a soggiornare in Inghilterra, dappri­ma a Norwood, dopo, nel settembre dello stesso anno, a Londra; a quel tempo era aiutata nel suo lavoro dai fratelli Bertram e Ar­chibald Keightley, che correggevano il suo cattivo inglese, e da D.E. Fawcett che collaborava alla parte dell’opera relativa all’evoluzione. Fu nel 1887 che venne fondata la rivista inglese Lucifer, sotto la direzione di M.me Blavatsky [(n.a.) Il titolo della rivista Lucifer significava, sembra, che essa fosse “de­stinata a portare la luce fra le cose cadute nell’ombra sul piano fisico e sul piano psichico della vita” (Le Lotus, sett. 1887). Questa rivista ebbe per co-direttore miss Mabel Collins, che aveva ritirato le dimissioni date precedentemente (vedi p. 52), ma che ebbe comunque dei nuovi diverbi con M.me Blavatsky]; la Società aveva avuto fino ad allora un solo organo ufficiale, il Théosophist, pubblica­to ad Adyar, al quale si può aggiungere il Path, organo speciale della sezione americana.

    Nel 1887 apparve anche la prima rivista teosofica francese, Le Lotus, che, priva di carattere ufficiale, diede comunque prova di una certa indipendenza; questa rivista cessò la sua pubblica­zione dopo due anni, nel marzo 1889 [La Revue Théosophique, diretta dalla contessa D’Adhemar e che apparve un po’ più tardi, non durò che un anno; nel 1890 ebbe inizio la pubblicazione del Lotus Bleu che, con il titolo di Revue Théosophique Française, preso nel 1898, vive ancora oggi], ed il suo direttore, F.K. Gaboriau, si pronunciò abbastanza severamente, allora, su quel­lo che egli chiamava il “caso patologico” di M.me Blavatsky e riconobbe di essersi completamente sbagliato sul conto di lei quando aveva avuto occasione di conoscerla a Ostende nel novembre del 1886, “rintuzzando con una abilità stupefacente, che noi allora scambiammo per sincerità, tutti gli attacchi a lei rivolti, snaturan­do le cose, facendo dire alle persone delle parole che noi sapeva­mo essere non vere già da prima, in breve, offrendoci, durante le otto ore trascorse da soli con lei, il tipo perfetto dell’innocente, dell’essere superiore, buono, devoto, povero e calunniato… Dal momento che sono più portato a difendere che ad accusare, mi sono occorse delle prove incontestabili della duplicità di questa persona straordinaria per poter fare queste affermazioni”. Segue un giudizio poco lusinghiero sulla Dottrina Segreta, da poco pub­blicata: “È una vasta enciclopedia senza ordine, con un insieme inesatto ed incompleto di tutto ciò che si agitava nella mente di M.me Blavatsky da una diecina d’anni… Subba Rao, che doveva correggere la Dottrina Segreta, vi ha rinunciato dichiarando che era un “guazzabuglio inestricabile” [Subba Rao non abbandonò tuttavia il teosofismo; egli morì d’altronde nel 1890, all’età di 34 anni, di una malattia molto misteriosa, a proposi­to della quale qualcuno non esisterà a parlare di avvelenamento]... Certo è che questo libro non potrebbe provare l’esistenza dei Mahâtmâ, ne farebbe piuttosto dubitare… Amo credere che gli Adepti del Tibet non esistono che nei Dialoghi Filosofici di Renan, che già prima di M.me Blavatsky e di Olcott, aveva inventato una fabbrica di Mahâtmâ nel centro dell’Asia, sotto il nome di Asgaard e che aveva redat­to dei dialoghi nello stile di Koot Hoomi prima della comparsa di questi” [(n.a.) Al 17° Congresso della Società Teosofica, tenutosi ad Adyar nel dicembre del 1891, lo stesso colonnello Olcott disse: “Io ho aiutato H.P.B. a compilare il suo Iside Svelata, così come Keightley ed altri hanno fat­to con la Dottrina Segreta. Ciascuno di noi sa come siano lontane dal­la perfezione le parti di questi libri dovute alla nostra collaborazione, per non dire di quelle che sono state scritte da H.P.B.”]. Infine ecco il giudizio formulato sul conto di Ol­cott: “Il giorno che egli venne personalmente a Parigi, intromet­tendosi nei nostri lavori, fu una completa delusione per tutti i teosofi, che allora finirono col ritirarsi, lasciando il posto ai più novizi. Una sfrontatezza americana imperturbabile, una salute di fer­ro, senza la minima capacità oratoria, senza la minima istruzione, ma con speciali capacità di catalogazione (ancora un tratto ame­ricano), senza educazione, una credulità sfiorante la complicità e scusante a rigore la sua goffaggine e, devo aggiungere, una certa bontà che sarebbe piuttosto bonomia: tale è l’uomo che, attual­mente, è il commesso viaggiatore del Buddismo” [Sul soggiorno di Olcott a Parigi e “la maniera tutta americana con cui reclutava dei membri, all’infornata”, si veda anche Le Lotus ott. nov. 1888, p. 510 e febb. 1889, pp. 703-704. Aggiungiamo anche che F.K. Gaboriau aveva inviato ad Olcott, il 12 dic. 1888 le sue dimissioni da membro della Società Teosofica (Le Lotus, dic. 1888, p. 575)].

    Abbandonando del tutto le funzioni amministrative ad Olcott, stabilitosi definitivamente al quartier generale di Adyar, M.me Blavatsky si era riservata ciò che concerneva la “sezione esoteri­ca”, ove nessuno poteva essere ammesso senza la sua approvazio­ne. Tuttavia, il 25 dicembre 1889, ella nominò Olcott “agente segreto ed unico rappresentante ufficiale della sezione esoterica per i paesi dell’Asia” ed alla stessa data, Olcott, che allora si trova­va a Londra, la nominò, a sua volta, direttrice di un ufficio avente per membri M.me Besant, William Kingsland e Herbert Burrows con il titolo di “rappresentanti personali e autentici dei poteri ufficiali del presidente, per la Gran Bretagna e l’Irlanda”. In tal modo M.me Blavatsky aveva in mano la direzione della Società per il Regno Unito e su entrambe le sezioni, e la stessa cosa vale­va per Olcott in India; noi parliamo solo dell’India poiché non pensiamo che vi fossero allora sezioni teosofiche negli altri pae­si dell’Asia [(n.a.) Non pensavamo che, nel 1889, vi fossero delle sezioni teosofiche nei paesi asiatici, oltre all’India. In seguito, un’informazione che abbia­mo trovato dopo la pubblicazione del nostro libro, ne dava una in Giap­pone, fondata nel 1887 a Kioto, da Kinzo Hirai].

    In Europa, invece, vi erano già delle sezioni in molti paesi; sei mesi più tardi, esattamente il 9 luglio 1890, Olcott delegherà a M.me Blavatsky piena autorità, per accordarsi con queste sezioni e raggrupparle in un’unica sezione europea.

    Questa sezione avrebbe dovuto godere di una completa autonomia, al pari della sezione americana, già costituita sotto la di­rezione di William Q. Judge, vice presidente della Società; vi sareb­bero stati così, in seno alla Società Teosofica, tre raggruppamenti autonomi.

    Oggi vi sono delle “Società Teosofiche Nazionali”, vale a dire delle sezioni autonome, in tutti i paesi ove esistono teosofisti in numero sufficiente per formarle; ma, beninteso, tutte queste sezioni, salvo i gruppi dissidenti, sono sempre collegate al quartier ge­nerate di Adyar e ne ricevono le direttive, che sono accettate sen­za la minima discussione; non si ha dunque autonomia reale che per la parte puramente amministrativa.

    Nell’epoca in cui siamo arrivati, accaddero degli incidenti spia­cevoli nella sezione americana: il dr. Elliott E. Cowes, un noto stu­dioso che si era lasciato fuorviare ma che non aveva tardato ad accorgersi di molte cose, formò una Società indipendente alla quale aderirono molte sezioni esistenti negli Stati Uniti; naturalmente ci si affrettò a decretare la sua espulsione [(n.a.) Sul dr. Elliot E. Coues (il cui nome è stato erroneamente trascrit­to Cowes), che Paul Bertrand chiama sdegnosamente “un certo Cowes” crediamo utile riportare questi due passi: “Il nostro fratello teosofo, dr. El. Coues, ha pronunciato il 16 marzo (1887) un discorso sulla teosofia e sull’emancipazione della donna, alla riunione annuale del collegio medi­co di Washington. La regola del collegio vieta ogni discussione religiosa, ma dal momento che tutte le sedute incominciano con delle preghiere agli dei cristiani (sic), il dr. Coues ne ha approfittato per parlare di alcune interessanti verità. La facoltà si è rifiutata di pubblicare tutti i discorsi, di modo che il valente dottore ha pubblicato il suo, con grande scandalo dell’illustre consesso” (Le Lotus, luglio-agosto 1887). “Nel Light del 1 giugno 1889 si trova una piccola corrispondenza, molto istruttiva, fra l’affascinante e simpatica curatrice del Lumiere sur le Sentier, Mabel Collins, ed il dr. Elliot Coues, di Washington, uomo di grande valore scientifico e letterario, un tempo difensore, come noi, dei due per­sonaggi che si sono attribuiti il merito della creazione del movimento teosofico (M.me Blavatsky ed il colonnello Olcott). Mister Coues non è tenero con M.me Blavatsky, la quale aveva provato a fargli credere una di quelle graziose menzogne che sono comuni alla maggior parte dei me­dium” (ultimo numero del Lotus, datato marzo 1889 ma pubblicato in realtà molti mesi più tardi)].

    Il dr. Cowes ribattè pubblicando un articolo nel quale faceva sapere che le preteste rivelazioni dei “Mahâtmâ”, ai quali ora si at­tribuiva l’ispirazione dell’Iside Svelata e della Dottrina Segreta, erano state tratte in buona parte, per ciò che concerne almeno la prima di queste due opere, da libri e manoscritti lasciati a M.me Blavatsky dal barone de Palmes; e faceva notare che era opportuno far sapere a tutti che uno degli autori più frequentemente citato in queste cosiddette comunicazioni venute dal Tibet era l’occultista francese Eliphas Levi [New York Sun, 20 luglio 1890].

    Il barone de Palmes era morto a New York nel 1876, lasciando alla Società Teosofica tutto ciò che possedeva; Sinnett pretese che, a parte la biblioteca, egli non avesse lasciato assolutamente niente [Incidents in the life of M.me Blavatsky, p. 204]; tuttavia M.me Blavatsky scrisse nel luglio 1876: “Egli ha lasciato tutta la sua proprietà alla nostra Società” e il 5 ottobre seguente: “La proprietà consiste in una buona quantità di ricche miniere d’argento e in 17.000 acri di terra”. Cosa che non era certo da disprezzare; ma, in tutti i casi, ciò che appare meglio accertato è che il contenuto della biblioteca fu largamente utilizzato per la redazione dell’Iside Svelata, che doveva apparire l’anno seguente [(n.a.) Il barone de Palmes, che certi hanno anche chiamato Palma ed il cui vero nome era Von Palm, era un vecchio ufficiale bavarese, espulso dal­l’esercito per debiti; dopo un soggiorno in Svizzera, ove commise qual­che truffa, si rifugiò in America; sembra che le proprietà menzionate nel suo testamento fossero inesistenti, ma, checché ne dicano i teosofisti, ciò non impedisce che M.me Blavatsky abbia potuto utilizzare la sua bi­blioteca, così come ha affermato il dr. Coues e questa è la sola cosa che qui interessa. Paul Bertrand dichiara che “è inverosimile che questo ufficiale tedesco sia stato capace di scrivere un’opera, certo strana, ma originale e possen­te, come l’Iside Svelata”; noi non abbiamo mai detto niente di simile, abbiamo sempre sostenuto, al contrario, che quest’opera era stata sicuramente scritta da M.me Blavatsky, con la collaborazione di Olcott e, senza dubbio, di qualche altro; il problema è solo relativo alle fonti a cui lei aveva attinto per redigerla; il nostro contradditore ci ha letto così ma­le o dobbiamo sospettare della sua buona fede?].

    Le rivelazioni del dr. Cowes ebbero una certa risonanza in America, soprattutto a causa della figura dell’autore; tanto che Jud­ge ritenne di dover promuovere un processo di risarcimento dei danni, contro di lui e contro il giornale che aveva pubblicato i suoi articoli, per “calunnie contro l’onore dei fondatori della Società” [New York Daily Tribune, 10 sett. 1890]; questo processo, d’altronde, non ebbe alcun seguito poiché fu abbandonato al momento della morte di M.me Blavatsky, a nome della quale era stato intentato.

    M.me Blavatsky aveva approfittato di tale questione per in­dirizzare, il 23 settembre 1890, una lunga lettera ai membri del­la sezione francese, nella quale, lamentandosi che analoghe “calun­nie” fossero state diffuse a Londra, dichiarava che i suoi “nemi­ci personali” erano aiutati da “un membro dei più attivi della Società in Francia”, che non era altri che Papus, il quale aveva “at­traversato una o due volte la Manica con questo scopo onorevole”; aggiungeva poi che la sua pazienza era al limite e minacciava di denunciare alla giustizia chiunque si permettesse d’ora innanzi di esprimere simili accuse contro di lei.

    M.me Blavatsky morì a Londra l’8 maggio 1891; era malata da lungo tempo e sembra anche che, per due o tre volte, fosse stata licenziata dai medici [Secondo Olcott, la malattia di cui soffriva era il male di Bright (Le Lotus, luglio 1888, p. 225)], ma, al momento della sua morte, si pre­tese che stesse meglio e che la morte stessa fosse da attribuire al­l’intervento di un’influenza occulta.

    Secondo Sinnett, ella sarebbe passata immediatamente in un altro corpo, maschio stavolta, e già in piena maturità; a questo proposito Leadbeater ha scritto, più recentemente: “Coloro che furono intimi della nostra fondatrice, M.me Blavatsky, sanno che quando ella lasciò il corpo con il quale noi la conoscemmo, entrò in un altro corpo che era stato lasciato in quel momento dal suo primo occupante. Quanto a sapere se questo corpo fosse stato particolarmente preparato per tale uso, non abbiamo alcuna informazione, ma si conoscono altri casi per i quali una tale preparazio­ne è stata fatta” [Adyar Bulletin, ott, 1913].

    In seguito avremo modo di ritornare su questa idea singolare della sostituzione di una persona con un’altra, la prima avente semplicemente il compito di preparare alla seconda un organismo appropriato, che questa occuperà al momento previsto.

    Nel maggio 1897, cioè esattamente sei anni dopo la morte di M.me Blavatsky, M.me Besant annunciò la prossima manifestazione della sua reincarnazione maschile; tale manifestazione non si è ancora prodotta, ma Leadbeater continua a ripetere in ogni oc­casione che M.me Blavatsky si è già reincarnata e che il colonnel­lo Olcott dovrà reincarnarsi molto presto, anche lui, per lavorare nuovamente al suo fianco [L’Occultisme dans la Nature, p. 72 e p. 414].

    Queste sono delle eccezioni particolari alla legge formulata da M.me Blavatsky stessa e da Sinnett, secondo la quale doveva passare normalmente un intervallo di dodici o quindici secoli fra due vite successive; è vero che anche per i casi ordinari si è rinuncia­to a questa pretesa legge, ma questo è un esempio assai curioso della mutevolezza delle dottrine teosofiste ed al tempo stesso del modo con cui ci si sforza di nasconderla [(n.a.) M.me Besant ha affermato che la reincarnazione del colonnello Olcott, come quella di M.me Blavatsky, era un fatto compiuto: “H.S. Olcott... lasciato il suo corpo mortale, si è riposato alcuni brevi anni, poi è ritornato fra noi come un neonato, adesso è un ragazzino ricco di promesse per l’avvenire” (Bulletin Thésophique, genn. febb. marzo 1918, ripreso dall’Adyar Bulletin, genn 1918)].

    M.me Blavatsky aveva scritto nella Dottrina Segreta: “Salvo che nei casi di bambini piccoli e di individui la cui vita è stata inter­rotta per qualche disgrazia, ogni entità spirituale non può reincar­narsi prima che sia trascorso un periodo di molti secoli” [Secret Doctrine, vol. II, p. 317, ed. inglese]. Ora Leadbeater ha scoperto che “l’espressione entità spirituali sembra significare che M.me Blavatsky si riferisse agli individui altamente sviluppati” [L’Occultisme dans la Nature, p. 325]! Ed egli fornisce un quadro ove, secondo i “gradi d’evoluzione” delle individualità umane, gli intervalli sono duemila anni e più per “quelli che sono entrati nel Sentiero”, salvo eccezioni, e di dodici secoli per “quelli che vi si approssimano”, fino a 40 o 50 anni, per abbassarsi fino a cinque anni quando si arriva ai “bassifondi dell’umanità” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 327-333].

    Per ciò che riguarda il passo ove Sinnett diceva chiaramente che “parlare di rinascita prima di almeno 15 secoli è una cosa pressoché impossibile” [Le Bouddhisme Esotérique, p. 128; cfr. p. 173], ecco la spiegazione che ne da Leadbea­ter: “Vi sono fondate ragioni per credere che le lettere che sono servite come base del Buddismo Esoterico furono scritte da diver­si discepoli dei Maestri, sotto la loro direzione generale; dunque, tenendo conto delle inesattezze che hanno potuto introdurvisi (sappiamo che se ne sono insinuate), è impossibile supporre che gli autori ignorassero dei fatti così facilmente accessibili a chiunque può osservare il processo della reincarnazione [Tramite la “chiaroveggenza”, alla quale Leadbeater si interessa particolar­mente]. Ricordiamo­ci che la lettera in questione non fu scritta per il pubblico, ma fu indirizzata in particolare a Sinnett, senza dubbio perché fosse comu­nicata a quelle persone che lavoravano con lui. Una tale media può essere dunque esatta in quanto valida per loro, ma non possia­mo ammetterla per l’intera razza umana attuale” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 325-326].

    È veramente troppo comodo cavarsela così e lo stesso me­todo potrebbe servire per conciliare tutte le contraddizioni che Hume aveva constatato fin dal 1883; in quanto alle “inesattezze” messe in conto ai discepoli maldestri, non corrispondono all’esempio dato dallo stesso Koot Hoomi a proposito dell’affare Kiddle?

    D’altra parte, sappiamo che Mavalankar, Subba Rao ed altri si facevano passare per “chela” o diretti discepoli dei “Maestri”; niente si opporrà dunque, dopo la citazione che abbiamo ripor­tato, a che fossero gli autori delle lettere in questione, come in ef­fetti furono, ma “sotto la direzione” di M.me Blavatsky.

    Dal momento che nella redazione di questi messaggi si attribui­sce ai “Maestri” solo un ruolo di “direzione generale”, passando sotto silenzio i processi di “precipitazione”, diventa sicuramente assai più difficile denunciare una frode manifesta.

    Si deve dunque convenire che questa tattica non manca di una certa abilità; ma per lasciarvisi prendere, si dovrebbe ignorare, come l’ignorano forse molti dei teosofisti attuali, tutta la storia del pri­mo periodo della Società Teosofica; è veramente spiacevole, per la stessa Società, che, contrariamente all’uso delle antiche società segrete delle quali pretende essere l’erede, essa abbia lasciato dietro di sé una tale abbondanza di documenti scritti.

     

     

    CAPITOLO NONO

    LE FONTI DELLE OPERE DI M.ME BLAVATSKY

     

    Adesso che abbiamo fatto conoscere, in modo sufficiente, la vita ed il carattere di M.me Blavatsky, dobbiamo parlare un po’ delle sue opere: se non sono frutto delle rivelazioni di alcun “Ma­hâtmâ” autentico, da dove provengono le conoscenze così varie che esse testimoniano?

    Queste conoscenze lei le aveva acquisite, in modo del tutto naturale, nel corso dei suoi numerosi viaggi ed anche tramite dif­ferenti letture fatte, d’altronde, senza metodo ed assimilate assai malamente; lei possedeva “una cultura vasta quantunque un po’ selvaggia”, a detta dello stesso Sinnett [Le Monde Occulte, p. 45].

    Si racconta che durante i suoi primi viaggi nel Levante in com­pagnia di Metamon, ella fosse entrata in alcuni monasteri del Mon­te Athos e nelle loro biblioteche avesse scoperto, fra altre cose, la teoria alessandrina del Logos [(n.a.) Le donne non sono ammesse al Monte Athos, ma è verosimile che M.me Blavatsky, per entrarvi, si sia travestita da maschio, come aveva fatto in altre occasioni ed in particolare quando combatté nei ranghi dei garibaldini (vedere pag. 19)].

    Durante il suo soggiorno a New York lesse le opere di Jacob Böhme, che costituirono senza dubbio quasi tutto ciò che cono­sceva in fatto di teosofia autentica, e quelle di Eliphas Levi, che poi citerà così frequentemente; probabilmente lesse anche la Kab­bala Denudata di Knorr de Rosenroth e diversi altri trattati di Kab­bala e di ermetismo.

    Nelle lettere che Olcott indirizzava in quell’epoca a Stainton Moses, si fa menzione di alcune opere di carattere assai vario; vi leggiamo per esempio: “Per un’interessante elencazione di fatti magici, vi rimando ai lavori di (Gougenot) de Mousseaux che, quan­tunque fosse un cattolico fervente e quindi disposto a credere all’e­sistenza del diavolo, ha raccolto una moltitudine di fatti precisi che la vostra mente più aperta ed emancipata stimerà per il loro valore. Troverete utile la lettura dei lavori sulle sette orientali e gli ordini sacerdotali; alcuni particolari interessanti si trovano nei Modern Egyptians, di Lane” [Lettera del 18 maggio 1875].

    In una lettera successiva, oltre all’Etoile Flamboyante e alla Magia Adamica, a cui abbiamo già accennato, si parla di uno scrit­to ermetico anonimo intitolato The Key to the conceiled things since the beginning of the World [Lettera del 22 giugno 1875]. In un’altra ancora, Olcott raccomanda al suo corrispondente la lettura dello Spiritisme dans le Monde, di Jacolliot, e di altri libri dello stesso autore sull’India, libri che, d’altronde, non contengono assolutamente niente di serio [Nel Lotus Bleu del 7 nov. 1890 è detto che la “Loggia Blavatsky” di Lon­dra raccomandava la lettura della traduzione inglese di diverse opere di que­sto autore; è vero d’altronde, che nel numero seguente, una “nota di ret­tifica” dichiarava che la pubblicazione di queste traduzioni era stata sem­plicemente “annunciata” dal Lucifer]; e tutte queste letture erano senza dubbio quelle che lo stesso Olcott faceva allora con M.me Blavatsky; nella stessa lettera, scrit­ta nel 1876, egli infatti, riferendosi a tali letture, dice: “Attende­te fino a che noi avremo il tempo di ultimare il suo libro e tro­verete allora l’occultismo trattato in buon inglese; molti dei miste­ri di Fludd e di Filalete, di Paracelso e di Agrippa sono interpre­tati in maniera tale che chi è alla ricerca potrà capire”.

    In questo modo, secondo quest’ultima frase, Olcott ed altri collaborarono alla redazione dell’Iside Svelata, allo stesso modo che, più tardi, Subba Rao ed altri collaborarono a quella della Dottrina Segreta; è questa una spiegazione abbastanza semplice della diversità di stile che si riscontra in queste opere e che i teosofisti riconducono invece a dei passaggi dettati da “Maestri” differenti.

    A questo proposito, si è anche raccontato che M.me Blavatsky trovava talvolta al suo risveglio 20 o 30 pagine di una scrittura diversa dalla sua, in aggiunta a quelle che aveva scritto da sveglia; noi non contestiamo questo fatto di per sè, poiché è perfettamente possibile che fosse sonnambula e che avesse realmente scritto duran­te la notte ciò che trovava l’indomani; i casi di questo genere sono così comuni che non è il caso di meravigliarsene. Del resto, sonnam­bulismo naturale e medianità vanno spesso insieme ed abbiamo già spiegato che le frodi, debitamente constatate, di M.me Blavatsky non devono necessariamente fare disconoscere le sue facoltà me­dianiche; possiamo dunque ammettere che ella talvolta giuocò il ruolo di “medium scrivente” ma, come accade spesso in tali occa­sioni, ciò che lei scriveva in tale stato non era in fondo che il ri­flesso dei suoi pensieri e di quelli del suo entourage.

    Per ciò che riguarda la provenienza dei libri di cui M.me Blavat­sky si servì a New York, alcuni dei quali potevano essere difficil­mente reperibili, noi sappiamo dalla sig.ra Emma Hardinge-Brit­ten [(n.a.) Sulla sig.ra Hardinge-Britten e le opere che le sono state attribui­te, vedere Errore dello Spiritismo, pp. 20, 21 e 27 (ediz. francese)], antico membro della prima Società Teosofica ed anche della H.B. of L. [Alcuni la considerano come l’autrice delle opere anonime intitolate Art Magic e Ghostland, che si riallacciano alle teorie di questa scuola], che “con i soldi della Società M.me Blavatsky acquistò e custodì, nella sua qualità di bibliotecaria, molti dei libri rari il cui contenuto è apparso nella Iside Svelata” [Lettera al giornale Light di Londra, del 9 dic. 1893]; d’altra parte abbiamo visto che ella ereditò la biblioteca del barone de Palmes che conteneva in particolare dei manoscritti che furono usati nella stessa maniera, come ha segnalato il dr. Cowes, e che insieme alle lettere dello Swami Dayânanda Saraswati, divideranno l’onore di essere trasformati in comunicazioni dei “Mahâtmâ”. Infine M.me Blavatsky aveva potuto trovare diverse informazioni fra le carte di Felt e nei libri di cui egli si serviva per preparare le sue confe­renze sulla magia e sulla “kabbala egiziana”, materiale che le la­sciò quando sparì; è a Felt che sembra essere dovuta la prima idea della teoria degli “elementali”, che egli attribuiva assai gratuitamente agli antichi egizi [Cfr. Old Diary Leaves, di Olcott].

    Quanto alle dottrine propriamente orientali ed in particolare al Brahmanesimo ed allo stesso Buddismo, M.me Blavatsky ha conosciuto solo quello che chiunque poteva conoscere e di esse non ha compreso granché, come dimostrano le teorie che attribui­sce loro e gli errori di interpretazione che commette continuamen­te nell’impiego dei termini sanscriti.

    Del resto, Leadbeater ha riconosciuto formalmente che “lei ignorava il sanscrito” e che “l’arabo sembra essere la sola lingua orientale che lei abbia conosciuto” (senza dubbio l’aveva appre­sa durante il suo soggiorno in Egitto) [L’Occultisme dans la Nature, p. 404], ed attribuisce a que­sta ignoranza del sanscrito la maggior parte delle difficoltà della ter­minologia teosofista, difficoltà tali da indurre M.me Blavatsky a sosti­tuire con dei termini inglesi equivalenti la maggior parte dei ter­mini d’origine orientale [L’Occultisme dans la Nature, pp. 222 e 263]. Questi ultimi erano usati, quasi sem­pre, con un senso che in realtà non hanno mai avuto; ne abbiamo visto un esempio nel termine “Mahâtmâ”, che è stato sostituito con “Adepto”, e ne ritroveremo un altro nella parola “Karma”, che è stata invece conservata.

    Qualche volta M.me Blavatsky creava dei termini che non po­tevano esistere in sanscrito nella forma che dava loro, come “Fohat” che sembra essere la corruzione di “Mahat”; altre volte ne costruiva certi con degli elementi tratti da lingue orientali diverse: si incontrano così dei miscugli metà sanscrito e metà tibetano o mongolo, come “dêvachan” al posto del sanscrito “deva-loka”, o ancora “Dhyan-Chohan” per “Dhyâni-Bouddha”. Del resto, in linea generale, questi termini orientali, impiegati a casaccio, servono quasi sempre a designare delle concezioni puramente occidentali; in fondo questi termini vengono usati quasi solamente per far giuocare loro un ruolo analogo a quello dei “fenomeni”, vale a dire per attirare una clientela che si lascia facilmente impres­sionare dalle apparenze, ed ecco perché i teosofisti non potrebbe­ro mai rinunciarvi completamente.

    In effetti vi è molta gente che si lascia sedurre dall’esotico, pur della più scadente qualità, anche perché è del tutto incapa­ce di verificarne il valore; uno snobismo di questo genere non è estraneo al successo che il teosofismo ha avuto in certi ambienti.

    Aggiungiamo ancora qualcosa per ciò che concerne, in parti­colare, l’origine dei testi tibetani cosiddetti segretissimi che M.me Blavatsky ha citato nelle sue opere, specialmente le famose Stan­ze di Dzyan [Dzyan deve essere la corruzione di una parola sanscrita: sia jnâna, conoscen­za, sia dhyâna, contemplazione; M.me Blavatsky stessa ha indicato queste due derivazioni (la prima nel Lotus del dic. 1887, la seconda nella introduzione della Dottrina Segreta) senza mostrare di essersi resa conto del­la loro incompatibilità] incorporate nella Dottrina Segreta e nella Voce del Silenzio. Questo testo contiene molti passi che sono chiara­mente “interpolati” o addirittura interamente inventati, ed altri che sono stati per lo meno del tutto “arrangiati” per accordarli con le idee teosofiste; in quanto alle parti autentiche, queste sono semplicemente tratte da una traduzione dei frammenti del Kandjur e del Tandjur, pubblicata nel 1836, nel 20° volume dell’Asiatic Researches di Calcutta, da Alexandre Csoma de Körös [(n.a.) - “Del Kandjur e del Tandjur, Alexandre Csoma de Körös ha pub­blicato una sintesi e tradotto dei frammenti, nel XX volume dell’Asiatic Researches, Calcutta, 1836, in 4°, ed è da qui che la celebre M.me Bla­vatsky ha saccheggiato alla cieca buona parte di questa famosa teosofia, che pretende di aver ricevuto, per telepatia, da stiliti nascosti nel cuore del Tibet, senza dubbio non lontano dall’Asgaard di Renan (vedi Dialogues et Fragments, Parigi, 1876)”, (Augustin Chaboseau, Essai sur la Philo­sophie bouddhique, p. 97) - Citiamo anche quest’altro passo della stessa opera, che definisce per­fettamente il “sincretismo” teosofista: “Costoro (i fondatori della Socie­tà Teosofica) si richiamano ai ricordi di numerose letture, frettolose e mal comprese, si appropriano della sostanza di molti libri dimenticati o poco conosciuti, saccheggiano con poca fortuna i sistemi religiosi, le dottrine filosofiche e le teorie scientifiche, in ragione di ciò che si adat­ta al loro pensiero: hanno elaborato dei lavori ove si trovano brandelli di Vedantismo, spezzoni di Taoismo, tratti egizi, campioni del Mazdeismo, frammenti del Cristianesimo, resti del Brahamanesimo, briciole di Gno­sticismo, scarti della Kabbala ebraica, inezie di Paracelso, Darwin e Platone, rimasugli di Swedenborg e di Hegel, di Schopenhauer e di Spinoza; e li hanno propagandati in tutti i continenti affermando che si trattava dello Esoterismo buddista... La scuola teosofista, a dispetto delle sue perpe­tue contraddizioni, dei suoi errori lampanti, delle sue riconosciute vergogne è piaciuta per un po’, per essersi atteggiata a rivelatrice di tutte le cose nascoste, dispensatrice di ogni “potere latente”, edificatrice della ultima sintesi” (Premessa, pp. 9-10)]. Co­stui, che era di origine ungherese e si faceva chiamare Scander-Beg, era un tipo originale che aveva viaggiato per molto tempo nell’Asia centrale per scoprirvi, attraverso la comparazione delle lingue, la tribù dalla quale discendeva la sua nazione [Vedere Correspondance de Victor Jacquemont, vol. I, pp. 226-227, 255 e 337].

