• Introduzione alla Kabbalah


    Il significato della parola Kabbalah è Tradizione, o più
    precisamente: trasmissione orale per Tradizione.
    Le origini si perdono nei tempi: di derivazione culturale
    ebraica con influssi neo-