    Questo insieme di elementi eterogenei così come li abbiamo indicati, costituisce la base da cui nasceranno le grandi opere di M.me Blavatsky: l’Iside Svelata e la Dottrina Segreta; e queste opere finirono con l’essere niente di più di quello che potevano naturalmente essere in simili condizioni: delle elaborazioni indige­ste e prive di ordine, vero caos, ove alcuni documenti interessanti sono come affogati in mezzo ad un cumulo di asserzioni senza al­cun valore, sarebbe certamente una perdita di tempo cercarvi del­le cose che si possono trovare più facilmente altrove. Del resto, gli errori vi abbondano, così come le contraddizioni, ed esse sono tali che le opinioni più controverse potrebbero trovarvi la loro sod­disfazione: per esempio è detto consecutivamente che vi è un Dio e che non ve ne è; che il “Nirvana” è un annientamento e che è tutto il contrario; che la metempsicosi è un fatto e che è una fin­zione; che il vegetarismo è indispensabile allo “sviluppo psichico” e che è solamente utile, e così via [Un buon numero di queste contraddizioni sono state rilevate da Arthur Lillié in un libro intitolato M.me Blavatsky and her Theosophy].

    D’altronde, tutto questo si spiega senza troppa fatica, poiché, oltre al fatto che le stesse idee di M.me Blavatsky mutavano in larga misura, ella scriveva con una rapidità prodigiosa, senza mai rifarsi alle fonti né, probabilmente, a ciò che lei stessa aveva già scritto.

    Tuttavia, è quest’opera così manchevole che a tutt’oggi costitui­sce la base dell’insegnamento teosofista; malgrado tutto ciò che ha potuto aggiungervisi o soprapporvisi in seguito e malgrado le cor­rezioni a cui si è potuto sottoporla con la scusa dell’”interpreta­zione” essa gode tutt’ora, in seno alla Società, di una autorità incontestata e se pur non contiene tutta intera la dottrina, ne con­tiene perlomeno i principi fondamentali; ammesso che si possa parlare di dottrina e di principi allorché ci si trovi in presenza di un insieme così incoerente.

    Quando diciamo autorità incontestata, ciò si applica in primo luogo alla Dottrina Segreta, poiché non sembra essere lo stesso per l’Iside Svelata; è così che Leadbeater, stabilendo una sorta di “piano di studi” per il teosofismo, raccomanda vivamente la prima ma non menziona affatto la seconda [L’Occultisme dans la Nature, pp. 415-419].

    Una delle ragioni principali di questa riserva si intende facilmente, poiché è soprattutto dalla comparazione delle due ope­re che vengono messe in risalto le differenze e le contraddizioni che andiamo segnalando. Fra le altre cose, M.me Blavatsky ha scrit­to nell’Iside Svelata: “La reincarnazione, vale a dire l’apparizione di uno stesso individuo, o piuttosto della sua monade astrale, per due volte nello stesso pianeta, non è una regola di natura; è un’ec­cezione, come il fenomeno teratologico di un bambino a due teste. Essa è preceduta da una violazione delle leggi armoniche della na­tura e si verifica quando quest’ultima, cercando di ristabilire il suo equilibrio, rigetta violentemente alla vita terrestre la monade astra­le strappata al circolo delle necessità per crimine o per accidente” [Isid Unveiled, t. I, p. 351 dell’ediz. inglese].

    È facile riconoscere in questo passo l’influenza della H.B. of L; in effetti, l’insegnamento di quest’ultima, benché assolutamente “antireincarnazionista” in linea generale, ammette tuttavia, mol­to erroneamente, alcune eccezioni, tre per l’esattezza: quella di bam­bini nati morti o morti in tenera età, quella degli idioti dalla nasci­ta ed infine le reincarnazioni “messianiche” volontarie, che si pro-durrebbero ogni 600 anni circa (alla fine di ciascuno dei cicli che i Caldei chiamavano Naros), ma senza che lo stesso spirito si in­carni mai più di una volta e senza che si abbiano consecutivamente due incarnazioni uguali in una stessa razza; sono i primi due casi fra questi tre, che M.me Blavatsky ha potuto comparare ai “fenome­ni teratologici” [Isis Unveiled, t. I, p. 352].

    In seguito, quando il teosofismo divenne “reincarnazionista”, questi due casi rimasero ancora dei casi eccezionali ma senza am­mettere la possibilità di una reincarnazione immediata [Le Bouddhisme Esoterique, pp. 173-174] da­to che, per i casi normali, si supponeva allora, come abbiamo det­to, un intervallo di quindici secoli.

    D’altra parte, M.me Blavatsky pretese che “coloro che non hanno compreso, accusano l’autore dell’Iside Svelata di aver pre­dicato contro la reincarnazione; allorché quest’opera fu scritta, non vi era nessuno, fra gli spiritisti inglesi o americani, che credes­se nella reincarnazione e quello che vi è detto, a questo proposi­to, è diretto agli spiritisti francesi, la cui teoria è assurda e priva di filosofia essi credono in una reincarnazione immediata ed arbitraria” [La Clef de la Théosophie, p. 267 - Cfr. Théosophist, agosto 1882 - Le Lotus, marzo 1887. In quest’ultimo articolo (p. 16) M.me Blavatsky ebbe tuttavia una “mancanza di precisione” per la quale invocò come scusa gli “importanti errori” che si sono insinuati nell’edizione dell’Iside Svelata]. Tuttavia, è da questi spiritisti della scuola di Al­lan Kardec, con cui era stata un tempo, che M.me Blavatsky aveva mutuato l’idea stessa di reincarnazione, con le modifiche o i perfe­zionamenti, se si vuole, che aveva potuto apportarvi per renderla più “filosofica”, allorché la riprese dopo averla abbandonata tem­poraneamente sotto la spinta di altre influenze.

    Quanto al passo dell’Iside Svelata che abbiamo citato, esso è troppo netto e non presenta niente di oscuro o di poco compren­sibile: non vi si pone minimamente la questione di discutere le modalità della reincarnazione, né di sapere se questa è immedia­ta o differita; è proprio la stessa reincarnazione che, per la genera­lità dei casi, vi è rigettata puramente e semplicemente.

    Ecco quindi come la malafede di M.me Blavatsky è ancora evidente; e si è visto che fu lei la prima a sostenere che si compren­deva male il suo pensiero quando si scopriva nei suoi scritti qual­che asserzione scomoda, anzi qualche contraddizione formale; ed i suoi continuatori seguiranno tale esempio con diligenza, o­gni qual volta riterranno necessario apportare qualche cambiamento più o meno importante nell’insegnamento teosofista.

     

     

    CAPITOLO DECIMO

    IL BUDDHISMO ESOTERICO

     

    Abbiamo detto dall’inizio che non si può propriamente par­lare di dottrina teosofista, ed è possibile rendersene conto ades­so, attraverso gli esempi sulle divergenze e sulle contraddizioni che abbiamo fornito, sia riguardo alla stessa M.me Blavatsky, sia fra lei ed i suoi successori; in simili casi il termine dottrina non può propriamente applicarsi.

    Ciò nonostante, la Società Teosofica pretende di avere una dottrina o piuttosto, pretende di non averne e tuttavia di averne una. Ecco, infatti, cosa dice la stessa M.me Blavatsky: “Allorché diciamo che la Società non ha alcuna particolare dottrina, ciò si­gnifica che non è obbligatoria nessuna particolare credenza; ma questo è valido, naturalmente, per la generalità dei membri. Voi sapete che la Società è divisa in cerchio interno e cerchio esterno. I membri del cerchio interno (vale a dire la “sezione esoterica”) hanno in effetti una filosofia o, se si preferisce, un particolare sistema religioso” [La Clef de la Théosophie, p. 86].

    In tal modo, la credenza in questa dottrina è “obbligatoria” almeno per i membri che vogliono andare più in là del “cerchio esterno”; senza dubbio, in seno a quest’ultimo, si dava prova, in principio, della più larga tolleranza, ammettendovi le persone che professavano tutte le opinioni; ma, anche lì, tale tolleranza spari­va ben presto appena costoro si permettevano di discutere certi “insegnamenti” ed allorché ciò accadeva, si sapeva far ben compren­dere che nella Società non v’era posto per loro.

    Quanto alla “sezione esoterica”, coloro che avevano dato prova del minimo spirito critico potevano esser certi che non vi sareb­bero entrati mai; d’altronde, la domanda di ammissione che si faceva compilare ai candidati, comportava una formula nella qua­le dovevano affermare esplicitamente l’autenticità di insegnamen­ti dei quali si riconosceva che non sapessero nulla [(n.a.) Abbiamo avuto fra le mani un esemplare della dichiarazione richiesta ai candidati alla “sezione esoterica”, chiamata oggi “Scuola Teosofica Orientale”, ove si legge, all’inizio e a firma di M.me Blavatsky, il seguente preambolo: “Il prescelto, che entra nella Scuola senza accettare i fatti fondamentali della natura, sui quali poggiano gli insegnamenti della Scuola stessa, senza fede negli Istruttori e senza l’ardente desiderio di imparare, per divenire più utile ai suoi compagni, va incontro ad una delusione inevitabile. È per questo che si devono porre le seguenti condizioni e che nessun candidato può essere ammesso senza soddisfarle. Si dovrà dunque firmare il seguente testo e ritornarlo al Segretario Corrispon­dente della Divisione”. Segue, la stessa dichiarazione, che è così concepita: “1° Io concordo con i tre scopi della S.T. - 2° Io sono convinto della verità dei principali insegnamenti della Filosofia Esoterica: l’Esistenza Unica, da cui tutto procede; la Legge di Perio­dicità; l’identità dello spirito dell’uomo con lo Spirito Universale; la Rein­carnazione; il Karma; l’esistenza della Grande Fraternità - 3° Io desidero diventare membro della E.E.T., allo scopo di purificare e di spiritualizzare la mia vita per divenire un più utile servitore dell’U­manità. - 4° Io do per certo che H.P.B. era in possesso di un sapere che attesta la sua missione come Messaggero della Grande Fraternità e che questa Scuo­la che lei ha fondato è pertanto sotto la protezione della Grande Frater­nità. - 5° Io riconosco Annie Besant come suo successore, come capo di questa Scuola, sotto la direzione dei Maestri e come Loro Messaggera da Loro designata a svolgere tale mansione”]!

    Questo cosiddetto “sistema religioso particolare” che costi­tuisce la dottrina ufficiale del teosofismo e che si presenta mol­to semplicemente come “l’essenza stessa di tutte le religioni e del­la verità assoluta” [La Clef de la Théosophie, p.83-86], porta il segno fortemente visibile delle mol­teplici e discordanti fonti dalle quali è stato tratto: lungi dall’esse­re “l’origine comune” di tutte le dottrine, come si vorrebbe far credere, non è che il risultato degli imprestiti che sono stati opera­ti senza discernimento ed ai quali ci si è sforzati di dare artificial­mente un’apparenza di unità che non resiste all’esame. Non è in­somma che un miscuglio confuso di neo-platonismo, di gnosticismo, di Kabbala giudaica, di ermetismo e d’occultismo, il tutto raggrup­pato alla meno peggio intorno a due o tre idee che, si voglia o no, sono d’origine del tutto moderna e puramente occidentale. È ta­le miscuglio eterogeneo che è stato presentato fin dall’inizio come “Buddhismo esoterico”; ma non di meno, dal momento che era troppo facile accorgersi che esso non presentava con il vero Bud­dhismo che dei rapporti assai vaghi, era necessario provare a spie­gare come poteva parlarsi di Buddhismo pur trattandosi di una cosa diversa: “L’errore (che consiste nel credere che noi siamo tutti discepoli di Gautama Bouddha) è derivato dalla mancanza di comprensione del reale senso del titolo dell’eccellente opera di A.P. Sinnett: Esoteric Buddhism; quest’ultimo termine avreb­be dovuto essere scritto con una sola d, ed allora Budhism avreb­be avuto il senso reale che doveva avere, quello di Religione del­la Saggezza (da bodha, bodhi, intelligenza, saggezza) al posto di Buddhism, la filosofia religiosa di Gautama” [La Clef de la Théosophie, p. 20 - Cfr. Le Lotus sett. 1887, p. 325].

    Per dimostrare il poco valore di questa sottile distinzione è sufficiente dire che in sanscrito, per designare l’intelligenza, vi è anche il termine buddhi, che si scrive (o meglio si trascrive) con due d; segnaliamo per inciso, a proposito di quest’ultimo termine, che M.me Besant ha deciso di tradurlo come “ragion pura”, quando invece esso significa esattamente “intuizione intellettuale”; il cam­bio di terminologia non è sufficiente a far sparire le confusioni! A rigore, “Budhismo” (con una sola d) non potrebbe significare che la “dottrina di Mercurio”, vale a dire un equivalente “sanscritiz­zato”, se ci si può esprimere così, dell’”ermetismo” greco-egiziano; ma l’idea di questa interpretazione sembra non sia mai venuta ai teosofisti, poiché non pensiamo che nella spiegazione suddetta si volesse fare allusione volontaria e diretta agli insegnamenti di un altro “Mercurio”, che allora era conosciuto ancora col nome di Koot Hoomi; ed è veramente un peccato, poiché una tale allusione non sarebbe stata priva di una certa ingegnosità.

    La dichiarazione che abbiamo riportato non impedisce alla stessa M.me Blavatsky di contribuire a mantenere l’equivoco, di­chiarando, subito dopo, che il Buddhismo (con due d) comporta ad un tempo degli insegnamenti essoterici e degli insegnamenti esoterici, di modo che si è spontaneamente portati a chiedersi fi­no a che punto il “Buddhismo esoterico” ed il “Budhismo esoterico” possono essere veramente distinti l’uno dall’altro.

    Del resto, Sinnett aveva ben presente la pretesa “dottrina e­soterica” che si era incaricato di esporre come proveniente dal Buddhismo propriamente detto o da una delle sue derivazioni, e nello stesso tempo come costituente un legame fra questo ed il Brahmanesimo; egli stabiliva anche questo legame nel modo più straordinario, facendo di Shankarâchârya, che fu uno dei più irri­ducibili avversari del Buddhismo in India, una “seconda incarnazione” di Buddha [Le Bouddhisme Esotérique, pp. 215-216] e questo in base alle dichiarazioni di un Braha­mano “iniziato” del sud dell’India, “sanscritista dei più eminenti ed occultista dei più seri” [Le Bouddhisme Esotérique, p. 221], che non era altri che Subba Rao. Malgrado tutto, Sinnett non poteva impedirsi di riconoscere che “questo modo di vedere non è per nulla accettato dalle autorità indù non iniziate”, vale a dire, in realtà dai non teosofisti; ora, tutti gli Indù aventi qualche autorità non hanno mai avuto che il più profondo disprezzo per il teosofismo e, per di più, non è certo a Madras che occorre andare se si vogliono trovare dei “sanscriti­sti eminenti”. È veramente troppo facile, per prevenire le obiezioni dei propri avversari, proclamare che essi non sono “iniziati”, ma sarebbe forse un po’ meno facile indicare degli “iniziati”, del tipo di cui si tratta, che non abbiano alcun rapporto con gli ambien­ti teosofisti

    La verità, in effetti, è che non vi è mai stato un “Buddhismo esoterico” autentico; se si vuol trovare dell’esoterismo non è cer­to lì che ci si deve rivolgere, poiché il Buddhismo fu essenzialmente, alle sue origini, una dottrina popolare che servì d’appoggio teori­co ad un movimento sociale a tendenze egualitarie. In India esso non costituì che una semplice eresia, con nessun vero legame capace di ricollegarlo alla tradizione brahmanica, con cui aveva invece rotto apertamente, non solo dal punto di vista sociale, rigettando l’istituzione delle caste, ma anche dal punto di vista dottrinale, negando l’autorità dei “Veda”. Del resto, il Buddhismo rappresen­tava qualcosa di talmente estraneo allo spirito indù che, ormai da molto tempo, è completamente sparito dal paese ove era nato; è solamente a Ceylon ed in Birmania che esiste ancora allo stato quasi puro, mentre in tutti gli altri paesi ove si è sparso si è modi­ficato al punto da risultare del tutto irriconoscibile. In Europa si ha generalmente la tendenza ad esagerare l’importanza del Bud­dhismo, che è certamente di gran lunga la meno interessante di tutte le dottrine orientali, ma che, proprio in quello che costitui­sce per l’Oriente una deviazione ed una anomalia, può sembrare più accessibile alla mentalità occidentale e meno lontano dalle forme di pensiero alle quali viene accomunato:

    È probabilmente questa la principale ragione della predile­zione di cui lo studio del Buddhismo è stato oggetto a tutt’oggi da parte della maggioranza degli orientalisti, ancorché, da parte di qualcuno di essi, non si siano aggiunte delle intenzioni di altro ordine, consistenti nel provare a farne lo strumento di un anticristianesimo al quale esso è evidentemente, di per sè, del tutto estra­neo.

    Emile Burnouf, in particolare, non fu esente da queste ultime preoccupazioni e ciò lo spinse a legare con i teosofisti, animati dallo stesso spirito di concorrenza religiosa; vi fu così in Francia, qualche anno fa, un tentativo, che ottenne d’altronde poco suc­cesso, per diffondere un certo “Buddhismo eclettico” assai fantasioso, inventato da Leon de Rosny, a cui, benché non fu mai teosofista [In compenso, apparteneva alla Massoneria (Lanterne, 18 Aprile 1894)], Olcott dedicherà degli elogi nella introduzione che scrisse appositamente per la traduzione francese del suo Catéchisme Bouddhique [(n.a.) Esiste attualmente a Londra una Loggia Buddhista che ha per organo una rivista intitolata Buddhism in England; tale Buddhismo “che non è di alcuna scuola, ma di tutte” (sic) e che, d’altronde, è un po’ trop­po chiaramente “adattato” alla mentalità europea, richiama alquanto il “Buddhismo eclettico” di Leon de Rosny].

    Per altri versi, non si può negare che la Società Teosofica ave­va tentato di annettersi il Buddhismo, anche semplicemente “es­soterico”; questo tentativo fu attuato in primo luogo con la pub­blicazione, nel 1881, del già citato Catéchisme Bouddhique di Olcott [(n.a ) Il Catéchisme Bouddhique di Olcott venne tradotto in giapponese da Midzutani Riozen; il Lotus dell’ott. 1887, nel riportare questa noti­zia, aggiungeva: “Vi è da sperare che il Giappone non si cristianizzi mai”].

    Questo opuscolo era munito dell’approvazione del Rev. H. Sumangala, direttore del Vidyodaya Parivena (collegio) di Colom­bo, che per la circostanza si proclamava “Gran Sacerdote della Chiesa Buddhista del Sud”, alto ufficio di cui nessuno aveva fino ad allora supposto l’esistenza.

    Qualche anno più tardi, lo stesso Olcott, dopo un viaggio Giappone ed un giro in Birmania, si vantò di aver realizzato la ricon­ciliazione delle Chiese Buddhiste del Nord e del Sud [Vedere, a riguardo, le diverse informazioni pubblicate sul Lotus Bleu 27 dic. 1891, 27 aprile, 27 sett. e 27 dic. 1892].

    Allora Sumàngala scriveva: “Dobbiamo al colonnello Olcott il Catechismo col quale i nostri fanciulli apprenderanno i primi principi della nostra religione e le fraterne relazioni che, da adesso, si sono instaurate con i nostri correligionari del Giappone e di altri paesi buddhisti” [Messaggio indirizzato al “Parlamento delle Religioni” di Chicago del 1893]. Conviene aggiungere che le scuole ove veniva insegnato il Catechismo di Olcott non erano che delle creazioni teosofiste; abbiamo in questo caso la testimonianza della stessa M.me Blavatsky che, nel 1890, scriveva: “A Ceylon noi abbiamo richiamato in vita e cominciato a purificare il Buddhismo; abbiamo creato delle scuole superiori ed abbiamo preso circa cinquanta scuole di minore importanza sotto la nostra sorveglianza [Lotus Bleu, 7 ott. 1890].

    D’altra parte, verso la stessa epoca, Sir Edwin Arnold, autore di Lumiere de l’Asie, s’era recato in India per lavorare, anche lui, al riavvicinamento delle Chiese Buddhiste; non è lecito considera­re molto sospette queste iniziative occidentali in un campo simile?

    È, forse, per legittimare il ruolo di Olcott che Leadbeater ha raccontato che questi era stato, in una sua precedente incarnazione, il re Ashoka, grande protettore del Buddhismo, dopo essere stato anche, in un’altra, Gushtasp, re della Persia e protettore dello Zoroastrismo [L’Occultisme dans la Nature, p. 409]; gli spiritisti non sono dunque i soli ad avere la mania di credersi dei personaggi illustri!

    Quando Olcott morì, si pose sul suo corpo, insieme alla ban­diera americana, “lo stendardo buddhista che lui stesso aveva idea­to e sul quale erano disposte, nel loro ordine, i colori della aura del Signore Buddha” [L’Occultisme dans la Nature p. 413]; fantasie da “chiaroveggenti” alle quali i buddhisti autentici non hanno mai concesso la minima importanza.

    In fondo, tutte queste storie si riallacciano soprattutto al ruolo politico della Società Teosofica, sul quale avremo occasione di spiegarci più avanti; sembra d’altronde, che non ci sia stato un seguito riguardo all’unione delle diverse branche del Buddhismo, ma bisogna considerare che i teosofisti non hanno rinunciato ad utilizzare il Buddhismo del Sud, poiché uno degli appartenenti ad esso, C. Jinarâjadâsa (attuale vice presidente della Società Teosofi­ca), annunciava recentemente di aver ricevuto dal “Gran Sacerdo­te di Colombo” il potere di accettare nella religione buddista gli europei che lo desiderano [Revue Théosophique Française, sett. 1920].

    Ciò riduce la Chiesa in questione, come certe Chiese cristiane di cui parleremo, al rango delle diverse organizzazioni che la Società Teosofica impiega come ausiliarie, per la sua propaganda e per la realizzazione dei suoi disegni particolari.

     

     

    CAPITOLO UNDICESIMO

    PUNTI PRINCIPALI DELL’INSEGNAMENTO TEOSOFISTA

     

    Se si considera nel suo insieme la sedicente dottrina teosofista, ci si accorge subito che ciò che ne costituisce il punto centrale è l’idea di “evoluzione” [Un teosofista ha dichiarato apertamente che “la Dottrina Segreta non sarebbe stata pubblicata se la teoria dell’evoluzione non si fosse fatta strada nel cervello umano” (Les Cycles, di Amaravella: Lotus Bleu, 27 aprile 1894, p. 78); noi diremmo piuttosto che senza di questa non sarebbe stata neanche immaginata]; ora, questa idea è assolutamente estra­nea agli orientali, ed anche in occidente essa è nata solo recente­mente. In effetti, l’idea stessa di “progresso”, di cui essa è una forma più o meno complicata da delle pretese considerazioni “scien­tifiche”, non risale molto più in là della seconda metà del XVIII secolo, i suoi veri promotori essendo stati Turgot e Condorcet; non vi è dunque bisogno di risalire tanto lontano per trovare l’o­rigine storica di questa idea, che tanti, a causa delle loro abitudini mentali, hanno finito col credere essenziale per lo spirito umano, mentre invece la maggior parte dell’umanità continua ad ignorar­la o a non tenerla in alcun conto [(n.a.) - Prima del secolo XVIII non si trovano molte tracce dell’idea di “progresso”, tranne che in Bacone e Pascal; vedremo in seguito che i teosofisti considerano Bacone come una “incarnazione” di uno dei loro “Maestri”].

    Da ciò emerge subito una conclusione nettissima: dal momento che i teosofisti sono “evoluzionisti” (e lo sono fino al punto di ammettere generalmente perfino il trasformismo, che è l’aspetto più grossolano dell’evoluzionismo, escludendo tuttavia certi punti della teoria darwiniana) [Vedere La Genealogie de l’Homme, di M.me Besant], essi non sono ciò che pretendono di essere ed il loro sistema non può “avere per base la più antica filosofia del mondo” [La Clef de la Théosophie, p. 86].

    Senza dubbio i teosofisti sono lontani dall’essere i soli a scam­biare per “legge” ciò che è invece una semplice ipotesi, ed anche, a nostro avviso, un’ipotesi molto inconsistente; tutta la loro origi­nalità consiste nel presentare questa pretesa legge come un dato tra­dizionale, allorché sarebbe piuttosto tutto il contrario.

    D’altronde, non si capisce bene come la credenza nel progres­so possa conciliarsi con l’attaccamento ad una “dottrina arcaica” (l’espressione è di M.me Blavatsky): per chiunque ammette l’evo­luzione, la dottrina più moderna dovrà logicamente essere la più perfetta; ma i teosofisti, che non fanno caso alle contraddizioni, non sembra si siano nemmeno posta la questione.

    Non ci soffermeremo a lungo sulla storia fantastica della evo­luzione umana, come la descrivono i teosofisti: sette “razze madri” si succedono nel corso di un “periodo mondiale”, vale a dire mentre l’”onda vitale” soggiorna in uno stesso pianeta; ogni “razza” com­prende sette “sotto-razze”, di cui ciascuna è divisa a sua volta in sette “branche”. D’altra parte, l”onda vitale” percorre successi­vamente sette sfere in una “ronda” e questa “ronda” si ripete set­te volte in una stessa “catena planetaria”, dopo di che l’”onda vitale” passa ad un’altra “catena”, composta ugualmente di set­te pianeti, che sarà percorsa, a sua volta, sette volte; si hanno cosi sette “catene” in un “sistema planetario”, chiamato anche “impre­sa d’evoluzione”; ed infine il nostro sistema solare è formato da dieci “sistemi planetari”; su quest’ultimo punto vi sono comun­que delle perplessità.

    Attualmente noi siamo alla quinta “razza” del nostro “periodo mondiale” ed alla quarta “ronda” della “catena” di cui la Terra fa parte e nella quale essa occupa il quarto posto; questa “catena” è ugualmente la quarta del nostro “sistema planetario” ed essa comprende, come abbiamo già indicato, due altri pianeti fisici, Marte e Mercurio, più quattro sfere che sono invisibili ed appar­tengono a dei “piani superiori”; la “catena” precedente è chiamata “catena lunare” poiché è rappresentata sul “piano fisico” dalla Luna. Certi teosofisti interpretano d’altronde questi dati in una maniera assai diversa e pretendono che non si tratti, in tutto ciò, che di stati diversi e di “incarnazioni” successive della stessa Ter­ra, i nomi degli altri pianeti essendo solo delle designazioni pura­mente simboliche; queste cose sono invero molto oscure e non finiremmo mai se volessimo rilevare tutte le contraddizioni alle quali danno luogo.

    Occorre ancora aggiungere che vi sono sette regni: tre “elemen­tali”, più i regni minerale, vegetale, animale ed umano e che, pas­sando da una “catena” alla successiva, gli esseri di uno di questi regni passano in genere al regno immediatamente superiore; in effetti sono sempre gli stessi esseri che si ritiene compiano la loro evoluzione attraverso molteplici incarnazioni nel corso dei diversi periodi che abbiamo indicato.

    Le cifre che sono indicate per la durata di questi periodi sono meno verosimili di tutto il resto: secondo la Dottrina Segreta, l’ap­parizione dell’uomo sulla terra, nella quarta “ronda”, risale a 18 milioni di anni fa, mentre trecento milioni di anni fa l’”onda vita­le” ha raggiunto il nostro globo alla sua prima “ronda”. Vero è che oggi si è molto meno certi a tale proposito, rispetto all’inizio: Leadbeater ha anche dichiarato che “noi ignoriamo se tutte le ronde e tutti i periodi razziali hanno un’eguale durata” e che d’altronde “è inutile cercare di valutare in anni questi enormi periodi di tempo” [L’Occultisme dans la Nature, p. 235]. Per ciò che concerne i periodi più ristretti, Sinnett ha affermato che “la presente razza dell’umanità, la quinta razza della quarta ronda, ha incominciato ad evolversi un milione di anni fa” e questo è “un numero vero, che si può prendere alla lettera” (corsivo di Sinnett) [Le Bouddhisme Esoterique, p. 172]; d’altra parte, secondo gli autori delle “Vite di Alcione”, alle quali abbiamo già accennato, “la fondazione della quinta razza risale al 79997 avanti Cristo” [De l’an 25000 avant Jésus Christ à nos jours, p. 65]; quest’ultima affermazione, che è di una precisione sorprendente, non sembra potersi conciliare molto con la precedente e non è proprio il caso di beffarsi degli studiosi che, senza dubbio, non si accordano molto meglio sulla valutazione della durata dei periodi geologici, ma che almeno presentano i loro calcoli solo come delle pure ipotesi. Qui, al contrario, abbiamo a che fare con della gente che pretende di essere in grado di verificare direttamente le loro asserzioni e di avere a loro disposizione, per ricostruire la storia delle razze scomparse [Vedere per esempio l’Histoire de l’Atlantide, di W. Scott-Elliot], gli “archivi âkâshichi”, vale a dire le immagini stesse degli avvenimenti passati, registrati fedelmente ed in maniera indelebile, nella “atmosfera invisibile” della Terra.

    Le concezioni che abbiamo riassunte non sono in fondo che un’assurda caricatura della teoria indù dei cicli cosmici; questa è in realtà tutt’altra cosa e non ha, beninteso, niente di evoluzio­nista; per di più, le cifre che vi sono riportate sono essenzialmente simboliche ed il prenderle letteralmente per dei numeri di anni è solo indice di una grossolana ignoranza, della quale i teosofisti, d’altronde, non sono i soli a dare prova; possiamo anche dire, sen­za insistervi ulteriormente, che questa teoria dei cicli è una di quel­le il cui vero significato è il più difficilmente accessibile agli occi­dentali in generale.

    Per ritornare alle concezioni teosofiste, se si entrasse nei det­tagli vi si troverebbero ancora ben altre singolarità: la descrizione delle prime razze umane e della loro solidificazione progressiva ne è un esempio; nella “ronda” attuale, fra l’altro, la separa­zione dei sessi non si sarebbe effettuata che verso la metà della terza razza. Sembra anche che ogni “ronda” sia consacrata in modo particolare allo sviluppo di uno dei principi costitutivi dell’uomo; alcuni aggiungono anche che un nuovo senso si sviluppa all’appa­rire di ogni razza; com’è possibile dunque che i popoli che ci ven­gono presentati come delle vestigia di razze anteriori, più precisa­mente della terza e della quarta, hanno tuttavia cinque sensi, esat­tamente come noi?

    Questa difficoltà non impedisce di precisare che la “chiaro­veggenza”, che ci si sforza in modo particolare di ottenere nella “sezione esoterica”, è il germe del sesto senso, che diventerà nor­male nella sesta “razza madre”, quella che dovrà succedere imme­diatamente alla nostra.

    D’altronde, è naturalmente alle investigazioni dei “chiaroveg­genti” che si rifà tutto questo romanzo preistorico, nel quale ciò che si riferisce alle antiche civiltà somiglia veramente un po’ trop­po alle invenzioni ed alle scoperte della scienza moderna: vi si trova perfino l’aviazione e la radio-attività [De l’an 25000 avant Jésus Christ à nos jours, pp. 222-232], cosa questa che dimostra da quali preoccupazioni siano influenzati gli autori, e sotto questo profilo, sono parimenti caratteristiche le considerazioni relative all’organizzazione sociale [Vedere in particolare Le Pérou antique, di C.W. Leadbeater: Revue Théosophique Française, 1901].

    Allo stesso ordine di preoccupazioni, molto moderne, si deve anche ricollegare il ruolo che giuoca nelle teorie teosofiste, ancor più che nelle teorie spiritiste, la “quarta dimensione” dello spa­zio; i teosofisti vanno anche più lontano nelle “dimensioni supe­riori”, e dichiarano categoricamente che “lo spazio ha sette dimen­sioni” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 82-85], cosa questa che sarà ritenuta molto arbitraria dai ma­tematici, che concepiscono delle geometrie con un numero qual­siasi di dimensioni, considerandole però solo come delle sempli­ci costruzioni algebriche, tradotte in termini spaziali per analogia con la geometria analitica ordinaria.

    Fra le fantasie pseudo-scentifiche, si può annoverare la descri­zione dettagliata dei diversi tipi di atomi [La Chimie occulte, di M.me Besant e C.W. Leadbeater]; si dice che questi atomi sono stati osservati sempre per mezzo della “chiaroveggen­za” ed è pure a questa facoltà che si deve la conoscenza dei colori degli elementi invisibili dell’uomo [L’Homme visible et invisible, di C.W. Leadbeater]: bisogna credere che questi organismi “iperfisici” siano dotati di proprietà fisiche!,

    Aggiungeremo, del resto, che non vi sono “chiaroveggenti” solo presso i teosofisti, essi non mancano neanche presso gli occultisti e gli spiritisti; il male è che gli uni e gli altri non sono d’accor­do e che le loro visioni sono sempre conformi alle teorie sostenu­te dalle scuole alle quali appartengono; in tali condizioni occorre veramente molta buona volontà per accordare qualche importanza a tutte queste fantasticherie.

    Abbiamo accennato agli elementi o principi costitutivi del­l’essere umano; questa questione della costituzione dell’uomo occu­pa un posto importante negli “insegnamenti” dei teosofisti, che vi hanno dedicato un certo numero di speciali trattati [Oltre all’opera citata di Leadbeater, vedere i diversi “manuali” di M. Besant: L’Homme et ses corps, Les sept principes de l’homme, etc.]; d’altron­de, tale questione è lontana dall’essere così semplice come spesso si immagina. In effetti non è con poche righe che si potrebbe di­mostrare in qual modo i teosofisti hanno snaturato, qui come dappertutto, le concezioni orientali; noi ci proponiamo di pubblica­re, allorché le circostanze ce lo permetteranno, un lavoro nel qua­le esporremo le vere concezioni indù su tale questione ed allo­ra ci si potrà rendere conto del fatto che i teosofisti hanno attin­to quasi esclusivamente alla terminologia, appropriandosene senza comprenderla [(n.a.) L’opera annunciata è stata poi pubblicata col titolo: L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta].

    Ci limiteremo dunque a dire che, per i teosofisti, nell’uomo vi sono sette principi distinti; del resto, vi è qualche divergenza, non solo a riguardo della loro nomenclatura (abbiamo detto che M.me Besant ha finito con l’abbandonare i termini sanscriti), ma anche, cosa che è più grave, a riguardo dell’ordine col quale devono essere classificati. Comunque sia, questi principi sono visti come aventi dei “corpi” che sarebbero in qualche modo incastrati gli uni negli altri o che perlomeno si compenetrerebbero, non differen­ziandosi insomma che per la loro maggiore o minore sottigliezza; questa è una concezione che materializza le cose in maniera singolare e, naturalmente, nelle dottrine indù non esiste niente del genere.

    D’altronde, i teosofisti qualificano volentieri le loro teorie di “materialismo trascendente”; per loro “tutto è materia”, sotto le condizioni più diverse, “materia, spazio, movimento, durata, costituiscono la sola e medesima sostanza eterna dell’universo” [Le Bouddhisme Esoterique, p. 274].

    Può darsi che postulati come questi abbiano un senso per cer­ti occidentali moderni, ma ciò che è certo è che non ne hanno assolutamente per gli orientali, i quali, per essere esatti, non hanno nemmeno la nozione di “materia” (non si trova in sanscrito alcun termine che vi corrisponda, nemmeno in maniera molto approssi­mativa); secondo noi, tali postulati non possono che mettere in evidenza le enormi limitazioni entro cui è racchiuso il pensiero teosofista.

    Ciò che bisogna ricordare è che i teosofisti sono tutti d’accor­do nel ritenere la costituzione dell’uomo come settenaria (cosa che non fa alcuna scuola indù); è solo a cose fatte che certi occultisti hanno cercato di stabilire una corrispondenza fra questa concezio­ne e la loro concezione ternaria, riunendo in uno stesso gruppo degli elementi che nella prima sono distinti, e non vi sono sempre riusciti nella maniera più felice; ciò è bene segnalarlo per evitare tante confusioni fra teorie che, benché abbiano tanti punti di contat­to, presentano nondimeno delle importanti divergenze.

    Del resto, i teosofisti tengono talmente a ritrovare dappertut­to il settenario (ci se ne rende conto facilmente dall’esposizione dei periodi d’evoluzione) che laddove incontrano delle classifica­zioni che comprendono cinque principi o cinque elementi, cosa che capita frequentemente in India, così come in Cina, pretendono che esistano due altri termini che si sono tenuti nascosti; natural­mente nessuno è in grado di spiegare la ragione di una cosi singolare discrezione.

    Un’altra questione che è connessa alla precedente è quella de­gli stati che l’uomo deve attraversare dopo la morte [La Mort et l’au-delà, di M.me Besant; L’autre còtè de la mort, di C.W. Leadbeater]; per com­prendere ciò che viene detto, occorre sapere che il settenario umano è considerato come comprendente, da un lato, un quaternario inferiore formato da elementi corruttibili e dall’altro, un ternario superiore formato da elementi immortali; aggiungiamo a questo proposito che i principi superiori non sono pienamente costituiti che negli uomini più “evoluti” e che lo saranno in tutti gli uomini alla fine della “settima ronda”. L’uomo deve spogliarsi successi­vamente di ciascuno dei suoi “corpi” inferiori, dopo un soggiorno più o meno lungo nel “piano” corrispondente; in seguito giunge ad un periodo di riposo, detto “stato dêvachanico”, in cui gode di ciò che ha acquisito nel corso della sua ultima esistenza terrestre, tale “stato” ha fine allorché deve rivestirsi di nuovi “veicoli” in­feriori per “ritornare a reincarnarsi”.

    È di questo periodo “dêvachanico” che si era preteso all’ini­zio di fissare la durata in maniera uniforme, ed abbiamo poi visto come si fosse ritornati su questa prima opinione; ciò che è degno di nota è che la durata di un simile stato, qualificato d’altro canto come “soggettivo”, sia misurabile in unità di tempo terrestre!

    È sempre la stessa attitudine a materializzare ogni cosa, ed in tali condizioni non si è certo qualificati per poter mettere in ridicolo il “Summerland” degli spiritisti anglossassoni [La Clef de la Théosophie, pp. 209-210; La Mort et l’au-delà, p. 85 del­la traduz. francese], che è solo un po’ più grossolanamente materiale; dopotutto, fra que­ste due concezioni vi è solo una differenza di grado e da ambo le parti si potrebbero trovare moltissimi esempi delle rappresenta­zioni assurde che, in quest’ordine di idee, può produrre l’immagi­nazione, trasponendo in altri stati ciò che è essenzialmente proprio alla vita terrestre.

    Del resto sarebbe poco utile soffermarsi a discutere la teoria che abbiamo riassunto molto sommariamente, semplificandola il più possibile e trascurando i casi eccezionali; per dimostrare che manca assolutamente di fondamento basterà dire che essa suppone innanzi tutto la realtà di qualche cosa che è propriamente un’as­surdità: intendiamo parlare della reincarnazione.

    Abbiamo menzionato in più di una occasione questo concet­to della reincarnazione, che è considerata come il mezzo attraver­so cui si compie l’evoluzione, dapprima per ogni singolo uomo, in seguito e di conseguenza, per l’intera umanità, e quindi per l’in­sieme dell’universo. Alcuni arrivano persino a sostenere che la rein­carnazione è “il corollario obbligato della legge d’evoluzione” [Essai sur l’évolution, del dr. Th. Pascal; La Théosophie en quelques cha­pitres, dello stesso autore, pp. 28 e 35], cosa, invero, esagerata, poiché vi sono molti evoluzionisti che non la ammettono assolutamente; sarebbe assai curioso veder discute­re tare questione fra evoluzionisti di scuole diverse, anche se du­bitiamo fortemente che da una simile discussione possa venirne la minima delucidazione.

    Comunque sia, questa idea della reincarnazione è, come quel­la dell’evoluzione, un’idea molto moderna; sembra che abbia pre­so consistenza soprattutto verso il 1830 o il 1848, in certi ambien­ti socialisti francesi: la maggior parte dei rivoluzionari di quell’e­poca erano dei “mistici”, nel senso più deteriore del termine, e si sa a quali stranezze diedero luogo le teorie fourieriste, saint-simoniane ed altre dello stesso genere. Per questi socialisti la con­cezione reincarnazionista, i cui primi inventori furono forse Fou­rier e Pierre Leroux [Perlomeno, sembra che loro siano stati i primi a parlarne in Francia; dob­biamo tuttavia aggiungere che la stessa idea era stata formulata preceden­temente in Germania da Lessing, nella seconda metà del XVIII secolo. Non siamo riusciti a trovare alcun altra fonte più antica, né a sapere se i socialisti francesi si siano ispirati direttamente o indirettamente a Les­sing, oppure se abbiano “reinventata” loro stessi la teoria reincarnazionista; in ogni caso le hanno dato una diffusione che non era riuscita ad ot­tenere prima di allora], aveva l’unica ragion d’essere nel fatto che spiegava l’ineguaglianza delle condizioni sociali o per lo meno rimuoveva ciò che loro vi trovavano di sgradevole, attribuendolo alle conseguenze delle azioni compiute in qualche esistenza anteriore; talvolta accade anche ai teosofisti di porre tale giustificazione in primo piano [Le Bouddhisme Esotérique, p. 125; La Théosophie en quelques chapitres, p. 40], benché loro vi insistano generalmente meno degli spiritisti.

    In fondo, una teoria come questa non spiega assolutamente, niente, essa non fa che differire le difficoltà, se ve ne sono, poiché se vi fosse stata veramente uguaglianza fin dalle origini, tale ugua­glianza non avrebbe mai potuto essere infranta, a meno che non se ne contesti formalmente la validità del principio di ragion suffi­ciente; ma, in quest’ultimo caso, la questione non si pone più e l’i­dea stessa di legge naturale che si è voluto far intervenire nella solu­zione, non significa più niente.

    Del resto, vi è ancora da dire molto di più che questo, contro la reincarnazione, poiché, ponendosi dal punto di vista della me­tafisica pura, se ne può dimostrare l’assoluta impossibilità, e questo senza alcuna eccezione del genere di quelle ammesse dalla H.B. of L.; d’altronde, noi qui ci riferiamo alla impossibilità della rein­carnazione non solo sulla terra, ma anche su un astro qualunque [Le Lendemain de la Mort o la Vie future selon la Science, di Louis Figuier]; così come alla impossibilità di certe altre bizzarre concezioni come quella di una molteplicità di incarnazioni simultanee su piane­ti diversi [L’Eternitè par les Astres, di Blanqui]; come abbiamo visto, secondo i teosofisti vi è una lun­ga serie di incarnazioni su ciascuno dei globi che fanno parte di uno stesso sistema [(n.a.) Abbiamo dato la dimostrazione metafisica della impossibilità del­la reincarnazione nell’Errore dello Spiritismo, pp. 197-225 (ediz. francese); vi abbiamo indicato anche le differenze sostanziali che esistono fra questa concezione e quelle della “metempsicosi” e della “trasmigrazione”. Si può trovare un’esposizione d’insieme delle idee teosofiste su tale argo­mento, in un volumetto intitolato La Reincarnation, un’esperance pour le monde, di Irving S. Cooper].

    La medesima dimostrazione metafisica vale tanto contro tali teorie che contro quella dell’”eterno ritorno” di Nietzsche; ma, benché tale dimostrazione sia semplice in se stessa, la sua espo­sizione ci condurrebbe troppo lontano, a causa di tutto ciò che presuppone per essere ben compresa.

    Diremo solamente, per ridurre al loro giusto valore le pretese dei teosofisti, che nessuna dottrina tradizionale ha mai ammesso la reincarnazione e che tale idea fu completamente estranea a tut­ta l’antichità, benché si sia voluto appoggiarla, con una interpreta­zione tendenziosa, a qualche testo più o meno simbolico; nello stesso buddhismo, si parla solo di “cambiamenti di stato” che, evi­dentemente, non è per niente la stessa cosa della pluralità delle vi­te terrestri successive; è solo simbolicamente, lo ripetiamo, che degli stati differenti d’esistenza hanno potuto essere, talvolta, descritti come delle “vite”, per analogia con lo stato attuale dell’essere umano e con le condizioni della sua esistenza terrestre [Precisiamo anche, malgrado le false interpretazioni che oggigiorno vanno per la maggiore, che la reincarnazione non ha niente a che vedere con la “metempsicosi” degli Orfici e dei Pitagorici, non più che con le teorie di alcuni Kabbalisti ebrei sull’”embrionato” ed i “ritorni delle anime”].

    La verità dunque è, molto semplicemente, questa: è agli ambienti socialisti di cui abbiamo parlato che appartenevano i primi spiri­tisti della scuola di Allan Kardec ed è là che essi presero, come qual­che scrittore della stessa epoca [Terre et Ciel, di Jean Reynaud; Pluralité des existences de l’âme, di Pez­zam], l’idea di reincarnazione, ed è dalla scuola spiritista francese che M.me Blavatsky trasse a sua volta questa idea, come più tardi accadrà agli occultisti della scuola di Papus; ciò che conosciamo sul primo periodo della vita di M.me Blavatsky non consente alcun dubbio a riguardo.

    Abbiamo visto, tuttavia, che la fondatrice della Società Teoso­fica aveva avuto talvolta qualche esitazione e che aveva anche abbandonato per un certo tempo la teoria reincarnazionista, mentre i suoi discepoli, al contrario, ne hanno fatto un vero articolo fede da sostenere senza neanche cercare di giustificarlo; ma, in maniera generale e lasciando da parte il periodo durante il quale fu sotto l’influenza della H.B. of L., lei avrebbe potuto conservare e far sua la divisa di Allan Kardec: “Nascere, morire, rinascere e progredire senza posa, questa è la legge”.

    Se vi sono state divergenze di vedute fra M.me Blavatsky e gli spiritisti francesi, esse non riguardano il principio ma solo le modalità della reincarnazione, e quest’ultimo punto è di un’importan­za molto secondaria rispetto al primo; del resto abbiamo visto che i teosofisti attuali vi hanno ancora apportato delle modifiche.

    È assai curioso notare, d’altra parte, che gli spiritisti inglesi ed americani, contrariamente ai francesi, respingono formalmente la reincarnazione o perlomeno la respingevano al tempo di M.me Blavatsky, mentre oggi ve ne sono alcuni che la ammettono, probabilmente, benché non se ne rendano conto, sotto l’influenza delle idee teosofiste, che si sono diffuse prodigiosamente in tutti i paesi anglosassoni.

    Beninteso, non accade la stessa cosa a riguardo delle esperienze dei “chiaroveggenti”: le “comunicazioni” ricevute dagli uni e dagli altri di questi spiritisti confermano ciascuno nella propria teoria, dal momento che si tratta del semplice riflesso delle loro stesse idee; d’altronde non vogliamo dire che in tutte le “comunicazioni” di questo genere sono presenti solo componenti di questo tipo, ma ordinariamente vi è certo parecchio di tutto ciò.

    Alla pretesa legge della reincarnazione si riallaccia la cosiddetta legge del “Karma”, secondo la quale le condizioni di ogni esistenza sarebbero determinate dalle azioni compiute nel corso delle esistenze precedenti: è “questa legge invisibile e sconosciuta [Come se ne può dunque parlare?] che adatta con saggezza, intelligenza ed equità ogni effetto alla sua causa e che, in forza di quest’ultima, arriva fino a colui che l’ha prodotta” [La Clef de la Théosophie, p. 282]; M.me Blavatsky la chiama “legge della ricompensa”, e Sinnett “legge della causalità etica”; in effetti si tratta di una causalità di un genere tutto speciale, la cui concezione è subordina­ta a delle preoccupazioni di ordine morale, per cui, lo si è visto, è una specie di “giustizia immanente”.

    Una simile concezione si ritrova ugualmente, salvo i termini che la designano, presso gli occultisti e gli spiritisti, molti dei quali arrivano sino a pretendere di determinare con una straordinaria esattezza, e nei minimi particolari, le relazioni fra ciò che capita ad un individuo nella sua vita presente e ciò che egli ha fatto nel­le sue vite anteriori; è soprattutto nelle opere spiritiste che abbon­dano queste considerazioni ed esse talvolta raggiungono il colmo del ridicolo [(n.a.) Sull’idea del “Karma” e le stravaganze alle quali dà luogo, vedere Errore dello Spiritismo, pp. 235-238 (dell’edizione francese)].

    Si deve riconoscere che i teosofisti, in genere, non si spingono fino a tanto, ma non sono di meno con i grandi sviluppi della teoria del “Karma”, i cui tratti morali spiegano lo spazio sempre più vasto che essa occupa nei loro insegnamenti, dato che il teosofismo, in mano ai successori di M.me Blavatsky, tende a diventare sempre più moralista e sentimentale.

    D’altra parte, alcuni sono arrivati a personificare il “Karma”, ed il suo potere più o meno misterioso e vago è divenuto per loro una vera entità, una sorta di agente incaricato di applicare le sanzio­ni, per ogni azione; M.me Blavatsky si era accontentata di attribuire questo ruolo a degli esseri speciali che chiamava i “Signori del Kar­ma” ed ai quali dava il nome di “Lipikas”, cioè “coloro che scri­vono” o registrano le azioni umane [La vera forma sanscrita di questa parola è “lipikâra”; essa non ha mai indicato altro che degli “scrittori” o degli “scrivani”, nel senso puramente umano].

    In questa concezione teosofista del “Karma” troviamo un ec­cellente esempio dell’abuso dei termini sanscriti, mal compresi, che avevamo già segnalato: il termine “Karma”, in effetti, signi­fica molto semplicemente “azione” e niente altro; esso non ha mai avuto il senso di causalità (“causa” in sanscrito si dice “Kârana”), ed ancor meno di questa causalità speciale di cui abbiamo indicato la natura. M.me Blavatsky ha dunque assegnato del tutto arbitra­riamente questo nome orientale di “Karma” ad una concezione molto occidentale, che lei non ha, dopotutto, inventato comple­tamente, e dove si può vedere una deformazione di certe idee pre­esistenti, a cominciare dalla stessa idea di causalità; questa deforma­zione è anche, in buona parte almeno, un imprestito dello spiriti­smo, poiché va da sè che il “Karma” è strettamente legato alla base stessa della teoria reincarnazionista.

    Non insisteremo sugli altri “insegnamenti” che hanno un’impor­tanza minore, di essi indicheremo solo qualche punto man mano che, in seguito, se ne presenterà l’occasione; d’altronde essi non possono essere attribuiti alla stessa M.me Blavatsky, ma appartengono in proprio ai suoi successori.

    In tutti i casi, la trattazione che abbiamo fatto, per succinta che sia, ci sembra sufficiente per dimostrare la poca serietà della sedicente dottrina teosofista e soprattutto per stabilire che essa non è fondata, malgrado le sue pretese, su alcuna vera base tradizionale. La si deve collegare, molto semplicemente, a fianco dello spiritismo e delle diverse scuole di occultismo con le quali essa ha un’evidente parentela, in quella accozzaglia di bizzarre produzioni della mentalità contemporanea alla quale si può dare la denominazione generale di “neo-spiritualismo”.

    La maggior parte degli occultisti amano anche rifarsi ad una “tradizione occidentale” del tutto fantastica al pari della “tradizione orientale” dei teosofisti, e che, come questa, è formata da un miscuglio di elementi disparati.

    Una cosa è la ricerca dell’identico fondamento che realmente, in molti casi, può essere dissimulato sotto la differenza di forma delle tradizioni dei diversi popoli, altra cosa è fabbricare una pseudo-tradizione, improntandola a questi o a quei brandelli più o meno informi, mischiandoli bene o male, e piuttosto male che bene: soprattutto quando non se ne comprende veramente né la portata né il significato; questo è il caso di tutte queste scuole. Costoro, a parte le obiezioni di carattere teorico che si possono sollevare, hanno tutti in comune un inconveniente di cui non si potrebbe nascondere la gravità: esso consiste nello squilibrare e sconvolgere irrimediabilmente gli spiriti deboli che sono attirati nei loro ambienti; il numero di sventurati condotti, da queste cose, alla rovina, alla follia e talvolta anche alla morte, è cosi grande da non poter esse­re immaginato dalle persone insufficientemente informate, e noi abbiamo conosciuto degli esempi ben pietosi.

    Si può dire, senza alcuna esagerazione, che la diffusione del “neo-spiritualismo”, sotto tutte le sue forme, costituisce un vero pericolo pubblico che non si denuncerà mai con troppa insistenza; le rovine compiute soprattutto dallo spiritismo, che ne è la forma più diffusa e popolare, sono già troppo grandi e ciò che è più inquietante è che attualmente sembrano aumentare di giorno in giorno.

    Un inconveniente di altro ordine, che è specifico del teosofi­smo, in ragione delle particolari pretese che esso accampa sotto questo rapporto e per la confusione che crea ed alimenta, è quel­lo di screditare lo studio delle dottrine orientali e di deviare molti spiriti seri; nonché, per altro verso, di dare agli orientali la più in­cresciosa idea dell’intellettualità occidentale, di cui i teosofisti appaiono loro come dei tristi rappresentanti; non che gli orientali siano soliti dar prova di totale incomprensione, in merito a certe cose, ma gli atteggiamenti da “iniziati” assunti dai teosofisti, ren­dono questa comprensione più problematica e più insanabile.

    Non insisteremo mai abbastanza sul fatto che il teosofismo non rappresenta assolutamente niente in fatto di pensiero orientale au­tentico, poiché è del tutto deplorevole vedere con quale facilità gli occidentali, in seguito all’ignoranza completa che generalmente ne hanno, si lasciano condizionare da audaci ciarlatani; cosa questa che riguarda anche gli orientalisti di professione, la cui competenza, in verità, non va molto al di là del dominio della linguistica o del­l’archeologia.

    In quanto a noi, se siamo cosi sicuri a questo proposito è perché lo studio diretto che abbiamo compiuto sulle vere dottrine orienta­li ce ne dà il diritto; per di più, noi sappiamo esattamente ciò che si pensa del teosofismo in India, ove non ha mai avuto il minimo successo ad di fuori degli ambienti inglesi o anglofili; la mentali­tà occidentale attuale è suscettibile ad accogliere con favore solo delle produzioni di questo genere.

    Abbiamo già detto che i veri Indù hanno per il teosofismo, quando lo conoscono, un profondo disprezzo, ed i capi della Società Teosofica se ne rendono tanto conto che negli uffici che la loro organizzazione possiede in India, non è possibile trovare alcu­no dei loro trattati di ispirazione sedicente orientale, così come nes­suna delle ridicole traduzioni che hanno fatto di alcuni testi; ma vi si trovano solo delle opere relative al Cristianesimo [Articolo pubblicato da Zeaeddin Akmal, di Lahore, nella rivista Zeit di Vienna nel 1897. Queste informazioni ci sono state personalmente con­fermate da diversi indù, in date molto più recenti]. Il teosofismo è comunemente considerato in India, come una setta pro- testante di una specie un po’ particolare e bisogna riconoscere che ne ha, oggi perlomeno, tutte le apparenze: tendenze “moralizzatri­ci” sempre più accentuate ed esclusiviste, ostilità sistematica con­tro tutte le istituzioni tradizionali indù, propaganda britannica esercitata sotto la copertura di opere di carità e di educazione; e quello che diremo in seguito farà comprendere molto meglio tutto ciò [(n.a.) Sul modo in cui fu accolto il teosofismo in India, ai suoi esordi, abbiamo rilevato questa piccola nota molto significativa: “I teosofisti d’America hanno appena inviato una petizione a M.me Blavatsky per pre­garla di pubblicare la sua Dottrina Segreta. Sembra che quest’opera corra il rischio di non vedere la luce, dal momento che i Brahmani si oppongono decisamente alla sua pubblicazione” (Le Lotus, aprile 1888)].

     

     

    CAPITOLO DODICESIMO

    IL TEOSOFISMO E LO SPIRITISMO

     

    Abbiamo detto che il teosofismo deve essere annoverato fra ciò che chiamiamo, in linea generale, “neo-spiritualismo”, sia per sottolinearne il carattere essenzialmente moderno, sia per distin­guerlo dallo “spiritualismo” inteso nel suo senso normale e propria­mente filosofico o classico, se si vuole.

    Dobbiamo adesso precisare che tutte le cose che noi riuniamo sotto questo nome a causa del fatto che possiedono, in effetti, molte caratteristiche comuni, tanto da poter essere considerate come dello stesso genere, e soprattutto a causa del loro derivare in fondo da una comune mentalità, non sono per questo meno distinte fra loro, malgrado tutto.

    Ciò che ci obbliga ad insistere a metterle insieme è che questi strani retroscena del mondo contemporaneo, di cui non intendia­mo presentare che una piccola parte, a chi non ne ha dimestichez­za, fanno l’effetto di una vera fantasmagoria; è un caos nel quale è certo molto difficile raccapezzarsi di primo acchito, col risulta­to che spesso ne derivano delle confusioni, senza dubbio scusabi­li, ma che è bene evitare fintanto che è possibile [(n.a.) Sui rapporti fra l’occultismo e lo spiritismo, vedere Errore dello Spi­ritismo, pp. 61-73 (ediz. francese)].

    Occultismo di scuole diverse, teosofismo, spiritismo, tutto ciò si accorda sicuramente per certi versi e fino ad un certo punto, ma diverge per altro verso e deve essere accuratamente distinto anche quando ci si preoccupa di stabilirne i rapporti.

    D’altronde, abbiamo già avuto occasione di vedere come i capi di queste scuole siano frequentemente in lotta fra loro, arrivando talvolta ad ingiuriarsi pubblicamente; occorre tuttavia aggiunge­re che questo non impedisce loro di allearsi a seconda delle occa­sioni, né di ritrovarsi in seno alle stesse organizzazioni, massoniche o altre.

    In siffatte condizioni si può essere tentati di chiedersi se le loro diatribe sono veramente serie o se non sono piuttosto destina­te a celare un accordo che la prudenza suggerisce di non palesare; noi, qui, non pretendiamo dare una risposta a tale questione, tanto più che si avrebbe probabilmente torto se si volesse generalizzare; accordi del genere, in questo campo, possono essere reali solo in casi particolari: può accadere che delle persone, senza cessare di essere avversari o rivali, si intendano nondimeno per la realizzazione di tale o tal’altro bisogno determinato, e cose del genere accadono gior­nalmente, in politica per esempio.

    Secondo noi, ciò che vi è di più concreto in queste diatribe, sono le rivalità, relative al rispettivo amor proprio, dei vari capi scuola o di coloro che aspirano a diventarlo: quanto accaduto in se­no al teosofismo dopo la morte di M.me Blavatsky ce ne fornirà un tipico esempio. Insomma è a queste rivalità che si cerca di da­re un valido pretesto, suscitando delle divergenze teoriche che, pur essendo molto reali, non hanno forse che un’importanza assai secondaria per della gente che si rivela essere del tutto priva di solidi principi e di una ben definita dottrina e le cui preoccupazio­ni dominanti non appartengono certo all’ordine della pura intellet­tualità.

    Comunque sia, per quanto concerne in particolare i rapporti fra teosofismo e spiritismo, noi abbiamo mostrato come da parte di M.me Blavatsky, almeno dopo la fondazione della Società, vi fosse una opposizione manifesta alle teorie spiritiste o “spirituali­ste”, come si dice nei paesi anglosassoni. Sarebbe facile elencare i vari testi ove è confermata una simile attitudine, ma ci limite­remo a citare solo qualche passo: “Se vi riferite alla spiegazione data dagli spiritisti a proposito di certi fenomeni anormali, noi certo non vi crediamo. Poiché, secondo loro, tutte queste mani­festazioni sono dovute agli “spiriti” di persone (spesso loro parenti) che hanno lasciato questo mondo e che vi ritornano per entrare in comunicazione con coloro che hanno amato o ai quali sono rimasti legati; questo noi lo neghiamo formalmente. Noi diciamo che gli spiriti dei morti non possono ritornare sulla terra, salvo rare eccezioni..., e non possono comunicare con gli uomini se non con mezzi totalmente soggettivi” [La Clef de la Théosophie, pp. 40-41]. M.me Blavatsky spiega in seguito che i fenomeni spiritici sono dovuti sia al “corpo astrale” o “doppio” del medium o di una delle persone presenti, sia a degli “elementali”, sia “infine à dei “gusci”, vale a dire alle “spoglie astrali” abbandonate dai defunti nel lasciare il “piano” corrispon­dente, “spoglie” che nel corso della loro decomposizione rimangono dotate di un certo automatismo che permette loro di risponde­re con una parvenza di intelligenza. Un po’ più oltre, dice: “Cer­to noi rigettiamo in blocco la filosofia spiritista se per “filosofia” voi intendete le grossolane teorie degli spiritisti; ma francamente, essi non hanno una filosofia e, fra i loro difensori, sono proprio i più zelanti, i più seri ed i più intelligenti che lo dicono”; e a tal proposito riporta “ciò che dice A. Oxon (Stainton Moses), uno dei rari spiritisti filosofi, trattando della bigotteria (sic) e della man­canza di organizzazione dello spiritismo” [La Clef de la Théosophie, pp. 45-46]. Altrove ella dichiara “egoista e crudele” la dottrina del “ritorno degli spiriti”, perché secondo tale dottrina “la sventurata umanità non è liberata, nemme­no con la morte, dai dolori di questa vita; neanche una goccia delle miserie e delle sofferenze contenute nel calice della vita sfuggi­rà dalle loro labbra e, volenti o nolenti, poiché adesso (dopo la morte) vedono tutto, dovranno bere l’amaro calice fino alla feccia... È possibile la felicità per chi conosce ciò (le sofferenze di coloro che ha lasciato sulla terra)? Allora, veramente, la “felicità” è la più grande maledizione che si possa immaginare, ed a confronto, la dannazione ortodossa appare un vero sollievo” [La Clef de la Théosophie, pp. 206-207]. A questa dot­trina spiritista ella oppose la concezione del “dêvachan”, ove l’uo­mo “gode di una perfetta felicità, in un oblio assoluto di tutto ciò che, durante la sua ultima incarnazione, gli ha causato dolore o affanno, così come ignora il fatto che nel mondo esistono cose co­me l’affanno ed il dolore” [La Clef de la Théosophie p. 208].

    M.me Blavatsky ammetteva solo “la possibilità di comunicazione fra i viventi e gli spiriti disincarnati” nei casi che lei considera­va del tutto eccezionali e che sono: “La prima eccezione può aver luogo durante alcuni giorni che seguono immediatamente la mor­te di una persona, prima che l’Ego passi allo stato dêvachanico. Ciò che resta dubbio è l’importanza del vantaggio che un qualun­que mortale possa trarre dal ritorno di uno spirito nel piano ogget­tivo La seconda eccezione si riferisce ai Nirmânakâya”, vale a dire “coloro che avendo guadagnato il diritto di entrare nel Nir­vana e di ottenere il riposo ciclico, ... hanno rinunciato a questo stato, per pietà verso l’umanità e verso coloro che hanno lasciato su questa terra” [La Clef de la Théosophie, pp. 211-212].

    La prima di queste due eccezioni, per quanto rara la si potesse supporre, costitutiva non di meno una grave concessione, apren­do le porte ad ogni sorta di compromesso: dal momento che si ammette la minima possibilità di comunicazione con i morti attra­verso mezzi materiali, è difficile sapere ove ciò si fermerà [In realtà qui si tratta ancora, come per la reincarnazione, di una impossibi­lità metafisica, la quale non potrebbe tollerare la minima eccezione. (n.a.) - La dimostrazione della impossibilità di comunicare con i morti, con dei mezzi materiali, è stata da noi fornita nell’Errore dello Spiritismo, pp. 183-196 (ediz. francese)].

    In effetti vi sono dei teosofisti che hanno adottato un atteggia­mento molto meno intransigente di quello di M.me Blavatsky e che, al pari di certi occultisti, hanno finito con l’ammettere che alcuni “spiriti” si manifestano realmente ed assai frequentemente nelle sedute spiritiche; è anche vero però che essi aggiungono che que­sti “spiriti” sono degli “elementali”, vale a dire degli esseri umani di infimo ordine con i quali è piuttosto pericoloso entrare in relazione: noi dubitiamo fortemente che questo genere di conces­sioni siano in grado di conciliare, ai loro autori, i favori degli spi­ritisti puri, i quali non si decideranno mai a considerarli dei veri “credenti”.

    Del resto, in pratica, i capi del teosofismo non hanno mai ces­sato di sconsigliare le esperienze spiritiche e si sono spesso dedica­ti a farne risaltare i pericoli. M.me Blavatsky, dimenticando o fingendo di dimenticare ciò che era stata al suo esordio, verso la fine della sua vita, scriveva: “È perché io credo a questi fenomeni... che il mio intero essere è preso da un profondo disgusto per essi... Costoro riescono solo ad aprire le porte ad una moltitudine di “fantasmi”, buoni, malvagi o indifferenti, di cui il medium diven­ta schiavo per il resto della sua vita. Io protesto dunque, non nei confronti del misticismo spirituale, ma contro questa medianità che vi mette in contatto con tutti i folletti che possono raggiunger­vi; il primo è una cosa santa che eleva e nobilita, la seconda è un fenomeno del genere di quelli che, due secoli fa, hanno causato la rovina di tanti maghi e streghe… Io dico che tutti questi contatti con i morti equivalgono, coscientemente o no, alla ne­cromanzia e quindi ad una pratica molto pericolosa... La sag­gezza collettiva di tutti i secoli passati ha fortemente protestato contro le pratiche di questo genere. Dico infine, cosa che non ho mai cessato di ripetere a parole e con gli scritti, da quindici anni, che mentre alcuni dei sedicenti “spiriti” non sanno ciò che dicono e non fanno che riproporre, alla maniera dei pappagalli, ciò che trovano nel cervello del medium o di altre persone, ve ne sono altri molto più pericolosi che possono condurre solo verso il male”. Come prova del primo caso ella cita il fatto delle “comunicazioni” reincarnazioniste in Francia e antireincarnazioniste in Inghilterra ed in America; per il secondo, ella afferma che i “migliori, i più potenti medium hanno tutti sofferto nel corpo e nell’anima” e ne dà alcuni esempi: gli uni sono epilettici, altri sono morti di fol­lia furiosa, “ecco infine le sorelle Fox, le medium più antiche, le fondatrici dello spiritismo moderno, dopo più di 40 anni di rappor­ti con gli “Angeli”, sono diventate, grazie a questi ultimi, delle pazze incurabili che dichiarano adesso, nelle loro pubbliche con­ferenze, che l’opera e la filosofia della loro intera vita non sono state che una menzogna! Io vi chiedo qual è il genere di spiriti che suggerisce loro una simile condotta!” [La Clef de la Théosophie, pp. 270-273].

    La conclusione a cui sembra richiamare quest’ultima frase presenta tuttavia un difetto, poiché M.me Blavatsky professa di non credere al demonio; non è men vero che vi sono dette delle cose molto giuste, ma alcune fra queste possono ritorcersi contro chi le ha scritte: i suoi “fenomeni”, se se ne ammette la realtà, dif­feriscono molto da quelli che ella assimila puramente e semplice­mente alla stregoneria?

    Sembra anche che si ponga da sè davanti a questo dilemma: o lei non fu che una falsa medium, all’epoca dei suoi “club à miracles”, o fu una malata; non è lei che arriva perfino a dire che l’epilessia è “il primo ed il più sicuro sintomo della vera medianità”?

    In ogni caso, anche noi pensiamo che un medium è sempre una persona anormale e squilibrata (cosa questa che spiega certi fatti di frode incosciente); si tratta insomma di ciò che Sinnett, dal canto suo, ha espresso in questi termini: “Un medium è un malato il cui spirito non è sufficientemente saldo, per cui può ce­dere all’attrazione di esseri fluttuanti nell’atmosfera e costantemen­te in cerca di un’esistenza da parassita nei confronti di qualcuno così privo di stabilità da non poter loro resistere” [Le Bouddhisme Esotérique, p. 136], da cui i nu­merosi casi di ossessione.

    Questi “esseri fluttuanti nell’atmosfera” sono soprattutto, per l’autore, dei “gusci astrali”, ma in realtà potrebbero essere ben altra cosa: occorre conoscere bene qual è la vera natura delle “potenze dell’aria”.

    Vediamo adesso ciò che dice Leadbeater, uno di quelli che si sono inoltrati abbastanza nella strada delle concessioni allo spiri­tismo: “La medianità fisica (quella delle sedute di materializzazio­ne) è la più grossolana e la più nefasta per la salute. A mio avviso, il fatto di parlare e di trasmettere delle comunicazioni in stato di trance non è tanto nocivo per il corpo fisico, in quanto che se si considera il poco valore della maggior parte di queste comunica­zioni si è tentati di credere che esse indeboliscono l’intelligenza!... Dei medium con i quali ho avuto, trent’anni fa, delle sedute, uno oggi è cieco, un altro ubriaco inguaribile ed un terzo, minacciato da apoplessia e da paralisi, si è salvato la vita abbandonando per sempre lo spiritismo” [L’Occultisme dans la Nature, p. 121-123].

    Certo, i capi del teosofismo hanno di gran lunga ragione nel denunciare così i pericoli della medianità e noi non possiamo che approvarli; malauguratamente però essi sono molto poco qualifi­cati per un tale ruolo, poiché questi pericoli che segnalano ai lo­ro discepoli non sono molto più temibili, dopo tutto, di quelli degli “addestramenti psichici” ai quali si sottomettono loro stes­si: da entrambe le parti il risultato più evidente è lo sconvolgimento di un buon numero di spiriti deboli.

    Occorre dire anche che gli avvertimenti del genere di quelli qui presentati, non sono sempre ascoltati, malgrado tutta l’autori­tà che esercitano sui loro aderenti coloro che li formulano; nella massa dei teosofisti, come in quella degli occultisti, esistono mol­te persone che praticano al tempo stesso lo spiritismo, senza preoc­cuparsi troppo del modo con cui queste cose possano conciliarsi e, forse, senza neanche domandarsi se possano esserlo.

    Non deve molto stupire che sia così, se si pensa a tutte le con­traddizioni contenute nello stesso teosofismo, che non bloccano queste persone stesse né sembrano imbarazzarle e né tampoco farle riflettere: essendo in fondo molto più istintivi che intellettivi, fi­niscono col rivolgersi indifferentemente verso tutto ciò che sembra loro atto a soddisfare le loro vaghe aspirazioni pseudo-mistiche.

    È questo l’effetto di quella religiosità inquieta e deviata che è uno dei tratti preoccupanti del carattere di molti dei nostri con­temporanei; è soprattutto in America che se ne possono vedere le manifestazioni più varie e più straordinarie, ma l’Europa è lungi dall’esserne indenne. Questa stessa tendenza ha anche contribuito, in gran parte, al successo di certe dottrine filosofiche come il berg­sonismo, di cui abbiamo già segnalato le affinità con il “neo-spiri­tualismo”, ed il pragmatismo di William James, con la sua teoria dell’“esperienza religiosa” ed il suo appello al “subcosciente” come mezzo di comunicazione dell’essere umano col Divino (cosa che a noi sembra come un vero caso di satanismo incosciente).

    È bene ricordare, a questo proposito, con quale sollecitudine delle teorie come queste sono state adottate e messe in pratica dalla maggior parte dei modernisti, il cui stato d’animo è del tutto analogo a quello della gente di cui parlavamo prima; del re­sto la mentalità moderna e la mentalità protestante non differi­scono che per delle sfumature, se addirittura non sono in fondo identiche, ed il “neo-spiritualismo” in genere tiene abbastanza al protestantesimo; per ciò che riguarda in particolare il teosofismo, è soprattutto la seconda parte della sua storia che permetterà di rendersene conto.

    Malgrado tutti gli accostamenti che si possono stabilire, si de­ve precisare che, in linea generale, i teosofisti parlano degli spiri­tisti con un certo disdegno: tale comportamento è motivato dal­le loro pretese esoteriche; non esiste niente di simile fra gli spiri­tisti, che non ammettono, al contrario, né iniziazioni né gerarchie di alcun tipo, ed è per questo che si è potuto affermare, talvolta, che il teosofismo e l’occultismo, in rapporto allo spiritismo, sono ciò che l’aristocrazia è in rapporto alla democrazia. Solo che l’e­soterismo, che normalmente dovrebbe essere considerato come l’appannaggio di un’elite, sembra conciliarsi malamente con la propaganda e la volgarizzazione; tuttavia, cosa strana, i teosofisti sono dei propagandisti quasi come gli spiritisti, benché in manie­ra meno diretta e più insidiosa: è questa un’altra delle contraddi­zioni che abbondano fra loro, mentre, sotto questo profilo, gli spiritisti sono perfettamente logici.

    Del resto, il disdegno dei teosofisti nei confronti degli spiri­tisti è assai poco giustificato, non solo perché il loro sedicente esoterismo è della più scadente qualità, ma anche perché molte delle loro idee, originariamente, sono state improntate, che lo vogliano o no, allo spiritismo: tutte le modifiche che hanno potuto apportarvi, non bastano a nascondere completamente tale origine. Inoltre non si deve dimenticare che i fondatori della Società Teo­sofica hanno cominciato facendo dello spiritismo (abbiamo troppe prove per poter tenere in conto i loro successivi dinieghi) e dallo spiritismo sono venuti più tardi altri teosofisti famosi: come è il caso di Leadbeater.

    Questi è un vecchio ministro del culto anglicano che, secondo la sua stessa testimonianza, fu indotto al teosofismo dalla lettura del Monde Occulte di Sinnett, cosa che è ben conforme alla sua mentalità, poiché quest’opera tratta essenzialmente dei “fenome­ni”; a quell’epoca egli seguiva con assiduità le sedute del medium Eglinton. Costui, in seguito ad un soggiorno in India nel 1882, durante il quale frequentò diversi teosofisti, era stato gratifica­to, sulla nave che lo riportava in Europa, di un’apparizione di Koot Hoomi, il quale gli si era presentato “con i simboli di un Maestro Massone”; è anche vero, però, che dopo aver garantito all’inizio la realtà di questa manifestazione, in seguito dichiarerà che si era trovato in presenza di una semplice “materializzazione” spiritica [Le Monde Occulte, pp. 254-264; ibid., postfazione del traduttore, pp. 319­-326; lettera di Eglinton al Light, genn. 1886]. Comunque sia andata questa storia, ove l’autosuggestione ha giuocato verosimilmente il ruolo più importante, Eglinton, al tempo dei suoi rapporti con Leadbeater, era “controllato” da uno “spirito” chiamato Ernest, colui che, come abbiamo visto, M.me Blavatsky poneva sullo stesso piano della sua vecchia “guida” John King. Un giorno, essendosi Ernest vantato di conoscere i “Maestri di Saggezza”, Leadbeater ebbe l’idea di prenderlo come interme­diario per far pervenire una lettera a Koot Hoomi; è solo dopo mol­ti mesi che egli ricevette una risposta, e non per il tramite di Er­nest; in essa il “Maestro” gli diceva che “non aveva ricevuto la sua lettera, né poteva riceverla, date le caratteristiche del messaggero”, e lo invitava a trascorrere un po’ di tempo ad Adyar. A questo punto, Leadbeater andò a trovare M.me Blavatsky, che allora era a Londra ma che doveva ripartire l’indomani per l’India (si era verso la fine del 1884); nel corso di una serata in casa della sig.ra Oakley, M.me Blavatsky “materializzò” una nuova lettera del “Mae­stro” e, seguendo il consiglio che vi era contenuto, Leadbeater, abbandonando bruscamente il suo ministero, prese la nave qual­che giorno dopo, raggiunse M.me Blavatsky in Egitto e l’accompagnò ad Adyar: da allora divenne uno dei membri più zelanti della So­cietà Teosofica [L’Occultisme dans la Nature, pp. 396-403].

    Per completare questo capitolo, dobbiamo ancora segnalare che da parte dei teosofisti fu fatto almeno un tentativo per allear­si con gli spiritisti, forse dovremmo dire: per impadronirsi del mo-vimento spiritista a proprio profitto.

    Ci riferiamo ad un discorso che fu pronunciato da M.me Besant il 7 aprile 1898, in una riunione dell’Alliance Spiritualiste” di Londra, di cui Stainton Moses era stato presidente; nel far ciò anti­cipiamo, comunque, un po’ lo svolgersi degli avvenimenti, ma così non dovremo più ritornare sull’argomento di cui ci stiamo occupan­do.

    Questo discorso, che contrasta stranamente con tutto ciò che abbiamo visto sin qui, ci appare come un vero capolavoro di mala­fede: M.me Besant, riconoscendo che vi erano stati dei “malintesi” e che “da ambo le parti erano state dette delle parole sconsidera­te”, dichiarava che “nei numerosi esemplari della rivista che lei pubblicava insieme a Mead, non si trovava una parola aspra contro il movimento spiritualista”; è possibile, ma ciò che lei non aveva scritto in questa rivista, lo aveva detto altrove. In effetti, il 20 aprile 1890, nel “Salone delle Scienze” di Londra ella aveva dichiarato testualmente che “la medianità è pericolosa e conduce all’immora­lità, all’insania e al vizio” cosa che si accorda perfettamente con l’opinione di tutti gli altri capi del teosofismo. Ma citiamo adesso qualcuno dei passi più interessanti del discorso del 1898: “Comince­rò col parlare della questione relativa alle forze che guidano i nostri due movimenti, spiritualista e teosofico. Io considero i due mo­vimenti come parti del medesimo tentativo fatto per spingere il mondo a lottare contro il materialismo e dirigere il pensiero umano verso una direzione spirituale. Ciò perché io li considero entrambi come promanazione di coloro che lavorano per l’elevazione morale e per il progresso dell’umanità. Noi crediamo, insomma, che questi due movimenti derivino da uomini molto sviluppati, viventi sul piano fisico, ma aventi il potere di passare volontariamente nel mondo invisibile, ove sono in comunicazione con i disincarnati... Noi non diamo, come fate voi, un’eccessiva importanza al fatto che coloro che agiscono in questo movimento non vivono più in un corpo fisico; questa questione ci è indifferente. Noi non ci occupiamo di sapere, quando riceviamo delle comunicazioni, se queste ci vengono da anime attualmente incarnate o disincarnate… Secondo noi, il movimento spiritualista è stato voluto da una Loggia di Adepti, per usare il termine abituale, o di occultisti di grande elevatezza, da uomini viventi in un corpo ma le cui anime si sono sviluppate ben al di là del presente stadio di evoluzione umana... Essi adoperano un sistema di manifestazioni eccezionali, si servono delle anime dei morti e le associano ai loro sforzi in modo da dare al mondo la piena sicurezza che la morte non pone fine alla vita dell’uomo e che l’uo­mo non cambia affatto, per il passaggio dalla vita alla morte, salvo che per la perdita del suo corpo fisico”.

    È curioso vedere M.me Besant riprendere qui (a parte l’inter­vento delle “anime dei morti”) la tesi della H.B. of L., sulla origi­ne dello spiritismo, ed è più curioso ancora il fatto che abbia pen­sato di farla accettare a degli spiritisti; ma proseguiamo: “Noi crediamo, da parte nostra, che il movimento teosofico attuale de­ve il suo impulso ad una Loggia di grandi occultisti... e che questo secondo impulso si sia reso necessario per il fatto stesso che l’at­tenzione dei componenti il primo movimento era completamente attratta da un numero enorme di fenomeni di carattere volgare. E aggiungiamo che quando si progettò la fondazione della Società Teosofica era inteso che essa dovesse lavorare di concerto con la Società spiritista [È il caso di far notare che gli spiritisti non hanno mai formato una “Socie­tà”, ma che hanno sempre avuto una moltitudine di gruppi indipendenti gli uni dagli altri]. Gli spiritisti cominciarono a staccarsi da M.me Blavatsky allorché lei si levò contro l’abuso dei fenomeni. Ella assicurava che non era affatto necessario credere che le ani­me dei morti fossero i soli fattori di tutta la manifestazione spi­ritica; che molti altri fattori potevano provocare questi fenomeni, e che i più significativi fra loro erano prodotti da degli elementali o spiriti della natura, entità appartenenti al mondo astrale; che solo alcune delle comunicazioni potevano essere opera dei disin­carnati; che la maggior parte di questi fenomeni potevano essere causati dalla volontà di un uomo psichicamente allenato, con o senza l’aiuto delle anime dei morti o degli elementali.

    Ma quando ella affermò anche che l’anima umana, nel corpo come anche fuori dal corpo, ha il potere di provocare molte di queste situazioni, che questo potere gli è inerente e che non ha bisogno di guadagnarselo con la morte, potendolo esercitare men­tre si trova nel suo corpo fisico, così bene come quando ne è se­parato, un gran numero di spiritisti protestarono e rifiutarono da quel momento ogni rapporto con lei”.

    Ecco un modo singolare di scrivere la storia; per comprender­lo basta richiamarsi, da un lato, alle dichiarazioni anti-spiritiste di M.me Blavatsky e, dall’altro, alla importanza preponderante che era accordata ai “fenomeni”, all’origine della Società Teosofica.

    M.me Besant voleva innanzi tutto convincere gli spiritisti che “le forze che guidano i due movimenti” fossero, in fondo, le stes­se; ma ciò non bastava e lei arrivò ad accordare loro, con delle leggere riserve, la verità stessa della loro ipotesi fondamentale: “Oc­corre rimuovere, negli spiritisti, l’idea che noi neghiamo la realtà dei fenomeni. Nel passato è stata data un’importanza eccessiva alla teoria dei gusci o cadaveri astrali.

    Voi troverete, ed è vero, qualche scrittore che dichiara quasi tutti i fenomeni spiritici come dovuti all’azione dei gusci; ma per­mettetemi di dirvi che questa è l’opinione di una ristretta minoran­za di teosofi. Mister Judge ha fatto una dichiarazione che è impos­sibile accettare, per tutti i teosofi istruiti, poiché afferma che tutte le comunicazioni spiritiche sono opera di questi agenti. Questa non è l’opinione della maggioranza dei teosofi, e certo non è quel­la dei teosofi istruiti, né di tutti quelli che, dopo M.me Blavatsky, possono in qualche modo pretendere di conoscere l’occultismo. Noi abbiamo sempre affermato che, nonostante alcune comunica­zioni potevano essere di quella natura, la maggior parte di esse proveniva dai disincarnati”.

    Qui la menzogna è flagrante: basta confrontare l’ultima frase con i testi di M.me Blavatsky che abbiamo riportato prima; ma, senza dubbio, vi era una certa abilità nel far ricadere su Judge, allora dissidente, la responsabilità di certe affermazioni fastidiose, che, tuttavia, non era stato il solo a formulare. Ed ecco adesso la conclusione: “Dopo alcuni anni noi abbiamo adottato la politi­ca di non pronunciare mai parole ostili o sdegnose nei confronti dei nostri fratelli spiritisti. Perché non adottate lo stesso modo d’agire, venendoci così incontro a metà strada, su questo ponte che vogliamo edificare insieme?

    Perché nei vostri giornali non potete trattarci come vi trattiamo noi? Perché instaurate l’abitudine di dire sempre qualche paro­la pesante, pungente o amara, quando fate allusione ai nostri li­bri e alle nostre riviste? Io vi chiedo di adottare la nostra politi­ca e penso di avere il diritto di chiedervelo poiché l’ho imposta a me stessa dopo tanti anni... Io vi prego di non considerarci più, da oggi in poi, come dei rivali o come dei nemici, ma di trat­tarci come fratelli i cui metodi sono diversi dai vostri ma il cui fine è identico al vostro... Io sono venuta fra voi questa sera con lo scopo di rendere possibile la nostra unione, nell’avvenire, e se ciò non fosse possibile, con lo scopo, almeno, di sbarazzarci di ogni sentimento ostile, spero quindi che la riunione non sia stata completamente inutile”.

    L’impiego del termine “politica”, da parte di M.me Besant, è veramente indicativo, per comprendere le sue intenzioni; in effetti esso è il più appropriato, e questa politica aveva, al tempo stesso, uno scopo immediato: far cessare gli attacchi degli spiritisti contro il teosofismo, ed uno scopo differito: preparare, col pretesto dell’unio­ne, una vera presa di possesso del movimento “spiritualista”; ciò che accadde in altri ambienti, come vedremo più avanti, non lascia alcun dubbio su questo punto.

    Non crediamo d’altronde, che gli spiritisti si siano lasciati convincere; gli approcci di M.me Besant non potevano far loro dimenticare tante dichiarazioni contrarie, e le due parti resteranno infatti sulle loro rispettive posizioni: se ci siamo soffermati su tutto ciò è perché, soprattutto, ci trovavamo di fronte ad un eccellente esempio di mala­fede teosofista [(n.a.) Può essere interessante confrontare le dichiarazioni di M.me Besant con questa parte del discorso pronunciato dal colonnello Olcott al 12° Con­gresso annuale della Società Teosofica, tenutosi ad Adyar dal 27 al 29 dicembre del 1887: “Per il fatto che molti dei principali membri della nostra Società, me compreso, sono dei vecchi spiritisti, molti ne deducono che la Società non è che una branca dello spiritismo. Ciò non è vero. Se la Teoso­fia fosse una scuota moderna, invece che una scuola arcaica, la si potrebbe forse considerare come un’evoluzione dallo spiritismo fenomenico al piano superiore della filosofia pura. Tuttavia non vi possono essere dubbi sulla possibilità dell’effetto altamente favorevole che avrà il nostro movimento sullo spiritismo. L’antica filosofia (sic) non nega nessuno dei fatti della medianità, al contrario, sembra che essa ne offra una spiegazione veramente scientifica e ragionevole, e al tempo stesso dà un’idea molto più nobile dell’evoluzione umana, verso i piani ascendenti. Si avrebbe torto a prevedere l’avvenire della Teosofia senza tenere con­to del fatto che essa recluterà inevitabilmente degli aderenti nei ranghi del­lo spiritismo. Queste reclute saranno gli spiriti più eminenti di questo siste­ma che conta tanti aderenti. Ma innanzi tutto occorre lavorare per dimo­strarci veri teosofi, con le parole e con le opere”. Aggiungiamo ancora questo passo di un articolo tratto da un organo teosofista: “Sarebbe malvagio... negare ogni valore e serietà allo spiritismo in generale. Molti teosofi, in effetti, sono passati per lo spiritismo: studiato con la più estrema prudenza e con il controllo più rigoroso, esso dà delle prove assolutamente irrefutabili dell’esistenza dell’aldilà, e di conseguenza della verità di una parte degli insegnamenti teosofici. Bisogna riconoscere una cosa, che la ciarlataneria, sotto tutte le forme, ha buon giuoco in questo ambito e che le possibilità di sbagliare sono enormi. E se la possibilità di frode, o semplicemente di errore in buona fede, è grande per i medium e gli assistenti, essa è ancora ben più grande per le entità del mondo astrale, poiché queste possiedono un potere “illusorio” infinitamente più esteso di quanto si possa normalmente immaginare. Fatte queste riserve, è certo, lo ripeto, che tramite lo spiritismo si possono ottenere le famose prove, così spesso reclamate, della esistenza di un mondo iperfisico, e che è proprio la realtà innegabile di queste prove che ha condotto molti teosofi - e non i meno validi - là ove essi si trovano oggi. Ciò significa che lo spiritismo, così come lo si pratica normalmente, è per noi raccomandabile? Io non lo credo. Se mi riallaccio a quanto dico­no i nostri istruttori, sarebbe piuttosto il contrario… Dunque guardia­moci dal criticare l’operato, talvolta molto utile, dei nostri fratelli spiriti­sti, ma asteniamoci preferibilmente dal parteciparvi, per non rischiare di disturbare o di ritardare l’evoluzione post mortem dei nostri amici defunti”. (A. Janvier, Le Théosophe, 16 maggio 1914)].

     

     

    CAPITOLO TREDICESIMO

    IL TEOSOFISMO E LA RELIGIONE

     

    Prima di riprendere la storia del teosofismo, vi sono ancora due argomenti che vogliamo trattare brevemente: il primo riguarda l’at­teggiamento del teosofismo nei confronti della religione, il secondo si riferisce all’esistenza del giuramento in seno alla Società Teosofica.

    Riguardo al primo, abbiamo visto che M.me Blavatsky presenta­va la sua dottrina come “l’essenza e l’origine comune di tutte le reli­gioni”, senza dubbio perché lei ne aveva definito molti concetti ri­ferendosi a ciascuna di esse. Abbiamo anche detto che nella “sezione essoterica” si ammettono indistintamente persone di tutte le opinio­ni; ci si vanta di dar prova di tolleranza senza limiti e M.me Bla­vatsky, per dimostrare che “nessun membro della Società ha il diritto di costringere un altro membro ad adottare le proprie opinioni”, cita questo passo dei regolamenti: “È proibito agli agenti della Società madre di testimoniare in pubblico, sia con parole sia con azioni, delle preferenze o delle ostilità per l’una o l’altra setta religiosa o filosofica. Tutti hanno ugualmente il diritto di vedere esposti i tratti es­senziali della loro credenza religiosa, davanti al tribunale di un mon­do imparziale. Nessun’agente della Società ha il diritto, nella sua qua­lità d’agente, di predicare, in una riunione di membri, le sue vedute e le sue credenze settarie, a meno che il suo auditorio non sia com­posto da suoi correligionari. Chiunque, dopo essere stato seriamente avvertito, continuerà ad infrangere questa legge, sarà provvisoria­mente sospeso o anche espulso” [La Clef de la Théosophie, p. 72].

    Questo è l’articolo di cui tanti teosofisti dovranno più tardi rim­proverare la violazione a M.me Besant, accusandola di propagandare una particolare religione di sua invenzione e sulla questione, Leadbea­ter farà loro osservare, con un certo acredine, “che questa politica è una questione che riguarda la presidentessa e non loro; che lei, fin tanto che è presidentessa, ne sa molto di più di loro, sotto tutti i punti di vista, e che lei senza dubbio ha delle ottime ragioni che questi membri ignorano completamente” [L’Occultisme dans la Nature, p. 384].

    Così, i dirigenti della Società sono al di sopra delle leggi, che sen­za dubbio sono state fatte per i semplici membri e per gli agenti su­balterni; in queste condizioni è molto dubbio che la tolleranza, pro­clamata così a grandi note, sia sempre strettamente rispettata.

    Del resto, in base all’esame del contenuto delle opere che in se­no alla Società Teosofica fanno testo, si è costretti a constatare che l’imparzialità vi fa sovente difetto.

    Abbiamo già segnalato l’anticristianesimo di M.me Blavatsky che, senza dubbio, era solo superato dal suo antisemitismo; di tut­to ciò che le era sgradito del Cristianesimo, d’altronde, è al Giu­daismo che lei ne attribuiva l’origine. È così che scriveva: “Tutta l’abnegazione che costituisce l’oggetto degli insegnamenti altruisti di Gesù è diventata una teoria buona da trattare con eloquenza cat­tedratica, mentre i precetti egoistici praticati dalla Bibbia mosaica, contro i quali il Cristo ha tanto predicato invano, si sono radicati nella vita stessa delle nazioni occidentali... I cristiani biblici pre­feriscono la légge di Mosè alla legge d’amore di Cristo; l’Antico Testamento, che si adatta a tutte le loro passioni, serve da base alle loro leggi di conquista, d’annessione e di tirannia” [La Clef de la Théosophie, pp. 60 e 62].

    E ancora: “Occorre convincere gli uomini che, se l’origine dell’u­manità è unica, vi deve essere una sola verità che si ritrova in tutte le diverse religioni; eccetto tuttavia nella religione giudaica, poiché questa idea, nella Kabbala, non è neanche espressa” [La Clef de la Théosophie, p. 66].

    È l’odio per tutto ciò che si può definire “giudeo-cristiano” che genera l’intesa, alla quale abbiamo accennato, fra M.me Blavatsky e l’orientalista Burnouf [Vedere a proposito un articolo di Burnouf intitolato Le Bouddhisme en Occident, nella Revue des Deux Mondes, 15 luglio 1888, ed un articolo di M.me Blavatsky intitolato Théosophie et Bouddhisme, nel Lotus, sett. 1888]: per entrambi, il Cristianesimo non valeva niente perché era stato “giudaizzato” da San Paolo, loro si com­piacevano di opporre questa pretesa deformazione agli insegnamenti di Cristo, che presentavano come espressione della “filosofia ariana” che pretendevano fosse stata trasmessa dai buddhisti agli esseni. È senza dubbio questa comunione di vedute che fece dire ai teosofisti che “la brillante intelligenza di Emile Burnouf si era elevata da sé a delle altezze che confinano con le fiere altitudini da dove si irra­diano gli insegnamenti dei Maestri dell’Himalaya” [Lotus Bleu, 27 maggio 1895].

    Ma non è tutto, andiamo adesso a vedere come con Sinnett, che fu sempre ispirato direttamente da M.me Blavatsky (con la scusa dei”Maestri”), si attacca non più la sola religione ebraica, ma a tutte le religioni in generale, senza neanche fare eccezione per il Bud­dhismo “essoterico”: “Le idee religiose, secondo i teologi, e le facoltà spirituali, secondo la scienza esoterica, sono due cose com­pletamente opposte... Niente può essere più disastroso per il pro­gresso umano, in relazione al destino degli individui, di questa idea ancor tanto diffusa, che una religione, una qualunque, seguita con spirito pietoso e sincero sia una cosa buona per la morale; e che nonostante quel punto o quell’altro della dottrina a voi sembri assurdo, non di meno è molto utile conservare, per la grande mag­gioranza dei popoli, delle pratiche religiose che, osservate devotamente, non possono produrre che dei buoni risultati. Certamente tutte le religioni si equivalgono, esse sono tutte ugualmente peri­colose per l’Ego, la cui perdita è comunque assicurata in ognuna di esse dal suo imprigionamento nelle incrostazioni prodotte dalla loro pratica. E non vi è eccezione alcuna, dato che ciò vale anche per le religioni che al loro attivo hanno solo bontà, dolcezza, mansuetudine, purezza di costumi, ed il cui spirito aperto e tollerante non ha mai permesso che fosse sparsa una sola goccia di sangue umano per la diffusione di dottrine che si sono, invece, imposte al mondo con la sola forza d’attrazione e di persuasione” [Le Bouddhisme Esotérique, pp. 243-246]. Più avanti si legge: “‘Ciò che deve colpire, soprattutto, è come questa dottrina (esoterica) è contraria all’idea di mantenere gli uomini sotto il giogo di non importa quale sistema clericale, i cui dogmi ed i cui insegnamenti sono fatti per avvilire il carattere e terrificare l’immaginazione. Non v’è niente di più degradante dell’idea di un Dio personale, dalla cui onnipotenza e buona volontà gli uomini dipendono completamente, di un Dio che attende al varco il momento della loro morte per precipitarli, dopo alcuni anni di una vita spesso alquanto sventurata, in un abisso di dolore eterno o di gioie senza fine!” [Le Bouddhisme Esotérique, p. 272 - (n.a.) Ci si domanda come gli attacchi contro tutte le religioni, consi­derate egualmente funeste per l’umanità, possano conciliarsi con la teo­ria secondo cui la nascita di queste stesse religioni sarebbe dovuta all’in­fluenza diretta della “Gran Loggia Bianca” (vedere pag. 147), ed anche con l’affermazione, contenuta in una lettera di un “Maestro” (Le Lotus, sett. 1888), riprodotta più tardi da M.me Besant (vedere pag. 198), secon­do cui “la Società Teosofica è la pietra angolare delle religioni future del­l’umanità”].

    L’idea di un Dio personale così odiosamente caricaturata in quest’ultimo passo è, d’altronde, una di quelle che sono state più spesso e più energicamente respinte dai teosofisti, almeno durante il primo periodo: “Noi non crediamo affatto - dice M.me Blavatsky - in un Dio simile a quello dei Cristiani, della Bibbia e di Mosè. Noi rigettiamo l’idea di un Dio personale o extracosmico e antropomorfo, che non è che l’ombra gigantesca dell’uomo, senza nean­che ciò che in lui vi è di meglio. Noi diciamo e dimostriamo che il Dio della teologia non è che un ammasso di contraddizioni, un’im­possibilità logica” [La Clef de la Théosophie, p. 88].

    Tanto basta per rendersi conto del valore della dichiarazione seguente, così spesso ripetuta dai capi della Società Teosofica e secondo la quale gli aderenti di tutte le religioni non troveranno, negli insegnamenti di questa Società, niente che possa offendere le loro credenze: “Essa non cerca di allontanare gli uomini dalla propria religione - dice M.me Besant - ma li spinge piuttosto a ri­cercare l’alimento spirituale di cui hanno bisogno, nelle profondità della loro fede La Società attacca non solo i due grandi ne­mici dell’uomo: la superstizione e il materialismo ma, ovunque è presente, essa diffonde la pace e la benevolenza, apportando forza pacificatrice nei conflitti della civiltà moderna” [Introduction à la Théosophie, pp. 13-14].

    Si vedrà più tardi cos’è il “Cristianesimo esoterico” dei teoso­fisti attuali; ma è bene, soprattutto dopo le citazioni che abbiamo fatto, leggere questa pagina estratta da un’opera di Leadbeater: “Per facilitare la sorveglianza e la direzione del Mondo, gli Adep­ti lo hanno diviso in distretti, all’incirca come la Chiesa ha diviso il suo territorio in parrocchie, con la differenza che i distretti han­no talvolta le dimensioni di un continente. Ogni distretto è presie­duto da un Adepto, come un prete dirige la sua parrocchia. Di tanto in tanto la Chiesa tenta uno speciale sforzo che non è teso al bene di una sola parrocchia, ma al bene generale; essa invia ciò che si chiama una “Missione all’interno”, con lo scopo di ravvi­vare la fede e di risvegliare l’entusiasmo in un intero paese. I risul­tati ottenuti non portano alcun beneficio ai missionari, ma con­tribuiscono ad aumentare l’efficacia del lavoro in ogni parrocchia. Da un certo punto di vista, la Società Teosofica assomiglia ad una simile missione e le divisioni naturali attuate sulla Terra dalle di­verse religioni corrispondono alle diverse parrocchie.

    La nostra Società si colloca in mezzo a loro non per sforzarsi a distogliere i popoli dalla religione che praticano ma, al contra­rio, per provare a fargliela capire meglio e soprattutto a fargliela vivere meglio; spesso li riconduce anche ad una religione che ave­vano abbandonato, presentando loro una concezione più elevata. D’altra parte, uomini che, benché dotati di temperamento religioso, non appartengono ad alcuna religione perché non hanno po­tuto accontentarsi delle vaghe spiegazioni della dottrina ortodossa, hanno trovato negli insegnamenti teosofici una esposizione della verità che ha soddisfatto il loro modo di ragionare ed hanno potuto aderire alla Società grazie alla sua grande tolleranza [La fine di questa frase non è chiara a causa degli errori che contiene, al­meno nella traduzione]. Noi abbiamo fra i nostri membri degli Giainisti, dei Parsi, degli Israe­liti, dei Maomettani, dei Cristiani, e mai nessuno di loro ha senti­to uscire dalla bocca di uno dei nostri istruttori una parola di con­danna contro la propria religione; al contrario, in molti casi, il lavoro della nostra Società, nei luoghi ove si è stabilita, ha prodotto un vero risveglio religioso. Si comprenderà facilmente la ragione di tutto ciò, se si pensa che tutte le religioni hanno avuto origine dalla Confraternita della Loggia Bianca. Al suo interno esiste, ignorato dalla massa, il vero governo del mondo ed in que­sto governo si trova il dicastero dell’istruzione religiosa. Il Capo di questo dicastero (vale a dire “Bodhisattwa”) ha fondato tutte le religioni, sia da sé stesso sia tramite un discepolo, adattando ogni volta l’insegnamento all’epoca ed al popolo al quale lo desti­nava” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 378-379].

    Ciò che vi è di nuovo, in confronto alle teorie di M.me Blavat­sky sulla origine delle religioni, è solamente l’intervento del “Bodhisattwa”; ma si potrà constatare che le stravaganti pretese della Società Teosofica non fanno che aumentare.

    A questo proposito e a titolo di curiosità, citeremo ancora, dallo stesso autore, le diverse iniziative di ogni genere che i teoso­fisti accreditano indistintamente ai loro “Adepti”: “Ci è stato detto che qualche centinaio di anni fa, i Capi della Loggia Bianca decisero che una volta ogni cento anni, durante l’ultimo quarto di secolo, si sarebbe fatto uno sforzo speciale per venire in aiuto al mondo in un modo qualunque. Alcuni di questi tentativi sono facilmente riconoscibili. Tale è, per esempio, il movimento inizia­to da Christian Rosenkreutz [Fondatore leggendario dei Rosacroce, di cui tutto ciò che si racconta è, come il suo stesso nome, puramente simbolico; la data in cui è nato il Rosacrucianesimo è, d’altronde, estremamente dubbia. - (n.a.) I teosofisti considerano Christian Rosenkreutz come un personag­gio storico e ne fanno una “incarnazione” di uno dei loro “Maestri” che fu successivamente, dicono, il generale transilvano Hunyadi Janos, poi Robert Le Moine, fisico ed alchimista del XVI secolo, ed infine il filoso­fo Francesco Bacone (M.me Besant, The Masters). Si aggiunga anche che un certo ritratto di Jean Valentin Andreae, il rosacruciano tedesco del XVII secolo, “sembra essere il ritratto di Lord Bacon all’età di 80 anni” (E.F. Udny, Le Christianisme primitif dans l’E­vangile des Douze Saints, pp. 135-136), cosa che farebbe supporre che si tratta ancora dello stesso personaggio divenuto poi il conte Rakoczi (Vedere la nota addizionale n° 40 al cap. IV). “Uno dei principali compiti assolti da questa augusta personalità, compito perseguito attraverso tutto il ciclo della sua attività, eccetto forse la vita di Hunyadi, era di porre le basi della scienza moderna. Esso fu por­tato a termine, in gran parte, per mezzo delle società segrete e massoniche… Il Maestro R. è il vero Capo della Massoneria” (J.I. Wedgwood, Le Comte Ferdinand de Hompesch, in Le Lotus Bleu, novembre 1926)] nel secolo XIV, nello stesso periodo in cui Tsong-Khapa riformava il Buddhismo del Nord [I teosofisti ricalcano qui una confusione degli orientalisti “non iniziati”: il Lamaismo non è mai stato propriamente Buddhista]; tali sono ancora in Europa, il Rinascimento delle arti e delle lettere nel secolo XV e l’invenzione della stampa.

    Nel XVI secolo abbiamo le riforme di Akbar in India; in Inghil­terra ed altrove la pubblicazione delle opere di Lord Bacon, con la splendida fioritura del regno di Elisabetta; nel secolo XVII la fondazione della Reale Società delle Scienze in Inghilterra e le ope­re scientifiche di Robert Boyle [Qui vi è senza dubbio un’allusione alle relazioni di questo celebre chimi­co con il rosacruciano Ireneo Filalete] e di altri, dopo la restaura­zione. Nel XVIII secolo ci si sforzerà di mettere a segno un movi­mento molto importante (la cui storia segreta, sui piani superiori, non è conosciuta che da poche persone), che malauguratamente sfugge al controllo dei suoi capi ed abortisce nella Rivoluzione Francese. Infine arriviamo, nel secolo XIX, alla fondazione della Società Teosofica” [L’Occultisme dans la Nature, p. 380].

    Ecco, certo, un bel saggio di storia accordata con le speciali concezioni dei teosofisti; che personaggi hanno dovuto essere, senza nemmeno sospettarlo, questi agenti della “Gran Loggia Bian­ca”!

    Se si trattasse solo di fantasie come queste, ci si potrebbe accon­tentare di ridere, poiché esse sono destinate, fin troppo chiaramente, ad impressionare gli ingenui e, dopotutto, non hanno una gran­de importanza; ciò che invece ne ha molto di più, e che vedremo in seguito, è la maniera con cui i teosofisti intendono svolgere il ruolo di “missionari”, in particolare nei “distretti” che corrispon­dono al dominio del Cristianesimo [(n.a.) - Attualmente, diversi personaggi, anche al di fuori del teosofismo propriamente detto, si qualificano come inviati della “Gran Loggia Bian­ca”; noi citeremo solo colui che, in Germania, si è fatto conoscere col nome bizzarro di Bô-Yin-Râ, e che ha fondato, in questi ultimi anni, un’organizzazione dal titolo di “Grand’Oriente di Pathmos”, allusione apocalittica che può far pensare ai “Fratelli Iniziati dell’Asia” (vedere pag. 43). Sembra che questa organizzazione si sia in certo modo diffusa non solo in Germania, ma anche in Austria ed in Polonia; alcuni hanno anche preteso che la sua sede centrale si trovi in Francia, probabilmente in Savoia, ma questa informazione ci sembra almeno dubbia. A questo “Grand’Oriente di Pathmos” è collegata una “Confraternita degli Anti­chi Riti del Santo Graal” il cui Gran Maestro, che si fa chiamare Majôtef, è il dr. E. Dreyfus, dentista a Sarreguemines].

     

     

    CAPITOLO QUATTORDICESIMO

    IL GIURAMENTO NEL TEOSOFISMO

     

    Una delle cose che si rimprovera sovente alle società segrete, ed in particolare alla Massoneria, è l’obbligo che impongono ai loro aderenti di prestare un giuramento, la cui natura può varia­re, così come l’ampiezza degli obblighi che impone: nella maggior parte dei casi si tratta del giuramento del silenzio, al quale si uni­sce talvolta il giuramento dell’obbedienza agli ordini dei capi pa­lesi o nascosti. Il giuramento del silenzio può riguardare sia i mo­di di riconoscimento ed il cerimoniale speciale in uso nella società, sia l’esistenza stessa di questa o il suo sistema di organizzazione o i nomi dei suoi membri, più spesso esso si applica, in maniera generale, a ciò che vi si fa e vi si dice, all’azione che essa esercita o agli insegnamenti che vi si ricevono sotto una forma o sotto una altra. Talvolta vi sono anche degli impegni di altro tipo, come l’im­pegno a conformarsi ad una certa regola di condotta, che può a buon diritto sembrare abusiva allorché riveste la forma di un giu­ramento solenne.

    Non intendiamo entrare qui nella polemica su ciò che può essere detto pro o contro il giuramento, soprattutto per ciò che riguarda il giuramento del silenzio, la sola cosa che ci interessa adesso è che se c’è alcunché di criticabile, valevole contro la Mas­soneria e contro molte altre società più o meno segrete, se non addirittura contro tutte quelle che hanno lo stesso carattere, ciò è ugualmente valido anche contro la Società Teosofica.

    Questa in verità non è una società segreta nel vero senso della parola, poiché non ha mai fatto mistero della sua esistenza e la mag­gior parte dei suoi membri non cercano di nascondere la loro ap­parenza ad essa; ma questo è solo un aspetto del problema, e occorrerebbe innanzi tutto intendersi sui differenti significati di cui è suscettibile l’espressione “società segreta”, cosa che non è molto facile a giudicare dalle tante controversie sorte intorno a questa semplice questione della definizione. Molto spesso si ha il torto di attenersi ad una visione molto sommaria delle cose; si pensa e­sclusivamente al carattere di certe organizzazioni e lo si utilizza per stabilire una definizione, in seguito si finisce con l’applicare questa definizione ad altre organizzazioni che hanno caratteristiche del tutto diverse.

    Comunque sia, noi qui ammetteremo come sufficiente, almeno per il caso che ci riguarda, l’opinione secondo cui una società se­greta non è necessariamente una società che nasconde la sua esi­stenza o i suoi membri, ma è innanzi tutto una società che ha dei segreti, quale che sia la loro natura. Se così è, la Società Teosofica può essere considerata una società segreta, e la sua sola divisione in “sezione essoterica” e “sezione esoterica” costituisce già una prova sufficiente; ben inteso, parlando qui di “segreti” non in­tendiamo riferirci ai segni di riconoscimento, oggigiorno soppres­si come abbiamo detto, ma agli insegnamenti riservati strettamen­te ai membri, o anche solo ad alcuni di essi, e per i quali si esige il giuramento del silenzio; questi insegnamenti sembrano essere soprattutto, nel teosofismo, quelli che si riferiscono allo “svilup­po psichico”, poiché tale è il fine essenziale della “sezione esote­rica”.

    È fuori di dubbio che nella Società Teosofica esistano dei giuramenti di diverso genere, che noi abbiamo indicato; su di essi esiste la testimonianza formale della stessa M.me Blavatsky, ecco infatti ciò che ella dice: “Francamente, noi non abbiamo alcun diritto di rifiutare l’ammissione nella Società, ed in special modo nella sezione esoterica, di cui è detto che “colui che vi entra nasce di nuovo”. Ma, se un membro, malgrado il giuramento sacro pre­stato sulla sua parola d’onore ed in nome del suo immortale, si ostinasse, dopo tale nuova nascita e nonostante che ne debba risultare un uomo nuovo, a conservare i vizi ed i difetti della sua vecchia vita ed a coltivarli nell’ambito stesso della Società, non oc­corre dire che molto probabilmente gli si dovrà chiedere di rinun­ciare alla sua qualità di membro e di dimettersi, e se si rifiuta lo si dovrà espellere” [La Clef de la Théosophie, pp. 71-72]. Si tratta qui dell’impegno ad adottare una certa regola di vita, e non è solo in seno alla “sezione esoterica” che si richiede un tale impegno: “Vi sono anche alcuni settori essoterici (pubblici) nei quali i membri giurano, sui loro “Sé superiori”, di seguire la regola di vita prescritta dalla teosofia” [La Clef de la Théosophie, pp. 75-76].

    In tali condizioni sarà sempre possibile, quando ci si vorrà sba­razzare di un membro scomodo, dichiarare che la sua condotta non è “teosofica”; del resto, fra gli errori di questo tipo, si anno­vera espressamente ogni critica che un membro rivolge alla Società ed ai suoi dirigenti e sembra anche che le conseguenze siano parti­colarmente terribili nelle esistenze future: “Ho notato - scrive Leadbeater - come certa gente, dopo aver testimoniato per un certo periodo la più grande devozione alla nostra presidentessa (M.me Besant), oggi abbia completamente mutato il suo comportamento ed abbia iniziato a criticarla ed a calunniarla. È questa un’azione malvagia, a causa della quale il Karma di costoro sarà peggiore che se si trattasse di qualcuno a cui loro non devono nulla. Non voglio intendere che non si ha il diritto di cambiare opinione... Ma se, dopo essersi allontanato dalla nostra presidentessa, un uomo incomincia ad attaccarla e a diffondere sul suo conto delle calunnie scandalose, così come ha fatto tanta gente, si commette allora un fat­to così grave che il karma ne rimarrà fortemente appesantito. È sempre cosa grave l’essere vendicativi e bugiardi, ma quando lo si è verso chi ci ha offerto il calice della vita (sic) questo fatto diven­ta un crimine, i cui effetti saranno spaventosi” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 367-368].

    Per farsi un’idea di questi effetti basta riferirsi a due pagine prima, ove si legge: “Abbiamo potuto constatare come la plebaglia ignorante che torturò Hypathie ad Alessandria, si reincarnò in gran parte in Armenia, ove i Turchi le fecero subire ogni sorta di crudeltà” [L’Occultisme dans la Nature, pp. 365-366]. Dal momento che M.me Besant pretende proprio di essere Hypathie reincarnata, l’accostamento si impone, e data la mentalità dei teosofisti, si comprende facilmente che minacce come queste devono essere di qualche efficacia; ma, veramente valeva proprio la pena, per giungere a simili discorsi, denunciare con veemenza le religioni che “dal punto di vista dei loro interessi non hanno trovato nulla di più interessante e di più pratico che supporre un maestro terribile, un giudice inesorabile, un Jehovah personale ed onnipotente al cui tribunale l’uomo dovrà presentarsi, dopo la morte, per essere giudicato” [Le Bouddhisme Esotérique; p. 264]?

    Se non c’è un “Dio personale” vi è un “karma” che si incari­ca di salvaguardare gli interessi della Società Teosofica e di vendi­care le offese ai suoi capi!

    Ritornando alle dichiarazioni di M.me Blavatsky, vediamo adesso in cosa consiste il giuramento del silenzio: “Quanto alla sezione interna, chiamata attualmente sezione esoterica, dal 1880, si è concordata ed adottata la seguente regola “Nessun membro impiegherà a scopo egoistico ciò che può essergli comunicato da un membro della prima sezione (che è oggi un grado più elevato); l’infrazione di questa regola sarà punita con l’espulsione”.

    Del resto, oggi, prima di ricevere alcuna comunicazione di que­sto genere, “il richiedente deve giurare solennemente di non impie­garla mai in modo egoistico e di non rivelare niente di quanto gli è stato confidato, sino a quando non sarà autorizzato a farlo” [La Clef de la Théosophie, p. 73]. Più oltre si parla di questi insegnamenti che devono rimanere se­greti: “Benché noi riveliamo tutto ciò che ci è possibile dire, siamo nondimeno obbligati a tacere molti dettagli importanti, che sono conosciuti solo da coloro che studiano la filosofia esoterica e che, avendo prestato il giuramento del silenzio, sono di conseguenza i soli autorizzati a conoscerli [La Clef de la Théosophie, p. 137] il corsivo è di M.me Blavatsky stessa; in un altro passo si fa allusione ad “un mistero, in diretto rapporto con il potere di proiezione cosciente e volontaria del “doppio” (o corpo astrale), che non è mai rivelato impunemente a nessuno, salvo che ai “chela” che hanno prestato un giuramento irrevocabile, vale a dire a coloro di cui ci si può fidare” [La Clef de la Théosophie, p. 169].

    M.me Blavatsky insiste soprattutto sull’obbligo di osservare sempre il giuramento del silenzio, obbligo che sussiste anche per coloro che, volontariamente o no, abbiano cessato di far parte della Società; ella pone la questione in questi termini: “Una perso­na espulsa o costretta a ritirarsi dalla sezione è libera di rivelare le cose che gli sono state insegnate o d’infrangere l’una o l’altra clausola del giuramento che ha prestato?” e risponde: “Il fatto di ritirarsi o d’essere espulsi libera solamente dall’obbligo di ub­bidire agli istruttori e di prendere parte attiva al lavoro della Società, ma non libera affatto dalla promessa sacra di salvaguardare i segreti che gli sono stati confidati... Chiunque, uomo o donna, possieda il minimo senso dell’onore comprenderà che il giuramento del silenzio prestato sulla propria parola d’onore, meglio ancora prestato in nome del proprio “Sé superiore”, il Dio nascosto in noi, deve vincolare fino alla morte, e che nonostante abbia abbandonato la sezione e la Società, nessun uomo e nessuna donna d’onore si sognerà mai di attaccare un’associazione alla quale si è legati dal destino” [La Clef de la Théosophie, pp. 73-74]. Ella termina citando quanto dichiarato in un organo teosofista, ove è ancora menzionata la minaccia delle vendette del “karma”: “Un giuramento prestato è irrevocabile sia in relazione al mondo morale che al mondo occulto. L’averlo viola­to una volta e l’aver subito la punizione relativa, non ci dà il dirit­to di violarlo nuovamente; anche molto tempo dopo averlo fatto il potente braccio della legge (del karma) ripiomberà su di noi” [The Path, New York, luglio 1889].

    Da queste frasi è possibile capire che il giuramento del silenzio, prestato nella “sezione esoterica” equivale ad un giuramento di obbedienza agli “istruttori” teosofisti; bisogna credere che questa obbedienza può arrivare a toccare dei limiti molto ampi poiché si sono avuti dei casi di membri che, spinti a sacrificare buona par­te della loro fortuna in favore della Società, lo hanno fatto senza esitare.

    Gli impegni di cui abbiamo parlato esistono tuttora, anche se la “sezione esoterica”, come abbiamo detto, ha preso il nome di “Scuola Teosofica Orientale”, poiché essa non potrebbe esiste­re a condizioni diverse; sembra anche che vi si obblighino i mem­bri che vogliono passare ai gradi superiori ad una sorta di confes­sione globale, ove devono esporre per iscritto lo stato del loro “kar­ma”, vale a dire il bilancio della loro esistenza con ciò che essa ha di buono e di cattivo; si pensa così di averli vincolati, come M.me Blavatsky pensava di tenerli in pugno per mezzo delle firme che faceva loro apporre in calce ai verbali dei suoi “fenomeni”.

    Del resto, l’abitudine di accettare gli ordini della direzione senza mai discuterli, conduce a dei risultati veramente straordinari; eccone un tipico esempio: nel 1911 doveva svolgersi un congresso a Genova e vi si recò un gran numero di teosofisti, alcuni dei quali venivano dai paesi più lontani; ora, alla vigilia della data fissata, tutto venne rinviato senza ritenere di doversi dare la minima spiegazione; ciascuno se ne ritornò come era venuto, senza protestare e senza chiedere spiegazioni, proprio a dimostrazione che, in un ambiente simile, ogni indipendenza è stata interamente abolita [(n.a.) Nell’ultimo articolo di F.K. Gaboriau, scritto dopo le sue dimissio­ni (vedere pag. 89), a proposito della “sezione esoterica”, si legge: “Pri­ma di smettere di occuparmi della Società Teosofica, alla quale auguro un totale rinnovamento o la sparizione, mi sento obbligato ad avvisare gli assetati di “Fraternità Universale”, che non vi troveranno che odi, ambizioni personali, calunnie, pettegolezzi femminili (ah, questi petteg­olezzi! è chiaro che l’elemento femminile vi domina), gelosie di nazio­nalità (gli inglesi soprattutto si credono superiori al resto dei teosofi), etc., etc. Tutte queste piccole amenità derivano dall’esistenza della “sezione esoterica” ove vengono chiamati gli ingenui che credono di apprendervi cose diverse da quelle che si leggono nei libri di scienza più comuni e nel­l’altro libro che è dappertutto: la natura; queste “sezioni esoteriche”, i cui membri giurano obbedienza passiva alla sovrana, fomentano malintesi e disordini, permettono di servirsi dell’occulto con successo, ma, ciò che è più increscioso, macchiano la reputazione delle persone che essendo ossessionate da un nemico invisibile, non possono più difendersi, soprat­tutto se amano la solennità. Credo di aver già detto troppo e spero che i membri seri della Società Teosofica vi porranno rimedio” (Le Lotus, marzo 1889, p. 711)].

     

     

    CAPITOLO QUINDICESIMO

    I TRASCORSI DI M.ME BESANT

     

    Annie Wood nacque nel 1847, da una famiglia irlandese protestante e nella sua giovinezza si dedicò a molte letture mistiche; abi­tò a Parigi all’età di 15 anni circa, ed alcuni assicurano che in quel­l’epoca si convertì al Cattolicesimo, cosa questa abbastanza inve­rosimile. Rientrò in Inghilterra a 17 anni e sposò, quattro anni dopo, il Rev. Frank Besant, prete anglicano, da cui ebbe un figlio ed una figlia.

    Il suo temperamento esaltato, però, non tardò a rendere in­sostenibile il ménage famigliare; suo marito, che sembra sia stato un gran brav’uomo, diede prova di molta pazienza ma lei alla fi­ne lo lasciò, portando con sé i due bambini.

    Era il 1872 ed è probabile che andò a vivere con il libero pen­satore Charles Bradlaugh che conduceva una violenta campagna antireligiosa sul National Reformer e che, dato il suo misticismo, la convertì alle sue idee. Tuttavia, se si deve credere a quanto lei stessa ha raccontato, avrebbe conosciuto costui solo un po’ più tardi, quando, per guadagnarsi da vivere, faceva delle copie nel­le biblioteche; in ogni caso suo marito non potè mai farla condan­nare per adulterio.

    Durante la stessa epoca ella lavorò anche con il dr. Aveling, genero di Karl Marx, studiò l’anatomia e la chimica e conseguì, dopo tre insuccessi, il diploma in scienze; infine divenne direttri­ce del National Reformer, ove firmava i suoi articoli con lo pseu­domio di Ajax.

    È in quel tempo, nel 1874, che incominciò a fare delle con­ferenze nei posti più diversi, predicando l’ateismo ed il malthu­sianesimo ed associando alle sue teorie altruiste i nomi dei tre grandi benefattori dell’umanità, che secondo lei erano Gesù, Buddha e Malthus.

    Nel 1876 un opuscolo malthusiano intitolato I Frutti della Filosofia, di Knowlton, venne perseguito come pubblicazione im­morale ed un libraio di Bristol fu condannato a due anni di pri­gione per averlo messo in vendita, mentre l’editore se la cavò con una forte multa. Subito, Bradlaugh e M.me Besant affittarono un ufficio di pubblicità, vendettero l’opuscolo incriminato ed eb­bero l’ardire di inviarne dei numeri alle autorità, così che nel giu­gno 1877 furono perseguiti a loro volta. La giuria dichiarò che “il libro in questione aveva lo scopo di corrompere la morale pub­blica”e dal momento che, malgrado tutto, gli accusati espresse­ro l’intenzione di continuarne la vendita furono condannati ad una severa pena, con la prigione e la multa; tuttavia questo giudi­zio fu annullato per vizio di forma ed essi vennero rimessi in li­bertà, dopo poco tempo.

    Fondarono, allora, una società chiamata “Lega Malthusiana” che si proponeva “di opporre una resistenza attiva e passiva nei confronti di ogni tentativo mirante ad insabbiare il dibattito sul problema della popolazione”; il 6 giugno 1878, essendo stato con­dannato un libraio per gli stessi fatti, la Lega tenne a Saint-James’ Hall una manifestazione di protesta durante la quale Bradlaugh e M.me Besant pronunciarono dei discorsi veementi [Abbiamo tratto questi particolari da un articolo pubblicato nel Journal des Economistes, agosto 1880. Il ruolo di M.me Besant nella propaganda neo-malthusiana è indi­cato anche, senza alcun dettaglio, in La Question de la Population, di Paul Leroy, Beaulieu, p. 299. - (n.a.) Nel Vers l’Initiation (pp. 22-23 della traduz. francese), M.me Besant descrive Charles Bradlaugh come un uomo che, quantunque ateo militante, “faceva i primi passi verso il Sentiero”. Nella stessa opera (pp. 29-30) ella dice ancora: “L’affare del Pam­phlet Knowlton mi condusse, nella mia attuale esistenza, alla soglia del­l’Iniziazione”, perché “il mio impulso mi portava ad alleviare le sofferen­ze della classe povera”].

    È senza dubbio a questa condanna che alludeva Papus allor­ché scrisse ad Olcott, il 23 agosto 1890, che “aveva appena rac­colto le prove che certe alte funzioni nella Società Teosofica era­no riservate a dei membri appena usciti di prigione, dopo essere stati condannati a parecchi anni per oltraggio ai costumi”; malau­guratamente, così formulata, l’accusa conteneva delle inesattez­ze che permisero di dichiararla “falsa e diffamatoria”.

    A proposito dei figli di M.me Besant, sembra che in un pri­mo tempo fosse intervenuto un accordo fra lei ed il marito ma, in seguito ai fatti menzionati, questi intentò un processo per fa­re interdire la di lei tutela. Venne celebrata la causa ed il giudi­zio venne impugnato in appello; il 9 aprile 1879, la Corte d’Ap­pello confermò la sentenza di primo grado e a M.me Besant ven­ne tolta la figlia; il giudizio si basava sulle opinioni sovversive da lei propagandate e sul fatto che aveva diffuso “una opera che una giuria aveva considerato immorale”. Nel settembre 1894, duran­te un giro di conferenze in Australia, M.me Besant ritrovò a Melbourne la figlia Mabel, divenuta sig.ra Scott [Lotus Bleu, 27 dicembre 1894], a cui era già riu­scita a fare abbracciare il teosofismo, ma che nel 1910 o 1911, si separò da lei e si convertì al Cattolicesimo.

    Nel settembre 1880 ebbe luogo a Bruxelles un Congresso di liberi pensatori, ove M.me Besant dichiarò che il suo partito, in Inghilterra, aveva per scopo “la diffusione dell’ateismo, delle con­cezioni repubblicane, della sepoltura civile, della abolizione della Camera dei Lords e del diritto di proprietà in vigore” [Le Français, 14 settembre 1880]; è lei che pronunciò il discorso di chiusura nel quale è contenuta la vio­lenta dichiarazione antireligiosa che abbiamo citato all’inizio.

    Durante lo stesso periodo pubblicò numerose opere, fra cui un Manuale del Libero Pensatore in due volumi e diversi “saggi”, i cui titoli indicano chiaramente quali fossero le sue tendenze e le sue opinioni [Un mondo senza Dio; Il Vangelo dell’Ateismo; Perché sono socialista; L’Ateismo e la sua portata morale; etc.].

    Nel novembre 1884 ella si compiacque per l’affiliazione di Bradlaugh al Grande Oriente di Francia [Bradlaugh, il 15 maggio 1862, aveva chiesto l’affiliazione alla Loggia Per­severante Amicizia, ma gli venne rifiutata; fu invece affiliato alla Log­gia Unione e Perseveranza, il 14 novembre 1884]; ma le cose ben pre­sto dovevano cambiare: entrato in Parlamento, Bradlaugh non pensò ad altro che a sbarazzarsi di M.me Besant e, sorta la discor­dia, le tolse la direzione del suo giornale. Tanta ingratitudine ver­so colei che era stata “l’amica dei giorni tristi”, come lei stessa diceva, la sorprese e la sconvolse, le sue convinzioni vacillarono, a riprova del fatto che, in fondo, esse erano sempre state più sen­timentali che ponderate.

    Più tardi lei darà una singolare spiegazione dei suoi passati errori: pretenderà di aver ricevuto degli ordini dai “Mahâtmâ” al tempo (anteriore alla fondazione della Società Teosofica) in cui era la moglie del Rev. Besant e di essere stata costretta da loro ad abbandonare il marito per “vivere la sua vita”; scusa troppo banale e con la quale si potrebbero giustificare i peggiori smarri­menti.

    Proprio mentre si trovava come sperduta, non sapendo bene da che parte girarsi, M.me Besant lesse, nel 1886, il Mondo Occul­to di Sinnett; subito incominciò a studiare l’ipnotismo e lo spi­ritismo e ad interessarsi, con Herbert Burrows, dei fenomeni psichi­ci. In seguito, su consiglio di W.T. Stead, allora direttore della Pall Mall Gazette alla quale lei collaborava, intraprese la lettura della Dottrina Segreta, mentre abbandonava definitivamente le asso­ciazioni del libero pensiero; le sue primitive tendenze verso un esasperato misticismo ripresero il sopravvento ed ella incominciò ad autosuggestionarsi e ad avere delle visioni.

    È in tale stato di preparazione psichica che M.me Besant andò a trovare M.me Blavatsky ed il potere di suggestione di quest’ul­tima fece il resto, come abbiamo già detto, tant’è che lei non tar­dò a diventare uno dei dirigenti della sezione inglese (alla fine del l’889, anno in cui aveva effettivamente aderito al teosofismo) e poi della sezione europea autonoma, costituita nel 1890 sotto la diretta autorità di M.me Blavatsky e con G.R.S. Mead come segretario generale.

     

     

    CAPITOLO SEDICESIMO

    I PRIMI ANNI DI PRESIDENZA DI M.ME BESANT

     

    Appena dopo la morte di M.me Blavatsky si scatenò una vio­lenta disputa fra Olcott, Judge e M.me Besant, i quali pretendeva­no tutti di succederle, mentre ciascuno di essi dichiarava di esse­re in diretto collegamento con i “Mahâtmâ”, accusando gli altri due di impostura; d’altra parte, questi tre personaggi cercavano di sfruttare a loro vantaggio la rivalità esistente fra le tre sezioni, asiatica, americana ed europea, alla cui direzione essi si trovava­no, rispettivamente.

    Naturalmente, all’inizio ci si sforzò di nascondere questi dis­sensi; M.me Blavatsky era morta l’8 maggio 1891 e già il 19 mag­gio si pubblicava a Londra una dichiarazione nella quale, dopo una protesta per le “calunnie” rivolte alla memoria della fonda­trice, si leggeva: “Per quanto riguarda la strana idea che la mor­te di M.me Blavatsky avrebbe dato il via a delle controversie “per il posto resosi libero”, ci permettiamo di dirvi che l’organizza­zione della Società Teosofica non ha subito e non subirà alcun cambiamento, a causa di questa morte. M.me H.P. Blavatsky fon­dò la Società Teosofica insieme con il colonnello Olcott, presi­dente della Società, e William Q. Judge eminente avvocato di New York, vice presidente e capo del movimento teosofico in Ameri­ca; tale situazione non può essere considerata come “un colpo di stato” o altro, M.me Blavatsky, era infatti, segretaria corrispon­dente della Società, carica assolutamente onorifica che, secondo i nostri statuti, non è obbligatoria. Sei mesi dopo, dato l’accre­scimento della nostra Società, ella esercitava temporaneamente la funzione di presidente per l’Europa, .a ciò delegata dal colonnel­lo Olcott, al fine di facilitare il buon andamento dell’organizzazione; con la sua morte resta scoperto tale incarico. L’importanza della posizione di M.me Blavatsky era dovuta alle sue conoscenze, ai suoi poteri ed alla sua lealtà e non all’influenza della carica ufficiale da lei occupata. Dunque la nostra organizzazione esterna non subirà cambiamenti di sorta. La funzione principale di M.me Blavatsky era d’insegnare; colui o colei che vorrà succederle dovrà possedere le sue conoscenze”.

    Questa dichiarazione portava la firma dei dirigenti della se­zione europea: M.me Besant, C. Carter Blake, Herbert Burrows, Laura M. Cooper, Archibald Keightley, G.R.S. Mead e quelle di Walter R. Old, segretario della sezione inglese, della contessa Wa­chtmeister e del dr. W. Wynn Westcott che, l’anno successivo, doveva succedere al dr. Robert Woodman nella carica di “Supreme Magus” della Societas Rosicruciana in Anglia.

    Questa smentita alle voci che incominciavano a diffondersi non corrispondeva alla verità e lo si capì allorché, il 1 gennaio 1892, Olcott abbandonò la presidenza. Egli rassegnò le sue dimissioni in una lettera indirizzata a Judge nella quale adduceva motivi di salute e pregava umilmente i suoi colleghi “di considerarlo non come una persona alla quale vanno tributati degli onori, ma solo come un peccatore che ha spesso sbagliato ma che ha sempre cercato di migliorarsi e di aiutare i propri simili”. Nel rendere pubblica questa lettera, il 1 febbraio seguente, Olcott l’accompa­gnò con un commento ove si preoccupava di usare il medesimo riguardo per entrambi i concorrenti rimasti in lizza: “Le mie visite in Europa ed in America - egli scriveva - mi hanno dimostra­to che lo stato attuale del movimento è molto soddisfacente. Ho anche potuto constatare, al mio ritorno in India, che la sezione indiana, da poco formata, è in buone mani e poggia su una soli­da base. In Europa M.me Annie Besant, in poco tempo, si è por­tata in posizioni di prestigio; per la ben nota integrità del suo ca­rattere e della sua condotta, per la sua abnegazione, il suo entu­siasmo e le sue eccezionali capacità ella ha superato tutti i suoi colleghi ed ha scosso profondamente lo spirito delle stirpi di lin­gua inglese. Io la conosco personalmente e so che in India ella sa­rà così amabile e così fraterna nei riguardi degli asiatici, come lo fummo io e M.me Blavatsky... In America, sotto la decisa ed abile direzione del dr. Judge, la Società si è diffusa in tutti gli Sta­ti e l’organizzazione cresce ogni giorno in forza e stabilità. In que­sto modo le tre sezioni della Società sono nelle migliori mani e la mia direzione non è più indispensabile”. Annunciava poi le sue intenzioni: “Mi ritirerò nella mia piccola casa di Ootacamund ove vivrò dei miei scritti e di una parte dei proventi del Théosophist. Ho l’intenzione di ultimare una parte incompiuta ma essenziale del mio compito, la compilazione della storia della Società e di alcuni libri sulla religione e le scienze occulte e psicologiche... Io sarò sempre pronto ad offrire al mio successore l’aiuto di cui avrà bisogno ed a mettere a disposizione i miei migliori consigli, basati sulla esperienza di 40 anni di vita pubblica e di 17 anni di presidenza della nostra Società”.

    Non avendo, Olcott, designato alcun successore, occorreva procedere ad una votazione per eleggere un nuovo presidente, nel frattempo il dimissionario ancora in carica decise che l’8 maggio, anniversario della morte di M.me Blavatsky, sarebbe stato chia­mato “giorno del Loto Bianco”, e tutte le sezioni del mondo avreb­bero dovuto celebrarlo “in maniera semplice e dignitosa, evitan­do ogni settarismo, ogni banale adulazione, ogni vuoto discorso d’occasione ed esprimendo il generale sentimento di affettuosa riconoscenza per colei che ci ha mostrato la mappa dell’arduo sen­tiero che conduce alle vette della scienza”; abbiamo riportato ap­pena prima un esempio di come i teosofisti osservano la raccomanda­zione di “evitare ogni banale adulazione”!

    Il 24 e il 25 aprile 1892 si tenne, a Chicago, il congresso annua­le della sezione americana; questo si dichiarò per la non accetta­zione delle dimissioni del colonnello Olcott, lo pregò di conservare le sue funzioni (senza dubbio si temeva l’elezione di M.me Be­sant) ed espresse l’augurio che Judge venisse designato, fin d’al­lora, come presidente a vita per il giorno in cui la presidenza fos­se rimasta vacante.

    Poco dopo si apprendeva che “cedendo alle pressioni degli amici e del congresso americano, anche per la necessità di porta­re a termine molte questioni legali, il colonnello Olcott aveva ri­mandato le sue dimissioni a data da destinarsi” (sic) [Lotus Bleu, 27 giugno 1892]; il 21 a­gosto seguente egli ritirava definitivamente le dimissioni e desi­gnava Judge come suo eventuale successore.

    Tuttavia, un po’ più tardi, in seguito a diversi incresciosi in­cidenti ed in particolare al suicidio dell’amministratore di Adyar, S.E. Gopalacharlu, che per diversi anni aveva sottratto delle somme rilevanti alla Società senza che nessuno se ne accorgesse, vi fu un riavvicinamento fra Olcott e M.me Besant.

    Nel gennaio 1894, quest’ultima, insieme alla contessa Wachtmeister, fece un viaggio in India e Olcott le accompagnò dapper­tutto; in marzo, quando lei ripartì per l’Europa, Olcott le aveva assegnato la direzione della “sezione esoterica”, salvo la parte ame­ricana che rimaneva a Judge. Nel novembre dello stesso anno, Jud­ge volle destituire M.me Besant, ma venne seguito solo da una par­te dei membri della sezione americana e di rimando venne accusa­to, più che mai, di impostura, dai sostenitori di M.me Besant.

    A quel tempo, l’organo della sezione francese, pubblicò un articolo, siglato con le iniziali del comandante D.A. Courmes, ove si diceva: “A torto o a ragione, uno dei principali esponenti del­l’odierno movimento teosofico, William Q. Judge, è accusato di avere spacciato come dirette proiezioni di un “Maestro”, certe comunicazioni che forse avevano tale provenienza mentale ma che erano state scritte interamente da W.Q. Judge... La neu­tralità della Società Teosofica ed il carattere occulto di dette comunicazioni “precipitate” avrebbero impedito a W.Q. Judge di chiarire completamente i fatti che gli sono addebitati. Per di più, alcune imprudenze, figlie dell’imperfezione umana, avrebbero ag­gravato ulteriormente l’incidente, ... e si può dire che, al momen­to, i teosofisti di lingua inglese sono divisi in due fazioni, pro e contro W.Q. Judge” [Lotus Bleu, 27 dicembre 1894. - (n.a.) - Il comandante D.A. Courmes, che diresse per molti anni il Lotus Bleu, era anche un vecchio spiritista; nel 1878 aveva pubblicato nella Re­vue Spirite un articolo che in Francia fu, probabilmente, il primo ove si parlava di teosofismo].

    Qualche tempo dopo il Path avvertiva i membri della Socie­tà Teosofica che “dei burloni di cattivo gusto e delle persone male intenzionate inviavano a coloro che ritenevano degli ingenui, dei pretesi messaggi occulti” [Citato nel Lotus Bleu, 27 marzo 1895]; mai si erano viste tante sedicenti comunicazioni dei “Maestri”, neanche quando era in vita M.me Blavatsky. Infine, il 27 aprile 1895, i sostenitori di Judge si sepa­rarono del tutto dalla Società di Adyar per costituire un’organismo indipendente col titolo di “Società Teosofica d’America”; questa organizzazione, che esiste ancora, fu presieduta da Ernest T. Hargrove, poi da Catherine Tingley; con lei la sede centrale ven­ne spostata da New York a Point-Loma (California); esistono an­che delle sue ramificazioni in Scozia ed in Olanda [(n.a.) La denominazione di “Fraternità Universale” che doveva essere, all’inizio, un altro titolo della Società Teosofica (articolo del Path, cita­to in Le Lotus, marzo 1888) fu conservata dall’organizzazione di Cathe­rine Tingley, il cui titolo completo è Fraternità Universale e Società Teosofica d’America; la sede di questa organizzazione fu trasferita a Point-Lo­ma nel 1900].

    In merito alle accuse rivolte a Judge, ecco le istruttive preci­sazioni che, poco dopo la scissione, furono pubblicate in un arti­colo del dr. Pascal sul Lotus Bleu: “Quasi appena dopo la morte di H.P. Blavatsky, furono comunicati da W.Q. Judge numerosi messaggi attribuiti ad un Maestro indù; questi messaggi che si di­ceva fossero stati “precipitati” con procedimenti occulti, porta­vano il timbro del criptogramma dello stesso Maestro. Si scoprì ben presto che tale timbro proveniva da un fac-simile del sigillo del Maestro, fac-simile che il colonnello Olcott aveva fatto inci­dere a Delhi, nel Panjab [Con quale intenzione? Sarebbe interessante saperlo]. Grazie ad un errore di disegno com­messo dal colonnello Olcott questo fac-simile era riconoscibilis­simo: esso conteneva un segno rassomigliante ad una W mentre avrebbe dovuto rappresentare una M [Iniziale di Morya; ma come mai il sigillo di questo “Maestro indù” por­tava un carattere europeo?]. Questo pseudo-sigillo era stato dato a H.P. Blavatsky dal colonnello Olcott e diversi teo­sofi l’avevano visto durante la sua vita; alla sua morte era sparito... Quando il colonnello Olcott vide per la prima volta il timbro che contrassegnava i messaggi di W.Q. Judge, gli fece sapere che ave­va fatto incidere un sigillo nel Panjab e che tale sigillo era spari­to, aggiungendo che sperava tanto che colui che se ne era impos­sessato non lo usasse per ingannare i fratelli e che, in ogni caso, egli era in grado di riconoscerlo fra mille. Da quel momento i nuo­vi messaggi non portarono più il timbro del criptogramma e dai vecchi messaggi che W.Q. Judge potè recuperare venne raschia­to il timbro” [Lotus Bleu, 27 giugno 1895].

    Occorre aggiungere che un teosofista belga sostenitore di Jud­ge, M. Oppermann, inviò una risposta a questo articolo, ma la dire­zione del Lotus Bleu, dopo averne annunciata la pubblicazione, ci ripensò all’improvviso e si rifiutò formalmente di pubblicarla, con il pretesto che “la questione era stata definita” nel mese di luglio dal congresso di Londra [Lotus Bleu, 27 settembre 1895].

    A questo congresso Olcott prese semplicemente atto della “se­cessione” ed annullò le patenti delle sezioni americane dissidenti, riorganizzò poi, con elementi che non avevano seguito Judge, una nuova sezione americana avente come segretario generale Alexan­der Fullerton (da recente era stata fondata anche una sezione au­straliana con A. Carol come segretario); dopo di ciò Sinnett venne nominato vice presidente della Società, in sostituzione di Judge. Alcuni membri della sezione europea dopo aver tentato invano di far passare una mozione di protesta in favore di Judge, si stac­carono ufficialmente dalla Società per costituire a loro volta un gruppo separato, denominato “Società Teosofica Europea”, sotto la presidenza onoraria di Judge; fra loro vi era il dr. Archibald Keigh­tley, il cui fratello, Bertram, rimarrà invece segretario generale della sezione indiana; ai dissidenti si unì anche il dr. Hartmann.

    Come è facile immaginare, tutti gli avvenimenti narrati venne­ro conosciuti anche fuori dalla Società e nello stesso momento in cui accadevano; all’inizio, gli ambienti teosofisti finsero di con­siderare le notizie riportate dalla stampa di Londra come un’ec­cellente pubblicità per la Società. “I giornali - si diceva nel set­tembre 1891 - hanno fatto molte chiacchiere intorno alle lette­re che Annie Besant dichiarava di aver ricevuto dai Mahâtmâ dopo la morte di H.P. Blavatsky. Il Daily Chronicle ha aperto le sue colonne al dibattito ed i nostri fratelli hanno approfittato della bella pubblicità per esporre le nostre dottrine: più di sei colonne al giorno sono state riempite dalle lettere dei teosofi e dei loro avversari, senza contare i “pastori protestanti” ed i membri della Società di ricerche psichiche” [Lotus Bleu, 27 settembre 1891]. Ma le cose cambiarono allorché, il mese seguente, apparve proprio sul giornale citato, la seguente valutazione: “I teosofisti hanno sbagliato e molti mostrano la loro delusione; temiamo che abbiano aperto le porte ad un vero carnevale di sciocchezze e di inganni” [Daily Chronicle, 1 ottobre 1891].

    Questa volta i teosofisti mantennero un prudente silenzio su questa “bella pubblicità”, tanto più che la Westminster Gazette, da parte sua, cominciò a pubblicare, a cura di F. Edmund Garrett, tutta una serie di articoli fortemente documentati che, si diceva, erano stati ispirati anche da dei membri della “sezione esoterica” e che furono riuniti in volume, nel 1895, sotto il significativo ti­tolo: Isis very much unveiled. Intanto, un famoso “lettore del pensiero”, Stuart Cumberland, offrì un premio di mille sterline a chiunque volesse produrre in sua presenza uno solo dei fenomeni attribuiti ai “Mahâtmâ”; ma questa sfida, è chiaro, non fu mai raccolta.

    Nel 1893 M. Nagarkar, membro del Brahma Samâj e pertan­to poco sospettabile di ostilità preconcetta, dichiarò a Londra che il teosofismo, in India, era considerato come “una volgare sciocchezza” ed ai suoi contraddittori replicava: “Suppongo che non abbiate la pretesa, voi che conoscete appena le cose del vostro paese, di volermi insegnare le cose del mio paese e di mia compe­tenza; i vostri “Mahâtmâ” non sono mai esistiti e sono sempli­cemente uno scherzo (joke) di M.me Blavatsky, che ha voluto ve­dere quanti pazzi vi avrebbero creduto; offrire questo scherzo come se fosse una verità equivale a rendersi complici della mistifi­catrice” [The Echo, Londra, 4 luglio 1893].

    Infine, il 2 ottobre 1895, Herbert Burrows, lo stesso che ave­va introdotto M.me Besant nella Società Teosofica, scriveva a W.T. Stead, allora direttore del Borderland: “Le recenti scoperte delle frodi che hanno diviso la Società mi hanno indotto a nuo­ve indagini che hanno esaurientemente provato come per diver­si anni nella Società ha regnato l’inganno... Il colonnello Olcott, presidente della Società, e Sinnett, vice presidente; credono che M.me Blavatsky sia stata parzialmente in mala fede. Alle accuse di frode lanciate da M.me Besant contro Judge, il vecchio vice presidente, si possono aggiungere le accuse contro il colonnello Olcott, lanciate dalla stessa M.me Besant e da Judge... Non posso più concedere oltre il mio riconoscimento ed il mio appoggio ad una organizzazione ove accadono tali cose sospette ed altre anco­ra; senza tuttavia ricusare le idee essenziali della teosofia, io la­scio la Società perché credo che essa, allo stato attuale, rappre­senti un pericolo permanente per l’onestà e la verità ed una con­tinua porta aperta alla superstizione, alla illusione ed all’inganno”.

    Nel dicembre 1895 sull’English Théosophist organo dei dissi­denti, si leggeva: “Lo stesso Sinnett ha dichiarato che Judge fu addestrato a tutte queste frodi, da M.me Blavatsky... M.me Be­sant sa che Olcott e Sinnett ritengono che M.me Blavatsky sia sta­ta in mala fede, ma lei non ha ancora avuto né il coraggio morale né l’onestà di dirlo”.

    È possibile vedere in quali condizioni M.me Besant assunse la direzione della Società Teosofica; in effetti ella la eserciterà senza contestazioni a partire dal 1895, solo diverso tempo dopo che Olcott la abbandonò ufficialmente in suo favore (non abbia­mo potuto trovare l’esatta data delle sue definitive dimissioni); sembra, d’altro canto, che egli si rassegnerà di mala voglia a rinun­ciare al titolo di presidente, anche se questo ormai era diventa­to puramente onorifico.

    Olcott morì il 17 febbraio 1907, dopo aver portato a termi­ne il suo progetto di scrivere, alla sua maniera, la storia della Società, che apparve col titolo di Old Diary Leaves; il suo disappun­to per la sconfitta subita vi era così apertamente manifestato che la Theosophical Publishing Company esiterà parecchio prima di pubblicarla [(n.a.) - Nel 1922 si creerà, su proposta della sig.ra de Manziarly, una speciale commemorazione chiamata “Giorno di Adyar” che si doveva celebrare il 17 febbraio: questa data è, ad un tempo, l’anniversario della morte di Olcott (17 febbraio 1907), di quella di Giordano Bruno (17 febbraio 1600), di cui M.me Besant si considera la reincarnazione, e della nascita di Leadbeater (17 febbraio 1847)].

     

     

    CAPITOLO DICIASSETTESIMO

    AL PARLAMENTO DELLE RELIGIONI

     

    Nel settembre 1893, in occasione dell’Esposizione di Chicago, si svolse nella stessa città, fra altri congressi di ogni genere, il famoso “Parlamento delle Religioni”: tutte le organizzazioni religiose o simili del mondo, erano state invitate ad inviare i loro più autorevoli rappresentanti per esporre le loro credenze e le loro opinioni. Questa idea tutta americana era stata lanciata con diversi anni di anticipo; in Francia, il più entusiasta propagandista di questa idea era stato l’abate Victor Charbonnel che frequentava allora il salotto della duchessa di Pomar e che doveva, in seguito, lasciare la Chiesa per la Massoneria, ove incorse d’altronde in alcune disav­venture.

    Se i cattolici d’Europa si astennero prudentemente dal partecipare a questo congresso, diversamente decisero quelli d’America ma la grande maggioranza era formata, come naturale, dai rappresentanti delle innumerevoli sette protestanti ai quali si aggiunsero altri elementi abbastanza eterogenei.

    È così che si presentò a questo “Parlamento” lo Swâmi Vivekânanda, che snaturava totalmente le dottrine indù del “Vêdânta” col pretesto di adattarle alla mentalità occidentale; se lo menzioniamo è perché i teosofisti lo hanno sempre considerato come un loro alleato, definendolo come “uno dei loro fratelli della razza anteriore” (designazione che applicano anche ai loro “Maestri”) e “un principe fra gli uomini” [Lotus Bleu, 27 gennaio 1895].

    La pseudo-religione inventata da Vivekânanda ebbe un certo successo in America, ove possiede ancora oggi, come in Australia, un certo numero di “missioni” e di “templi”; beninteso, essa ha solo il nome di “Vêdânta” poiché non è possibile stabilire alcun rapporto fra una dottrina puramente metafisica ed un “moralismo” sentimentale e “consolatorio” il quale si differenzia dalle prediche protestanti solo per l’impiego di una terminologia un po’ speciale.

    M.me Besant partecipò al “Parlamento delle Religioni” in rap­presentanza della Società Teosofica, la quale aveva ottenuto che dei 17 giorni di durata del congresso, dieci fossero dedicati all’e­sposizione delle sue teorie: bisogna pensare che gli organizzatori, per concedere un così vasto spazio alla società Teosofica, le fosse­ro particolarmente favorevoli. I teosofisti ne approfittarono, natu­ralmente, per far intervenire un gran numero di oratori; Judge e M.me Besant vi apparvero fianco a fianco, poiché, fintanto che la scissione non fu un fatto compiuto, ci si sforzò di nascondere il più possibile i dissensi interni della Società; abbiamo visto prima come non sempre ci si riuscì.

    M.me Besant era accompagnata da due personaggi assai singolari, Chakravarti e Dharmapâla, con i quali aveva fatto il viaggio dall’Inghilterra in America e sui quali è bene dire alcune cose.

    Gyanendra Nath Chakravarti (il “Babu Chuckerbuthy” di Ru­dyard Kipling) [Poema massonico intitolato The Mother Lodge], fondatore e segretario del Yoga Samâj, nonché professore di matematica al collegio di Allahabad, pronunciò un discorso durante l’apertura ufficiale del “Parlamento”; malgrado il suo nome e le sue qualità e benché si dichiarasse un Bramano, non era di origine indù ma un mongolo più o meno “induizzato”. Nel dicembre 1892 aveva tentato di entrare in relazione con gli spiritisti inglesi, sostenendo che vi fossero dei rapporti fra lo “Yoga” indù ed i fenomeni “spiritici”; noi non vogliamo sapere se da parte sua vi fosse ignoranza o mala fede, forse si trattava dell’u­na e dell’altra cosa insieme, ma in ogni caso non occorre dire che i detti rapporti sono puramente immaginari.

    Ciò che è interessante notare è l’analogia esistente fra i tentativi d’approccio, con gli spiritisti, fatti da costui e quelli tentati da M.me Besant, nel 1898, nei confronti dell’”Alleanza Spiritualista” di Londra; tale accostamento diventa particolarmente interessante se si pensa che Chakravarti, pur non avendo niente del vero “Yogi”, era perlomeno un capacissimo ipnotizzatore ed aveva trovato in M.me Besant un eccellente “soggetto”, sembra “sicuramente accer­tato che egli la tenne per lungo tempo sotto la sua influenza [Lettera di Thomas Green, membro della “sezione esoterica” di Londra, pubblicata del giornale Light, 12 ott. 1895, p. 499; The Path, New York, giugno 1895, p. 99].

    È a questo fatto che Judge si riferì allorché, nella circolare che indirizzò il 3 novembre 1894 alle “sezioni esoteriche” della Società Teosofica (“per ordine del “Maestro”“ - diceva lui) al fine di destituire M.me Besant, la accusò di essere “entrata incon­sciamente nel complotto formato dai maghi neri che lottano continuamente contro i maghi bianchi” e denunciò Chakravarti come “un agente minore dei maghi neri”. Senza dubbio non è il caso di accordare un gran credito a queste storie di “magia nera”, qui è il caso di ricordarsi di quanto abbiamo già detto a riguardo, ma nondimeno resta il fatto che Chakravarti, personaggio molto sospetto sotto diversi aspetti, per un certo tempo ispirò direttamente le prodezze di M.me Besant.

    L’”Angarika” H. Dharmapâla (o Dhammapâla) [La prima forma è quella sanscrita, la seconda è quella pâli], un buddhi­sta di Ceylon, fu delegato al “Parlamento delle Religioni” con il titolo di “missionario laico”, dal “Gran Sacerdote” Sumàngala, come rappresentante del Mahâ-Bodhi Samâj (Società della Grande Saggezza) di Colombo [(n.a.) Il Mahâ-Bodhi Samâj mantiene delle singolari relazioni, come si può notare in un articolo di Alexandra David, intitolato Il libero pensiero nell’In­dia e il movimento buddhista contemporaneo ed apparso ne I Documenti del Progresso (gennaio e febbraio 1914), infatti vi si legge: “La società Mahâ-Bodhi ha due sedi principali a Colombo (nell’isola di Ceylon) e a Calcutta, un dipartimento centrale vicino Bénarés, nel luogo ove, secondo la tradizione, il Budda pronunciò il suo primo discorso, e numerose rami­ficazioni in diverse parti dell’India. Questa società mi delegò, nell’Agosto del 1910, a rappresentarla al Congresso del libero pensiero che si tenne a Bruxelles. A questo proposi­to il segretario generale, M. Dharmapâla, mi inviò un rapporto da leggere in assemblea”. Ecco uno stralcio caratteristico di questo rapporto: “Noi abbiamo la profonda convinzione che i meravigliosi progressi realizzati dalla scienza, in Occidente, permettano di affrancare le masse ignoranti di tutti i paesi dal ritualismo e dalla superstizione, creazioni di un clero dispotico... Il Buddha fu il primo a predicare la dottrina dell’affranca­mento umano ed in questo 2499° anniversario della sua predicazione noi, che seguiamo la sua dottrina, ci rallegriamo nel vedere i promotori del pensiero scientifico in Occidente lavorare secondo lo stesso principio, per l’emancipazione e l’istruzione della intera razza umana senza distin­zione di nazionalità e di colore”. Alexandra David, che è una nota teosofista, dichiara nello stesso ar­ticolo che “il Buddha deve essere considerato come il padre del libero pensiero”! È la stessa Alexandra David-Neel, autrice di un libro su Il Mo­dernismo Buddhista, che ha pubblicato nel 1927 il resoconto di una esplorazione in Tibet sotto il titolo di Viaggio di una parigina a Lhassa]. Si racconta che durante il suo soggiorno in America, ebbe ad “officiare” in una chiesa cattolica, ma riteniamo che si tratti di una semplice leggenda, tanto più che lui stesso si dichiarava “laico”; forse vi fece una conferenza, cosa che non meraviglierebbe molto conoscendo le abitudini americane. Comunque sia, egli trascorse molti anni a percorrere l’America e l’Europa, facendo un po’ dappertutto delle conferenze sul Buddhismo; nel 1897 fu a Parigi, dove parlò al Museo Guimet e prese parte ad un congresso di orientalisti. L’ultima manifestazione di questo personaggio, di cui abbiamo notizia, è una lettera che egli scrisse da Calcutta il 13 ottobre 1910, al capo (indicato solamente con le iniziali T.K.) di una società segreta americana chiamata “Ordine di Luce” (Order of Light), che si qualifica anche come “Grande Scuola” (Great School) e che recluta i suoi aderenti soprattutto fra gli alti gradi della Massoneria. Uno dei membri più attivi di questa organizzazione è un noto teosofista, il dr. J.D. Buck, che è anche un dignitario della Massoneria Scozzese e che fu uno degli oratori al “Parlamento delle Religioni”; M.me Blavatsky dimostrava una stima particolare per questo personaggio, che chiamava “un vero Philalete” [La Clef de la Théosophie, p. 76] ed al quale, citando un passo di una conferenza da lui fatta nell’aprile 1889 al congresso teosofico di Chicago, ella tributò questo elogio: “Non v’è teosofo che, abbia meglio compreso ed espresso la vera essenza della Teosofia, che il nostro rispettabile amico dr. Buck” [La Clef de la Théosophie, p. 24]. Occorre dire ancora che l’Ordine di Luce” si distingue per una tendenza anticattolica delle più accentuate.

    In questa lettera, Dharmapâla elogiava vivamente i massoni americani per i loro sforzi tesi a “preservare il popolo dalla servitù del demonismo papale” (sic) ed augurava loro il successo più com­pleto in questa lotta, aggiungendo che “il clero, in tutti i paesi ed in qualunque epoca, ha sempre perseguito un solo obiettivo, il raggiungimento del quale sembra essere il suo unico desiderio, che è quello di ridurre il popolo in schiavitù e mantenerlo nell’ignoran­za”. Ci chiediamo se un simile linguaggio abbia ricevuto l’approva­zione del “Gran Sacerdote della Chiesa Buddhista del Sud”, che ha la pretesa di essere a capo di un “clero”, quantunque non sia mai esistito niente del genere nella concezione e nell’organizzazio­ne del Buddhismo primitivo.

    I teosofisti si dimostrarono assai soddisfatti per l’eccellente opportunità propagandista che era stata loro fornita a Chicago ed arrivarono persino a dichiarare che “il Parlamento delle Religioni era stato in effetti un Congresso Teosofico” [Lotus Bleu, 27 ott. 1893 e 27 marzo 1894].

    Negli ambienti “neo-spiritualisti”, ben presto si pose il proble­ma di preparare un secondo congresso dello stesso genere, da tener­si a Parigi nel 1900; un’idea più ambiziosa fu anche espressa da un ingegnere di Lione, P. Vitte, che firmava con lo pseudonimo di Amo e che volle trasformare il “Parlamento delle Religioni” in un “Congresso dell’Umanità”, “riunendo tutte le religioni, gli spi­ritualisti, gli umanitaristi, i ricercatori ed i pensatori di ogni ordi­ne, aventi per fine comune il progresso dell’Umanità verso un idea­le migliore ed aventi fede nella sua realizzazione” [La Paix Universelle, 15 sett. 1894]; tutte le re­ligioni del mondo ed anche tutte le dottrine, qualunque fosse il loro carattere, dovevano essere “chiamate ad una simpatica unione sui grandi principi comuni in grado di assicurare il bene dell’Uma­nità e preparare l’Unità e la pace futura sulla Terra” [La Paix Universelle, 30 nov. 1894].

    I teosofisti, così come gli spiritisti e gli occultisti di diverse scuole, aderiranno a questo progetto, per cui il promotore credet­te di aver operato la riconciliazione di questi fratelli nemici, come preludio alla “simpatica unione” che egli sognava: “I numeri di maggio 1896 del Lotus Bleu e dell’Initiation, organi rispettivamente dei teosofi e dei martinisti francesi, - scriveva egli allora - rinnovano in termini chiari e decisi la loro adesione al Congresso del­l’Umanità. L’apporto di questi due grandi movimenti spirituali­sti, diffusi in tutto il mondo, sarà sufficiente a comunicare un’in­tensa vitalità al Congresso” [La Paix Universelle, 30 giugno 1896].

    Ciò, però, non fu sufficiente ed in realtà erano solo delle il­lusioni: i “neo-spiritualisti”, fra i quali d’altra parte le contese continueranno come in passato, non potevano comunque avere la pretesa di costituire da soli le “solenni assisi dell’Umanità”; sic­come non vi erano altri che quelli che si erano interessati, il congres­so, nel 1900, non ebbe luogo.

    A proposito di P. Vitte segnaliamo ancora un fatto curioso: dal momento che Saint-Yves d’Alveydre gli aveva detto che “lo spirito celtico è al giorno d’oggi in India”, egli volle andare a ren­dersene conto e s’imbarcò nel settembre del 1895, ma, appena arrivato, fu preso da una sorta di paura irrazionale e si affrettò a ritornare in Francia meno di tre mesi dopo la sua partenza; costui, perlomeno, era uno spirito sincero, ma questo semplice episodio mostra come fosse poco equilibrato.

    D’altronde, gli occultisti non si lasciarono scoraggiare dall’in­successo del loro “Congresso dell’Umanità” ed in attesa di un mo­mento più favorevole costituirono una sorta di ufficio permanen­te che tenne, di tanto in tanto, alcune assemblee in sale pressoché deserte, ove si lasciarono andare a vaghe dichiarazioni pacifiste ed umanitarie. Anche le femministe ebbero un certo spazio in que­sta organizzazione che, in ultimo, ebbe a capo Albert Jounet e Julien Hersent; quest’ultimo, che i suoi amici avevano designato come presidente dei futuri “Stati Uniti del Mondo” allorché si fossero costituiti, nel 1913, tanto per cominciare, pose la sua candi­datura alla presidenza della Repubblica Francese; questa gente non ha proprio il senso del ridicolo!

    Tuttavia, a Parigi si ebbe un seguito al “Parlamento delle Religioni” di Chicago, ma è solo nel 1913 che esso ebbe luogo, col nome di “Congresso del Progresso Religioso” e sotto la presidenza di Boutroux, le cui idee filosofiche hanno molti punti in comune con le tendenze “neo-spiritualiste”, anche se in maniera molto meno netta di quelle di Bergson. Questo congresso fu quasi intera­mente protestante e soprattutto “liberal-protestante”, ma l’influen­za tedesca ebbe il sopravvento su quella anglosassone cosicché i teosofisti fedeli alla direzione di M.me Besant non vi furono invitati, tant’è che vi partecipò Edouard Schuré, rappresentante dell’organizzazione dissidente del dr. Rudolf Steiner, di cui avremo modo di parlare in seguito [(n.a.) Dobbiamo segnalare la presenza, al “Congresso del Progresso Religioso” di Parigi, di D.B. Jayatilaka, presidente dell’“Associazione buddhista della gioventù” di Colombo, che aveva già partecipato al “Congresso dei liberi cristiani” tenutosi a Berlino nel 1910 e dove aveva letto una relazione ove si diceva: “fra tutti i fondatori di religioni, fu il Buddha che promulgò la prima carta della libertà di coscienza”; bisogna credere che questi “buddhisti modernisti” tengono in modo particolare ad essere considerati dei “liberi pensatori”].

     

     

    CAPITOLO DICIOTTESIMO

    IL CRISTIANESIMO ESOTERICO

     

    A questo punto è opportuno prendere in considerazione l’a­spetto più caratterizzante del nuovo orientamento (nuovo almeno in apparenza) assunto dalla Società Teosofica sotto l’impulso di M.me Besant, orientamento che non era facile prevedere dai suoi trascorsi: ci riferiamo al “Cristianesimo Esoterico” [È anche il titolo di un’opera di M.me Besant, Esoteric Christianity].

    Occorre tuttavia notare che, già da prima, la corrente cristiana o sedicente tale, nonostante ciò che sembrava avere di incompa­tibile con le idee di M.me Blavatsky, era rappresentata in questi ambienti da alcuni elementi più o meno importanti che, beninteso, non esprimevano ciò che può chiamarsi la dottrina ufficiale del teosofismo. Vi era, all’inizio, il “Rosacrucianesimo” del dr. Franz Hartmann, di cui abbiamo parlato prima; un rosacrucianesimo qua­lunque che, per quanto fosse diverso dal Rosacrucianesimo ori­ginale, faceva almeno uso di un simbolismo cristiano; non bisogna dimenticare però che il dr. Hartmann, in uno dei suoi libri, ha pre­sentato il Cristo come un “Iniziato”, opinione che, d’altronde, è anche quella di Edouard Schuré [Vedere il suo libro Les Grands Initiés], inventore di un preteso “e­soterismo elleno-cristiano” il cui vero carattere è dei più sospet­ti, poiché, a giudicare anche dai titoli delle opere ove esso è esposto, dovrebbe condurre “dalla Sfinge a Cristo” e poi... “da Cristo a Lucifero” [(n.a.) - Sembra che le opere di Edouard Schuré siano, con quelle di Mae­terlinck, quelle che, nell’ambito letterario, abbiano contribuito a procu­rare pia aderenti al teosofismo]!

    Citiamo anche le opere più o meno serie di George R.S. Mead, segretario generale della sezione europea, sullo gnosticismo ed i “misteri cristiani”; vedremo più avanti che uno degli scopi dichia­rati degli attuali teosofisti è proprio la restaurazione di tali “miste­ri cristiani”.

    Oltre a queste opere, largamente ispirate da studi di specialisti “non iniziati”, lo stesso autore ha tradotto molto approssimativa­mente, per non dire peggio, alcuni testi sanscriti estratti dalle U­panishad; vi si possono trovare dei tipici esempi della maniera con cui questi testi sono “adattati” dai teosofisti alle necessità della loro particolare interpretazione [Ecco i titoli delle principali opere di Mead: Fragments d’une Foi oubliée (le gnosticisme); Pistis Sophia, Evangile gnostique (secondo la traduzione francese di Amelineau); Essai sur Simon Le Mage; Apollonius de Tyane, le philosophe réformateur du 1er siécle de l’ére chretienne; L’Evangile et les èvangiles; Le Mystère du Monde, quatre essais; La Théosophie des Grecs, Plotin, Orphée; La Théosophie des Vedas, les Upanishads].

    Infine vi era un “Cristianesimo Esoterico” propriamente det­to, in relazione col teosofismo, anzi per l’esattezza ve n’erano due, aventi fra loro diversi rapporti: uno era quello della dott.ssa An­na Kingsford e di Edward Maitland, l’altro era quello della duches­sa di Pomar.

    La prima di queste due teorie fu esposta in un libro intitolato La Via Perfetta, apparso nel 1882; inizialmente i nomi degli autori rimasero nascosti “affinché la loro opera fosse giudicata per il suo intrinseco valore e non per i meriti degli autori” [Prefazione alla prima edizione, p. VII], ma fi­gurarono in testa alle edizioni seguenti [Anni 1886 e 1890; le citazioni sono tratte dalla terza edizione]; vi fu in seguito una traduzione francese per la quale Edouard Schuré scrisse la prefa­zione e che fu edita a spese della duchessa di Pomar [Gli stessi autori hanno anche pubblicato, separatamente e non, altre ope­re meno importanti: La “Vierge du Monde” et autres livres hermètiques, avec essais introductifs et annotations; L”Astrologie Théologisée” de Wei­gelius, avec un essai sur l’hermèneutique de la Bible; “Vetue du Soleil” (allusione all’Apocalisse), “livre des Illuminations d’Anna Kingsford”; etc.].

    Il conte Mac Gregor Mathers, dedicando la sua Kabbala Sve­lata agli autori della Via Perfetta, dichiarava che questo libro è “una delle opere più profondamente occulte che siano state scrit­te nei secoli”.

    Al momento della pubblicazione della Via Perfetta, Anna Kings­ford ed Edward Maitland erano entrambi membri della Società Teosofica e se ne allontanarono poco dopo, all’epoca in cui l’affa­re Kiddle, di cui abbiamo già parlato, provocò numerose dimissio­ni nella sezione inglese [(n.a.) - Anna Kingsford prima di fondare la “Società Ermetica” non fu solo un membro della Società Teosofica, ma presidente della London Lod­ge]. Intanto, il 9 maggio 1884, essi fondarono a Londra una “Società Ermetica” di cui Anna Kingsford fu pre­sidente fino alla sua morte; avvenuta nel 1888, ed i cui statuti con­sistevano in tre articoli che ricalcavano quelli, della dichiarazione di principi della Società Teosofica, che abbiamo riprodotto prima; Olcott assistette all’inaugurazione di questa Società e vi pronunciò un discorso; cosa strana, questa, che sembra dar ragione a coloro che considereranno tale nuova “Società” come una semplice “se­zione esoterica” della Società Teosofica; è il caso di chiedersi, dun­que, se le dimissioni dei fondatori erano state sincere e troveremo qualcosa di simile in ciò che riguarda la duchessa di Pomar.

    Fino a che punto vi era contrasto fra le teorie di Anna Kingsford e quelle di M.me Blavatsky? Le prime hanno certo un’etichetta cri­stiana, ma, senza parlare del loro spirito anticlericale fortemente pronunciato (è ancora una volta S. Paolo ad essere accusato di aver introdotto l’influenza sacerdotale nella Chiesa) [The Perfect Way, p. 270], la maniera con cui sono interpretati i dogmi del Cristianesimo è molto singolare: soprattutto si parla del Cristianesimo indipendentemente da ogni considerazione storica [The Perfect Way, pp. 25-26 e 223], per cui allorché si parla di Cristo lo si fa in senso “mistico”, tanto da significare che si tratta sempre ed unicamente di un principio interiore che ognuno si deve sfor­zare di scoprire e di sviluppare dentro di sé. Ora, M.me Blavatsky, anch’essa talvolta, dà il nome di Christos sia ad uno dei principi superiori dell’uomo, sul cui ruolo d’altronde lei si esprime in vari modi, sia a “l’unione dei tre principi superiori in una trinità che rappresenta lo Spirito Santo, il Padre ed il Figlio, in quanto espres­sioni dello spirito astratto, dello spirito differenziato e dello spiri­to incarnato” [La Clef de la Théosophie, pp. 96-97].

    Eccoci così in piena confusione, ma ciò che occorre ricorda­re è che, sia per M.me Blavatsky che per Anna Kingsford, i “Cri­sti” sono degli esseri giunti a sviluppare in loro stessi certi principi superiori esistenti in ogni uomo, allo stato latente; Anna Kingsford aggiunge anche che essi si distinguono dagli altri “Adepti” in quan­to aggiungono alla conoscenza ed ai poteri di questi ultimi, un profondo amore per l’umanità [The Perfect Way, p. 216]. M.me Blavatsky afferma pres­sappoco la stessa cosa quando insegna che “il Christos è lo stato di Buddha” [La Clef de la Théosophie, p. 218], cosa su cui non esiste un perfetto accordo fra i teosofisti che, come vedremo dopo, oggi pensano piuttosto che si tratti dello stato immediatamente inferiore, quello del “Bodhi­sattwa”.

    L’anticristianesimo di M.me Blavatsky, concernente soprattut­to il Cristianesimo ortodosso e cosiddetto giudaizzato, non dove­va dunque dispiacere oltre modo a questo “Cristianesimo Esoteri­co” ove, del resto, esso ritrova un “sincretismo” assai simile al suo e pressoché la stessa incoerenza, benché la confusione, forse, vi è presente in toni meno inestricabili. La principale differenza, tutto sommato, è data dal fatto che il “Cristianesimo Esoterico” sostituisce alla terminologia orientale una terminologia cristiana e relega il Buddhismo in una posizione di secondo piano consideran­dolo come il complemento o piuttosto come l’indispensabile pre­parazione al Cristianesimo; a tal proposito, vi è un passo abbastan­za caratteristico che merita di essere citato: “Buddha e Gesù sono necessari l’uno all’altro e, nel contesto del sistema così completa­to, Buddha è la mente e Gesù il cuore; Buddha è il generale, Gesù il particolare; Buddha è il fratello dell’universo, Gesù il fratello degli uomini; Buddha è la filosofia, Gesù la religione; Buddha è la circonferenza, Gesù è il centro; Buddha è il sistema, Gesù è il punto di irradiazione; Buddha è la manifestazione, Gesù è lo spi­rito; in una parola Buddha è l’“Uomo” (l’intelligenza), Gesù la “Donna” (l’intuizione)… Nessuno può essere propriamente cri­stiano se non è anche, fin dall’inizio, buddhista.

    Cosi le due religioni costituiscono rispettivamente, l’esteriore e l’interiore dello stesso Vangelo: il fondamento essendo costituito dal Buddhismo (termine che comprende il Pitagorismo) [Vi sono molti dubbi sulla possibilità di giustificare tale assimilazione] e l’illuminazione dal Cristianesimo; così come il Buddhismo è incom­pleto senza il Cristianesimo, del pari il Cristianesimo è inintelligibile senza il Buddhismo” [The Perfect Way, pp. 248-249].

    Anna Kingsford assicura anche che il Vangelo conferma tale relazione quando racconta della Trasfigurazione, ove Mosè ed Elia rappresenterebbero Buddha e Pitagora, essendo i loro “corrispon­denti ebraici” [The Perfect Way, p. 247]: singolare interpretazione, ma che non è più stupefacente di quella che si ritrova alcune pagine dopo, ove l’au­trice pretende, sulla base di una fantasiosa etimologia, che Abra­mo rappresenti i “misteri indiani”, Isacco i “misteri egizi” e Gia­cobbe i “misteri greci” [The Perfect Way, pp. 251-252]!

    Malgrado tutto, per Anna Kingsford il Cristianesimo è super­iore al Buddhismo, come l’intuizione è superiore all’intelligenza o come la donna è superiore all’uomo, poiché ella è una femmini­sta convinta e considera la donna come “la più alta manifestazio­ne dell’umanità” [The Perfect Way, p. 23]; a completamento della di lei immagine, aggiungiamo che fu un apostolo del vegetarianesimo [Ha dedicato a questo argomento una speciale opera intitolata The Perfect Way in Diet (La Via Perfetta nella Dieta)] ed una accanita avversaria delle teorie di Pasteur.

    Su diverse questioni, Anna Kingsford ha delle concezioni del tutto personali: è così, per esempio, che lei considera la natura dell’uomo come quaternaria e che attribuisce una importanza tut­ta speciale al numero tredici, nel quale lei vede il “numero della donna” ed il “simbolo della perfezione” [The Perfect Way, p. 244]; ma sulla maggior parte dei punti importanti, quali che siano le apparenze, ella è in fondo d’accordo con gli insegnamenti teosofisti. Ella ammette precisamente “l’evoluzione spirituale”, il “karma” e la reincarna­zione, a proposito della quale arriva fino a pretendere che “la dottrina della progressione e della migrazione delle anime costi­tuiva il fondamento di tutte le antiche religioni” e che “uno dei fini speciali degli antichi misteri era di rendere l’iniziato capace di recuperare il ricordo delle sue incarnazioni precedenti” [The Perfect Way, p. 21].

    Queste informazioni e diverse altre dello stesso valore sono do­vute, sembra, alla medesima “fonte di informazione” dell’insie­me della dottrina, vale a dire all’esercizio dell’intuizione, “grazie al quale lo spirito ritorna verso il suo centro” e “giunge alla regio­ne interiore e permanente della nostra natura” mentre “l’intellet­to è diretto verso l’esterno per ottenere la conoscenza dei fenomeni” [The Perfect Way, p. 3].

    Invero, sembra quasi di sentire Bergson; non sappiamo se que­sti abbia conosciuto Anna Kingsford ma lei, in ogni caso, può ben essere annoverata, sotto molti aspetti, fra i precursori dell’intui­zionismo contemporaneo. Ciò che è anche curioso da segnalare nei suoi confronti, sono i rapporti fra l’intuizionismo ed il femmi­nismo, e d’altronde non crediamo si tratti di un caso isolato; fra il movimento femminista e diverse altre correnti della mentalità contemporanea vi sono delle relazioni il cui studio non sarebbe privo d’interesse; del resto avremo modo di riparlare del femmini­smo a proposito del ruolo massonico di M.me Besant.

    Malgrado l’affermazione di Anna Kingsford, non crediamo che l’intuizione, diremmo piuttosto l’immaginazione, sia stata la sola “fonte di informazione”, benché le fantastiche asserzioni di cui abbiamo dato alcuni esempi, sono certamente dovute allo esercizio di questa facoltà. Vi sono, perlomeno all’inizio, degli e­lementi improntati a dottrine differenti, soprattutto alla Kabbala e all’Ermetismo, e gli accostamenti indicati qua e là testimonia­no, a riguardo, l’esistenza di una certa conoscenza, anche se abba­stanza superficiale. Inoltre, Anna Kingsford aveva certamente stu­diato i Teosofi con serietà, in particolare Böhme e Swedenborg; soprattutto questo è ciò che l’accomuna alla duchessa di Pomar, vi era più teosofia in loro due, benché ancora confusa, che in M.me Blavatsky e nei suoi successori.

    Per ciò che concerne la duchessa di Pomar, dato che fu soprat­tutto in Francia che ella sviluppò il suo “Cristianesimo Esoterico” data la sua personalità, pensiamo sia il caso di dedicarle un capi­tolo a parte.

     

     

    CAPITOLO DICIANNOVESIMO

    LA DUCHESSA DI POMAR

     

    Era una singolare figura questa Lady Caithness, duchessa di Pomar, che si professava cattolica e sembrava esserlo sinceramen­te, ma che frammischiava il Cattolicesimo con una “teosofia cri­stiana” ispirata principalmente, come abbiamo detto, a Böhme ed a Swedenborg, così come a talune particolari concezioni ancora più strane.

    Per esporre le sue idee ella scrisse numerose opere [Ecco i titoli di alcune di esse: Une Visite nocturne à Holyrood; Fragments de Théosophie occulte d’Orient; La Théosophie Chrétienne; La Théoso­phie Bouddhiste; La Théosophie sèmitique; Le Spiritualisme dans la Bi­ble; Interpretation ésotérique des Livres sacrés; Révélations d’en haut sur la science de la vie; Vieilles Vérités sous un nouveau jour; Le Mystère des Siècles; L’Ouverture des Sceaux; Le Secret du Nouveau Testament]; dires­se anche, a Parigi, una rivista intitolata L’Aurore du Jour Nouveau, “organo del Cristianesimo esoterico” [(n.a.) - Sulle tendenze della rivista “teosofico-cattolica” della duchessa di Pomar, nel Lotus (giugno 1887) si legge: “Il Cattolicesimo dell’Auro­re è un cattolicesimo perfettamente eclettico e tollerante, frammisto a molto spiritismo. Quest’ultimo punto riguarda le comunicazioni che la duchessa di Pomar dice di aver avuto con gli “spiriti”... In più possiamo dire che questo cattolicesimo è socialista, poiché l’Aurore è stata ammi­nistrata e quindi ispirata da Limousin, direttore della Rivista del Movi­mento Sociale e nel numero di maggio vi si trova una corrispondenza del­l’abate Roca, le cui opinioni di avanzato socialismo sono conosciute da tutti e di cui è stato fatto un caratteristico elogio nell’Intransigeant di Rochefort”. È opportuno aggiungere che Limousin, amministratore della Aurore, non era altri che il F:. Ch.-M. Limousin che, più tardi, fondò e diresse la rivista massonica L’Acacia]. Questa rivista era dedi­cata alla “Logosofia”, che vi era così definita: “La Logosofia è la scienza del Logos o Cristo, come ci è stata trasmessi, dalle dot­trine esoteriche dei sapienti dell’India e dei filosofi greci ed ales­sandrini... Il Cristo o Logos, che è alla base dei nostri insegnamen­ti, non è precisamente Gesù in quanto personaggio storico (il fi­glio dell’uomo) ma piuttosto Gesù sotto il suo aspetto divino di Figlio di Dio o Cristo: Noi crediamo che debba essere questa divi­nità il fine delle nostre aspirazioni. Abbiamo il diritto di preten­derla, poiché noi siamo tutti figli dello stesso Dio, quindi di essen­za divina, e non ci è stato ordinato di diventare perfetti come è perfetto il nostro Padre che è nei Cieli? La Logosofia è dunque la scienza della divinità dell’uomo. Essa ci insegna il modo di far scoccare in noi la scintilla divina, che ogni uomo porta con sè nel venire al mondo. È in funzione del suo sviluppo che noi potremo esercitare, già su questa terra, dei poteri psichici che appaiono sovrumani e, dopo la nostra morte psichica, il nostro spirito sa­rà riunito a quello del suo divino Creatore e possiederà l’immorta­lità nei Cieli”

    Qui è ancora la concezione del Cristianesimo “interiore” che predomina, nonostante essa sia espressa in maniera meno esclusi­va di quella di Anna Kingsford. Quanto allo sviluppo dei poteri psichici a cui si allude, si tratta della medesima cosa perseguita col terzo fine della Società Teosofica, fine la cui realizzazione è riservata alla “sezione esoterica”.

    Dopo il 1882, la duchessa di Pomar si fregiava del titolo di “Presidente della Società Teosofica d’Oriente e d’Occidente”; con­trariamente a quanto si può credere, questa Società non era mini­mamente in concorrenza con quella di M.me Blavatsky, di cui, anzi, costituiva in realtà una vera “sezione esoterica”, cosa questa che spiega l’accostamento da noi fatto in precedenza.

    Nel maggio 1884, M.me Blavatsky scriveva a Solovioff: “Da due anni, alcune persone si incontrano in casa di una certa duches­sa per di più lady, che ama farsi chiamare presidente della Società Teosofica d’Oriente e d’Occidente. Dio la benedica! Lasciamo che la chiamino come vuole. Ella è ricca e possiede un magnifico alber­go a Parigi. Non è un problema; può essere utile” [A modern priestess of Isis, p. 25].

    Così, M.me Blavatsky contava di utilizzare la duchessa di Pomar per la sua fortuna ed allorché volle costituire una sezione a Parigi, la duchessa di Pomar, da parte sua, pensò che avrebbe potuto servirsene per reclutare delle persone per la sua organizza­zione, alla quale intendeva far mantenere un carattere molto più fermo. D’altronde, ciò che prova a sufficienza come fra loro non vi fosse alcuna rivalità è che la duchessa, corrispondendo alle spe­ranze di M.me Blavatsky, le fornì effettivamente dei fondi per permetterle di diffondere la sua dottrina in Francia; in partico­lare sembra certo che ella le abbia fornito, nel 1884, la somma di 25.000 franchi [Daily News, 5 nov. 1895].

    Tuttavia la duchessa di Pomar si dimise dalla Società Teosofica nel settembre del 1884, lamentandosi del fatto che Olcott aveva “mancato di tatto” nei suoi confronti [Lettera di Solovioff a M.me Blavatsky, 26 sett. 1884]; queste dimissioni dovettero, però, essere ritirate, poiché ella le ridarà nuovamente nel 1886, questa volta insieme alla sig.ra de Morsier ed a molti altri membri della sezione parigina, in seguito alle rivelazioni di Solovioff. Ciò malgrado, al momento del “Congresso spiritista e spiritualista” nel settembre 1889 [Qui “spiritualista”, sta per occultista], di cui le si offrì la presi­denza onoraria [Questo Congresso fu presieduto da Jules Lermina; suoi presidenti onorari furono Charles Fauvety ed Eugène Nus] ed ove Papus dichiarò, nella sua relazione, che ella era “una benemerita della causa spiritualista”, la duchessa di Pomar non aveva ancora cessato di essere “presidente della Società Teosofica d’Oriente e d’Occidente”; si trovava dunque in una situazione simile a quella di Anna Kingsford con la sua “Società Ermetica”; ma, poco dopo, esattamente nel marzo 1890, M.me Blavatsky fondò a Parigi una “sezione esoterica” indipen­dente, sui cui statuti e regolamenti non fu divulgata alcuna infor­mazione ed i cui membri continuano ad imporsi, per giuramen­to, l’ubbidienza passiva agli ordini della direzione.

    Non è meno vero che fin verso la fine della sua vita, la duches­sa mantenne con la Società Teosofica delle relazioni piuttosto amichevoli; così, nel luglio 1893, ella scriveva al segretario della sezione parigina una lettera pubblicata nel Lotus Bleu, dove è det­to: “Al di là dei differenti punti di vista esistenti fra me e la Socie­tà Teosofica, io desidero fortemente che essa si sviluppi in Francia, sapendo che non può che contribuire al progresso delle idee alle quali io stessa mi sono votata. Ma la missione che mi è stata indica­ta da Colui che io chiamo mio Maestro, il Signore Gesù Cristo, assorbe tutte le risorse di cui dispongo”.

    Tuttavia lei si impegnava per un contributo annuale di 200 franchi e continuava dicendo: “Desidero che i M.S.T. (membri della Società Teosofica) siano a conoscenza dei fraterni sentimenti che io provo nei loro confronti. Se noi seguiamo, talvolta, strade diverse, lo scopo che perseguiamo è lo stesso, ed io esprimo gli auguri più sinceri per il successo dei loro sforzi”.

    Notiamo ancora che, il 13 giugno 1894, la duchessa di Pomar ospitò M.me Besant per una conferenza sul “pellegrinaggio della anima” ed in quella occasione presiedette la riunione il colonnel­lo Olcott. L’11 giugno, M.me Besant aveva fatto un’altra conferen­za all’Istituto Rudy; allora non si era ritenuto opportuno metterle a disposizione la Sorbona come si fece nel 1911 e come si è fat­to nuovamente quest’anno.

    La duchessa di Pomar morì il 3 novembre 1895; dal necrologio dedicatole dal comandante Courmes, sul Lotus Bleu, estraiamo il seguente passo, rispettandone rigorosamente lo stile: “È una grande e nobilissima esistenza che si è spenta, poiché se la duchessa non si rifiutava di godere della fortuna che il karma le aveva riservata, ella ne usava certamente in opere di carità di ogni genere il cui numero ed i cui particolari non si possono contare, operando prevalentemente sul terreno dell’alta beneficenza intellettuale, diffondendo soprattutto in Francia, sua patria adottiva, fiumi di “Conoscenza”... Spiritualista della prima ora, la duchessa di Pomar era entrata nella Società Teosofica al suo ap­parire, nel 1876, ed era intimamente legata a M.me Blavatsky. Era presidente del ramo francese “Oriente e Occidente”, il cui spirito teosofico, benché indipendente, aveva conservato un ca­rattere più specificatamente cristiano ed anche un po’ spiritista. Noi avremmo sicuramente preferito che lei restasse nell’ambito dei dettami orientali, che ci sembrano più vicini alle fonti origi­narie, ma si sa che è nel diritto dei teosofi poter seguire, nella loro ricerca della verità, le strade che meglio si addicono alle loro disposizioni naturali” [Lotus Bleu, 27 dic. 1895].

    Fatto veramente strano questo dell’accordo fra la duchessa di Pomar e M.me Blavatsky e la sua scuola, come l’affermazione dello scopo comune fra i movimenti diretti dall’una e dall’altra; ciò che è ugualmente curioso è il carattere estremamente segreto che la duchessa aveva dato alla sua organizzazione. Ecco in effetti ciò che lei scriveva ad Arthur Arnould in una lettera che questi pub­blicò nel 1890 in occasione della disputa con Papus o, più esatta­mente, che inserì in un documento da lui qualificato come “strettamente riservato”, ma che fu invece inviato a delle persone estra­nee alla Società Teosofica: “La Società Teosofica d’Oriente e d’Oc­cidente, che ho l’onore di presiedere, essendo fra le più esoteriche e di conseguenza fra le più segrete, non comprendiamo come il colonnello Olcott abbia avuto l’imprudenza di parlarne, nonostante lo avessi pregato di conservare il nostro segreto. Le nostre riunioni sono del tutto segrete e ci è vietato parlarne a chicchessia al di fuori della nostra cerchia, oggi assai numerosa e che comprende fra i suoi membri alcuni dei più grandi spiriti di Francia, ma nella quale si è ammessi solo dopo la più alta delle iniziazioni e dopo le pro­ve più serie. Quando vi diciamo che riceviamo le istruzioni diret­tamente dalle sfere più alte, comprenderete che desideriamo mante­nere il segreto più stretto...”.

    Quali erano dunque queste istruzioni e queste comunicazioni misteriose, i cui mezzi non sono, probabilmente, molto diversi da quelli in uso presso gli spiritisti, e qual era il compito che la du­chessa di Pomar pretendeva di avere ricevuto?

    In una lettera datata 2 febbraio 1892, e di cui possediamo l’originale, ella a tal proposito diceva: “...Il culto che io professo per Maria Stuart si riferisce meno ai ricordi della sua personalità terrestre che alla sua individualità celeste [I termini “personalità” ed “individualità” sono usati qui nel loro senso teosofista, che è esattamente l’inverso di quello che essi debbono avere normalmente], sempre vivente, la quale mi ha fornito, nel corso di più di trent’anni, numerose prove della sua presenza spirituale (sic) su di me. Questo essere, già così grande e così nobile sulla terra, ha continuato a svilupparsi secondo la legge eterna della vita dello Spirito, ed oggi, arrivata a possede­re la verità che affranca, ella ha superato di molto le sue convinzioni religiose di una volta [Che ne è dunque del Cattolicesimo?]. La sua missione consiste nel dare oggi al mondo, e specialmente alla Francia, le Verità del Nuovo Giorno che devono condurre l’evoluzione della razza verso una più alta spiritualità, ed io ho avuto il privilegio di essere stata scelta da lei come intermediaria terrestre per lavorare alla sua opera”.

    Più avanti ella aggiunge ancora che “questa Regina è oggi un An­gelo delle più alte sfere celesti”, sfere che lei chiama “Cerchio di Cristo” e “Cerchio della Stella”.

    Questo “Nuovo Giorno” di cui la duchessa di Pomar era anche incaricata di annunciare e di preparare la venuta, era una nuova rivelazione, un’era che doveva succedere al Cristianesimo come questo era succeduto all’antica Legge; era, in una parola, la “ve­nuta dello Spirito Santo” conosciuto gnosticamente come il “di­vino femminino” [Vedere Le Secret du Nouveau Testament, pp. 496-505: “Comunicazione dall’alto, ricevuta nel Santuario della Regina, a Holyrood” e firmato “un inviato della Regina Maria”]. Era, ancora, “la manifestazione dei figli e delle figlie di Dio, non tanto come essere unico ma come esse­re plurimo: questa razza più perfetta umanizzerà la terra, di cui sappiamo che è già passata per i periodi di sviluppo minerale, ve­getale ed animale, e vediamo che quest’ultima tappa di sviluppo è, oggi, prossima a completarsi”; la duchessa arriva fino a questa precisione: “Possiamo dire verosimilmente che il vecchio mondo è finito nel 1881 e che il Signore ha creato un nuovo cielo ed una nuova terra e che noi stiamo entrando nel nuovo Anno di Nostra Signora, il 1882” [1881-1882, pp. 49-50].

    Queste citazioni sono prese da un curioso opuscolo pieno di calcoli kabbalistici, che porta come titolo, solo le due date 1881-1882, ed alla fine del quale si legge: “Mentre scrivo queste note, le ore del 1881, l’ultimo anno della Antica Rivelazione, si avviano rapidamente verso la fine e la prima ora della Sposa celeste si av­vicina” [1881-1882, p. 85].

    È possibile notare che l’idea di un Messia collettivo, così come è espresso qui, ha qualcosa di molto singolare; essa, comunque, non è completamente nuova e nel Giudaismo si trovano, in merito, delle concezioni che tendono ad identificare il Messia con lo stesso popolo di Israele. Comunque sia, è precisamente il Messianismo, che, sotto l’una forma o l’altra, sembra offrire la chiave di questa “identità di fini” di cui parlava la duchessa di Pomar nei confronti della Società Teosofica, così come è un Messianismo più o meno confessato che sta all’origine di tanti altri movimenti “neo-spiri­tualisti”.

    Se è solo da una dozzina d’anni che si è vista formulare chia­ramente, presso i teosofisti, la concezione del “Messia futuro”, non è men vero che questo era già stato annunciato dalla stessa M.me Blavatsky, in questi termini: “II prossimo sforzo troverà un organismo, comprendente un gran numero di membri uniti fra loro e pronti ad accogliere il nuovo Portatore della fiaccola della Verità. I cuori saranno preparati a ricevere il suo messaggio; il linguaggio in grado di rendere le nuove verità che egli apporterà, sarà stato trovato; una organizzazione completa attenderà il suo arrivo e si adopererà per liberare il suo cammino dagli ostacoli e dalle difficoltà di natura puramente meccanica e materiale. Riflettete un istante e comprenderete ciò che sarà in grado di compiere Colui che potrà utilizzare simili circostanze...” [La Clef de la Théosophie, p. 406].

    Ecco dunque il “fine comune” delle imprese della duchessa di Pomar e di M.me Blavatsky; ma quest’ultima, che si guardava bene dall’indicare date precise, profetizzava probabilmente a col­po sicuro, poiché è da supporre che avesse assegnato alla sua Società la missione segreta, non solo di preparare la via a “Colui che deve venire”, ma anche di provvedere alla sua stessa comparsa nel momento che sarebbe stato ritenuto più propizio.

    Questa missione, M.me Besant, antica segretaria di M.me Bla­vatsky e sua ultima confidente, doveva compierla con l’aiuto del suo socio, l’antico ministro anglicano Charles W. Leadbeater che sembrava giuocare nei suoi confronti un ruolo analogo a quello svolto da Olcott nei riguardi della fondatrice della Società; solo che i contorni “cristiani” che sono stati dati al movimento messiani­co, in fase di realizzazione, non corrispondono forse interamente alle vedute di M.me Blavatsky, ma, se ci si riferisce a ciò che abbia­mo detto nel capitolo precedente, si può anche vedere che, su que­sto punto, il disaccordo è più apparente che reale. Del resto, il ca­rattere instabile e sfuggente della pseudo-dottrina teosofista ha il vantaggio di permettere le trasformazioni più impreviste; a coloro che vi vedono delle contraddizioni ci si accontenta di rispondere che non hanno compreso, così come fanno, in casi simili, i difensori dell’intuizionismo bergsoniano.

     

     

    CAPITOLO VENTESIMO

    IL MESSIA FUTURO

     

    Per comprendere la strana equipe messianica che ha fatto un certo scalpore in questi ultimi anni, bisogna conoscere la conce­zione molto particolare che i teosofisti hanno di Cristo o, più in generale, di ciò che loro chiamano “Grande Istruttore” o “Istrut­tore del Mondo”.

    Queste due espressioni sono la traduzione dei termini sanscri­ti, Mahâguru e Jagadguru, che in realtà servono semplicemente a designare i capi di alcune scuole brahmaniche: così che lo Jagad­guru autentico è il capo della scuola vedanta di Shankarâchârya. Diciamo di sfuggita, a questo proposito, ed allo scopo di salvaguar­dare da possibili confusioni, che il personaggio al quale appartie­ne legittimamente questo titolo, nell’epoca attuale, non è quello che si fa passare per tale nelle pubblicazioni ove l’esposizione del “Vêdânta” è notevolmente deformata ad uso degli occidentali (benché in esse, bisogna riconoscerlo, l’alterazione è meno totale che in Vivekânanda ed i suoi discepoli); questa storia ha dei retroscena politici assai curiosi, ma che ci condurrebbero troppo disco-sti dal nostro argomento.

    Quando i teosofisti parlano del Mahâguru nelle loro opere, il personaggio di cui trattano non corrisponde a nessuno di quel­li a cui in India si riconosce tale qualità, ma esso è identico al Bo­dhisattwa di cui han fatto, come abbiamo già visto, il “capo del dipartimento della istruzione religiosa” del “governo occulto del mondo”. Secondo la concezione buddhista un Bodhisattwa è in un certo senso un Buddha “in divenire”: è un essere che è sul pun­to di ottenete lo stato di Buddha o il possesso della saggezza supre­ma e che si trova intanto al grado immediatamente inferiore a quello del Buddha. I teosofisti ammettono sì questa concezione ma vi aggiungono parecchie fantasie che appartengono propriamente a loro: è così che, secondo loro, vi sono due funzioni in qualche modo complementari, quella di Manu e quella di Bodhisattwa; inoltre vi sono dei Manu e dei Bodhisattwa che sono particolarmen­te preposti a ciascuna delle sette “razze madri”.

    Quando un Bodhisattwa ha concluso il suo ruolo egli diventa Buddha ed è rimpiazzato da un altro “Adepto”; il Manu, allorché si conclude il periodo nel quale deve esercitare le sue funzioni, passa anch’egli ad un rango superiore, che non è precisato. Infine, l’era di Manu e quella di Bodhisattwa non coincidono: “Un Manu comincia sempre con la prima sotto-razza della razza-madre, cosicché il Bodhisattwa svolge sempre la sua opera a cavallo di due grandi razze” [De l’an 25000 avant Jésus-Christ à nos jours, pp. 60-61].

    Ciò posto, possiamo ritornare alla concezione del “Cristo sto­rico” che i teosofisti hanno cura di distinguere dal “Cristo mistico”, vale a dire dal principio superiore dell’uomo, di cui si è detto pre­cedentemente, ed anche dal “Cristo mitologico” o “dio solare”, poiché essi accettano le conclusioni della pretesa “scienza delle religioni” sui “miti” e la loro interpretazioni astronomica.

    M.me Blavatsky faceva una distinzione, che rassomiglia ad un giuoco di parole, fra Christos e Chrestos: ella riservava il primo dei due termini al “Cristo mistico” e considerava il secondo come indicante un certo grado di iniziazione negli antichi misteri; ogni uomo che avesse raggiunto questo grado era, dunque, non Christos ma Chrestos, e tale sarà stato il caso di Gesù di Nazareth, se co­munque si ammette la sua esistenza storica, di cui lei dubita forte­mente. Ecco, in effetti, uno dei passi ove lei si spiega più chiaramente a riguardo: “Per me, Gesù Cristo, vale a dire l’Uomo-Dio dei Cristiani, identico agli Avatara di tutti i paesi, al Chrishna indù [È evidente che M.me Blavatsky scrive intenzionalmente Chrishna e non Krishna; non osa tuttavia arrivare fino a scrivere Christna, come faceva Jacolliot] come all’Horus egizio, non è mai stato un personaggio storico. Egli è una personificazione glorificata del tipo deificato dei grandi Gerofanti dei Templi e la sua storia raccontata nel Nuovo Testa­mento è una allegoria, che contiene certo delle profonde verità esoteriche, ma sempre un’allegoria”. Questa “allegoria”, beninte­so, non è altro che il famoso “mito solare”; ma proseguiamo: “La leggenda di cui parlo si fonda, come ho dimostrato a più riprese nei miei scritti e nelle mie note, sull’esistenza di un personaggio chiamato Jehoshua (da cui Gesù), nato a Lud o Lydda verso l’an­no 120 prima dell’era moderna. E se si smentisce questo fatto, cosa che può trovarmi anche d’accordo, occorrerà rassegnarsi a considerare l’eroe del dramma del Calvario come un mito puro e semplice” [Le Lotus, aprile 1888 (controversia con l’abate Roca)].

    Ciò nonostante, un po’ di tempo prima, M.me Blavatsky s’era espressa in maniera molto diversa e con toni più affermativi su tale “fatto”: “Gesù fu un Chrestos, … vissuto realmente duran­te l’era cristiana o un secolo prima, a Lud, sotto il regno di Alexan­dre Jannés e di sua moglie Salomè, come riferisce il Sepher Toldoth Jehoshua”. La fonte da lei citata è un libro rabbinico compi­lato con l’evidente presupposto anticristiano ed esso è generalmente e concordamente considerato del tutto privo di ogni valore stori­co; ciò non le impedì, rispondendo ad “alcuni studiosi secondo i quali tali affermazioni sarebbero errate” ed in mezzo ai quali è da annoverare lo stesso Renan, di annotare: “Io dico che gli studiosi mentono o farneticano. Sono i nostri Maestri ad affermarlo. Se la storia di Jehoshua o Jésus Ben Pandira è falsa, allora tutto il Talmud, tutto il canone ebraico è falso. Fu il discepolo di Jehoshua Ben Parachia, il quinto presidente del Sinedrio dopo Ezra, che riscris­se la Bibbia. Coinvolto nella rivolta dei Farisei contro Jannaeus, nel 105 prima dell’era cristiana, egli fuggì in Egitto, conducendo con sé il giovane Jésus. Questa narrazione è molto più vera di quel­la del Nuovo Testamento e di essa la storia non fa parola” [Le Lotus, dic. 1887].

    Così, ecco dei fatti di cui i suoi stessi “Maestri”, a voler cre­dere alle sue affermazioni, le avevano garantito la realtà, e alcuni mesi più tardi ella non si opporrà più a quanti li considerano una semplice leggenda: come spiegare simili contraddizioni se non per via del “caso patologico” che denuncerà in seguito il direttore della stessa, rivista che aveva pubblicato tutte queste elucubrazioni?

    Ben altro è il comportamento di M.me Besant, poiché ella sostie­ne, al contrario, l’esistenza storica di Gesù, riferendola, anche lei, a circa un secolo prima dell’era cristiana; ma sentiamo il singolare racconto che ella fa a riguardo, nel suo Christianisme Esotèrique [Vedere anche l’opera di Mead intitolata Did Jesus live 100 B.C.?].

    Il piccolo ebreo il cui nome è stato tradotto con quello di Gesù, nacque in Palestina nell’anno 105 prima della nostra era; i suoi parenti lo istruirono in lettere ebraiche; a dodici anni visitò Gerusalemme e poi fu affidato ad una comunità essenica della Giudea meridionale.

    Diciamo subito che la storia delle relazioni fra Gesù e gli Esseni non è stata inventata interamente dai teosofi, prima di loro molte altre organizzazioni occulte hanno inteso sfruttarla; d’altronde, un’abitudine assai diffusa in questi ambienti è quella di rifarsi agli Esseni, che alcuni pretendono di collegare ai Buddhisti, non si sa bene perché, mentre altri hanno inteso rintracciarvi una delle ori­gini della Massoneria. Vi è anche stata in Francia, una trentina d’anni fa, una setta spiritista che si dichiarava “essenica”, secondo la quale vi erano due Messia, Gesù e Giovanna d’Arco; essa attri­buiva una grande importanza ad un manoscritto relativo alla morte di Gesù, che si diceva fosse stato trovato ad Alessandria, pubbli­cato a Leipzig nel 1849 da un certo Daniel Ramée; una traduzio­ne inglese di questo racconto, il cui scopo manifesto era di negare la resurrezione, è apparso recentemente in America sotto gli auspi­ci della “Grande Scuola” o “Ordine della Luce”, di cui abbiamo parlato precedentemente [(n.a.) - Sui sedicenti “Esseni” moderni, vedere Errore dello Spiritismo, p. 235 (dell’ediz. francese); le fantasie pseudo-storiche di Jacolliot sono tenute in gran conto da questa setta e per una coincidenza, che senza dubbio non ha niente di casuale, La Bible dans l’Inde di questo autore figura anche fra le opere raccomandate ufficialmente dall’Ordine di Luce].

    Ma ritorniamo al racconto di M.me Besant: a 19 anni Gesù en­trò nel monastero del monte Serbal, ove si trovava una bibliote­ca occultista considerevole, di cui molti libri “provenivano dall’In­dia trans-himalayana”; in seguito andò in Egitto ove divenne “un iniziato della Loggia esoterica dalla quale tutte le religioni rice­vono i loro fondatori”, vale a dire la “Gran Loggia Bianca”, che a quell’epoca non risiedeva ancora nel Tibet; benché un altro scrittore, che si assicurava non essere un teosofista e nei cui confronti i teosofisti mostrano una certa diffidenza, pretenda di aver trovato delle tracce del soggiorno di Gesù in quest’ultimo paese, ove sareb­be stato conosciuto col nome di Issa [La vie inconnue de Jésus-Christ, di Nicolas Notovitch; vedere il Lotus Bleu, 27 luglio 1894].

    Quello che segue necessita ancora di alcuni chiarimenti, poiché è qui che si comprende, secondo i teosofisti, il modo in cui si svilup­pa la manifestazione di un “Grande Istruttore” o talvolta anche quella di un “Maestro” di importanza inferiore: per risparmiare ad un essere molto “evoluto” il fastidio di prepararsi da sé un “vei­colo”, passando attraverso tutte le fasi di sviluppo psichico ordinario, occorre che un “iniziato” o un “discepolo” gli presti il suo corpo, sempre che, dopo essere stato specificatamente preparato tramite particolari prove, si sia reso degno di tale onore. A partire da quel momento, quindi, sarà il “Maestro” che, servendosi di questo corpo come fosse il suo, parlerà con la sua bocca al fine di insegnare la “religione della saggezza”; vi è qui qualcosa di analogo al fenomeno che gli spiritisti chiamano “incarnazione” ma con la differenza che, in questo caso, si tratterebbe di una “incarnazione” perma­nente. Occorre aggiungere che dei “Maestri” viventi potrebbero, allo stesso modo, servirsi occasionalmente del corpo di un discepo­lo; cosa questa che avrebbero fatto spesso con M.me Blavatsky; si dice ancora che i “Maestri” non si riservano in esclusiva il privi­legio della reincarnazione per sostituzione e che ne lasciano tal­volta beneficiare ai loro discepoli più evoluti: su quest’ultimo punto abbiamo riportato prima le affermazioni di Sinnett e di Leadbeater, secondo i quali è così che M.me Blavatsky sarebbe passata in un altro corpo subito dopo la sua morte.

    Ma il caso che ci interessa qui più direttamente è quello della manifestazione dei “Maestri”; si tende ad ammettere, senza tut­tavia affermarlo sempre in maniera assoluta, che Buddha si servì proprio del mezzo appena descritto; ecco ciò che dice Leadbeater, a riguardo: “È possibile che il corpo del piccolo nato dal re Souddhodana e dalla regina Mâyâ, nei primi anni non fosse abitato dal Signore Buddha che, come il Cristo, avrebbe richiesto ad uno dei suoi discepoli di prendersi cura di questo veicolo, e non vi sarebbe entrato che al momento in cui questo corpo venne indebolito dalla lunga austerità a cui venne sottoposto per sei anni, al fine di trovare la verità. Se così è stato, non deve stupire che il principe non abbia conservato il ricordo di tutte le conoscenze acquisite ante­riormente dal Signore Buddha, poiché non erano la stessa persona” [L’Occultisme dans la Nature, p. 322].

    Siddharta sarebbe, dunque, al pari di Gesù, il discepolo scelto dal “Maestro” per preparare un corpo adulto e cederglielo in se­guito, “sacrificio che i suoi discepoli saranno sempre felici di fa­re” [L’Occultisme dans la Nature, p. 319]; e ciò che, nel passo appena riportato, è suggerito solo come una semplice ipotesi, altrove è presentato, dallo stesso autore, come un fatto certo e a carattere generale: “L’idea di prendere in pre­stito un corpo appropriato, è sempre adottata dai Grandi Esseri allorché pensano che è opportuno scendere fra gli uomini nelle con­dizioni attuali. Il Signore Gauthama agì così quando venne sulla terra per raggiungere la dignità di Buddha. Il Signore Maitreya fece lo stesso quando scese in Palestina due mila anni fa” [Adyar Bulletin, ott. 1913].

    In tutti i casi, per ciò che concerne la manifestazione di Cristo, come è detto in quest’ultima frase, i teosofisti attuali sono sempre molto affermativi: M.me Besant dice che il “discepolo” Gesù, all’età di 29 anni, era divenuto “atto a servire da tabernacolo e da strumen­to ad un potente Figlio di Dio, Signore di compassione e di saggez­za”; questo “Maestro” discese dunque in Gesù e durante i tre anni della sua vita pubblica “è lui che viveva ad agiva sotto le spoglie dell’uomo Gesù, predicando, guarendo i malati e raccogliendo intorno a sé alcune anime più avanzate” [Esoteric Christianity, p. 134 dell’ediz. inglese]. Allo scadere dei tre anni, “il corpo umano di Gesù scontò il fatto di aver ospitato la presenza gloriosa di un Maestro più che umano” [Esoteric Christianity, p. 136]; ma i discepoli che egli aveva formato restarono sotto la sua influenza e, per più di cinquanta anni, egli continuò a visitarli per mezzo del suo “corpo spirituale” e ad iniziarli ai misteri esoterici.

    In seguito, intorno ai racconti della vita storica di Gesù, si cri­stallizzeranno dei “miti” che caratterizzano un “dio solare” e che, con la perdita della comprensione del loro significato simbolico, daranno vita ai dogmi del Cristianesimo; quest’ultimo punto è qua­si il solo, in tutta questa storia, che corrisponde alle idee di M.me Blavatsky.

    Il “Signore di compassione”, di cui si è appena parlato, è il Bodhisattwa Maitreya; questo nome e questo titolo, riferiti alla concezione del “Buddha futuro”, esistono realmente nel buddhismo autentico; ma si può considerare assai maldestro questo tenta­tivo di fusione fra il Buddhismo ed il Cristianesimo, tentativo che costituisce il carattere particolare del messianismo dei teosofisti.

    È questo un ulteriore esempio della maniera eminentemente fantastica con la quale questi pretendono di conciliare le diverse tradizioni da cui traggono degli imprestiti; ne abbiamo già trovato un altro in occasione dell’accostamento fra Manu e Bodhisattwa.

    Segnaliamo ancora, nella medesima ottica e sempre secondo i teosofisti attuali, che Maitreya, molto tempo prima di manifestarsi come il Cristo, era apparso in India sotto le sembianze di Krishna; solo che bisogna chiaramente ammettere che a quell’epoca egli non era ancora Bodhisattwa, ma un “Adepto” di rango un po’ inferiore (quello stesso occupato oggi da Koot Hoomi, suo successore de­signato), poiché Krishna è di molto anteriore al tempo in cui Gothama, il precedente Bodisattwa, divenne Buddha; in effetti, Leadbeater dopo aver indicato come una regola generale il fatto che i “Grandi Esseri” prendano in prestito il corpo di un discepolo, aggiunge: “L’unica eccezione che conosciamo è la seguente: allorché un nuovo Bodhisattwa assume la funzione di Istruttore del Mondo, dopo che il suo predecessore è divenuto Buddha, egli nasce come un bambino ordinario, al momento della sua apparizione nel mon­do in qualità di Istruttore.

    Nostro Signore, l’attuale Bodhisattwa, fece così allorché nacque come shrî Krishna nelle dorate pianure dell’India, per essere amato ed onorato con una passione devozionale che non è stata mai eguagliata in nessun altro luogo” [Adyar Bulletin, ott. 1913].

    Comunque sia, è questo stesso Bodhisattwa Maitreya che dovrà manifestarsi nuovamente nei giorni nostri, con modalità analoghe a quelle prima indicate per il Cristo: “Il Grande Capo del dipar­timento dell’Istruzione religiosa, - dice Leadbeater - il Signore Mai­treya, che ha già insegnato col nome di Krishna agli Indù e con quel­lo di Cristo ai Cristiani, ha dichiarato che ben presto ritornerà nel mondo per portarvi la guarigione e l’aiuto alle nazioni e per vivi­ficare la spiritualità che la terra ha pressoché perduta. Uno dei gran­di compiti della Società Teosofica è di fare il possibile per prepara­re gli uomini alla sua venuta, di modo che un gran numero di essi pos­sa approfittare della occasione unica loro offerta dalla sua semplice presenza. La religione che egli fondò quando fu in Giudea, duemila anni fa, è attualmente sparsa su tutta la terra, ma allorché egli lasciò il suo corpo fisico, i discepoli che si trovarono ad affrontare la nuova situazione, si dice che fossero solo centoventi. Un solo precursore annunciò allora la sua venuta; oggi è ad una Società di ventimila membri, sparsi nel mondo intero, che è affidato questo compito! Speriamo che questa volta i risultati siano migliori che l’altra e che ci sia possibile avere il Signore fra noi per più di tre anni, prima che la malvagità umana lo obblighi a ritirarsi; potremo così riunire intorno a lui un più gran numero di discepoli che un tempo” [L’Occultisme dans la Nature, p. 382]!

    Questo è dunque lo scopo assegnato oggi alla Società Teosofica, Società che circa venti anni fa M.me Besant definiva “essere stata scelta come la pietra angolare delle future religioni dell’umanità... l’anello di congiunzione puro e benedetto fra quelli che stanno in alto e quelli che stanno in basso” [Introduction à la Théosophie, p. 12].

    La compléta riuscita che si auspica adesso per la nuova mani­festazione del Bodhisattwa, dev’essere intesa nel senso che, questa volta, egli perverrà allo stato perfetto di Buddha?

    Secondo Sinnett, “il Buddha Maitreya non verrà che dopo la sparizione completa della quinta razza ed allorché la sesta razza si sarà stabilizzata sulla terra da diverse centinaia di migliaia di anni” [Le Bouddhisme Esotérique, p. 210]; ma Sinnett non aveva alcuna conoscenza delle appari­zioni preliminari di Maitreya come Bodhisattwa, apparizioni che costituiscono una novità, nel teosofismo. Del resto, quando ci si ricorda di come è stato ridotto l’intervallo di tempo che ci separa dall’inizio della quinta razza, non v’è da meravigliarsi che la sua fine sia molto più prossima di quanto si era detto inizialmente; in tutti i casi, ci si annuncia come molto prossima la nascita del nu­cleo della sesta razza, “sotto la direzione di un Manu ben conosciu­to dai teosofi”, che è il “Maestro” Morya [L’Occultisme dans la Nature, p. 261; vedere il libro di M.me Besant inti­tolato: Man: whence, how and whither. - (n.a.) La sesta razza dovrà nascere, sembra, in California; ecco perché una folla di società pseudo-iniziatiche, più o meno apparentate col teo­sofismo, hanno stabilito la loro sede in questa regione].

    Il ruolo che la Società Teosofica si attribuisce non si limita al­l’annuncio della venuta del “Grande Istruttore”, consiste anche nel reperire e preparare, come avrebbero già fatto gli Esseni, il “disce­polo” più idoneo, nel quale si dovrà incarnare, al momento oppor­tuno, “Colui che deve venire”.

    Ad onor del vero, il compimento di tale missione non poteva non incontrare alcuni inconvenienti; vi fu un primo tentativo fal­lito pietosamente, che risale, d’altronde, ad un periodo in cui non si era ancora perfettamente deciso sulla personalità del futuro “Por­tatore della fiaccola della Verità”, come aveva detto M.me Blavatsky. A Londra, ove esisteva allora una, sorta di comunità di teosofisti, nel quartiere di Saint-John’s Wood, venne scelto un ragazzo giova­ne, gracile e poco intelligente ma le cui parole erano ascoltate con rispetto ed ammirazione, poiché si trattava, sembra, niente meno che di “Pitagora reincarnato”. D’altronde è probabile che non si trattasse di una reincarnazione propriamente detta ma piuttosto di una manifestazione come quelle di cui abbiamo detto prece­dentemente, poiché i teosofisti affermano che Pitagora è già rein­carnato in Koot Hoomi e costui non è ancora morto. Tuttavia vi sono altri casi per i quali una simile interpretazione non sembra possibile ed i teosofisti non si lasciano certo impressionare, neanche dalle più grandi difficoltà: così, alcuni fra loro, hanno defini­to M.me Blavatsky “il Saint-Germain del XIX secolo” [Lotus Bleu, 27 maggio e 27 sett. 1895] mentre altri, prendendo le cose alla lettera, credono che ella sia stata effet­tivamente una reincarnazione del Conte di Saint-Germain, tanto più che quest’ultimo, dopo essere stato considerato come un sem­plice inviato della “Gran Loggia Bianca”, venne elevato al rango di “Maestro” tuttora vivente; segnaliamo a tal proposito che una biografia teosofista di questo personaggio, d’altronde molto enigmatico in verità, è stata scritta da Isabel Cooper Oakley, che fu una delle prime discepole di M.me Blavatsky [D’altra parte, vi è anche chi pretende che il Conte di Saint-Germain fosse una reincarnazione di Christian Rosenkreutz, il simbolico fondatore della Rosa-Croce, (The Rosicrucian Cosmo-Conception, di Max Heindel, p. 433) e che quest’ultimo fosse già un iniziato di grado elevato, vissuto all’epoca di Cristo. (Vedere nota 39, pag. 46 e nota 13, pag 120)].

    In tutto ciò vi sono dei misteri che, senza dubbio, è meglio non approfondire troppo, poiché probabilmente ci si renderebbe conto che le idee dei teosofisti, qui come altrove, sono estremamen­te fluttuanti ed indecise e ci si troverebbe anche in presenza delle affermazioni più inconciliabili; in tutti i casi, secondo Sinnett, M.me Blavatsky stessa pretendeva di essersi incarnata precedentemente in un membro della sua famiglia, morto giovane, e di essere stata anche una donna indù dalle considerevoli conoscenze occulte; quindi nulla a che vedere con il Conte di Saint-Germain.

    Ma ritorniamo a Pitagora, o piuttosto al giovanetto destinato a fornirgli un nuovo “veicolo”: dopo un certo tempo, il padre di questo ragazzo, un capitano a riposo dell’esercito britannico, ritirò bruscamente il figlio dalle mani di Leadbeater, che era stato specificatamente incaricato della sua educazione [Questi fatti sono stati riportati in un articolo firmato J. Stonet, apparso sul Soleil dell’1 agosto 1913].

    Si dovette anche profilare il rischio di uno scandalo, poiché Leadbeater, nel 1906, fu espulso dalla Società Teosofica per dei motivi sui quali si mantenne prudentemente il silenzio; fu solo più tardi che si venne a conoscenza di una lettera scritta a quel tempo da M.me Besant, nella quale lei parlava di metodi “degni della più severa riprovazione” [Theosophical Voice, Chicago, maggio 1908]. Tuttavia, reintegrato nel 1908, dopo aver “promesso di non ripetere i pericolosi consigli” da lui dati a suo tempo a dei ragazzi [Théosophist, febb. 1908 - Questa reintegrazione provocò in Inghilterra un certo numero di dimissioni, in particolare quelle di Sinnett e di Mead (The Hindu, Madras, 28 genn. 1911). Sinnett venne rimpiazzato, come vice presidente, da Sir S. Subramanya Iyer, già primo giudice della Alta Corte di Madras] e riconciliatosi con M.me Besant, di cui divenne anche l’assiduo collaboratore ad Adyar, Leadbeater giuocherà ancora il ruolo principale nel secondo affare, molto più conosciuto, che abortirà con un epilogo pressoché simile.


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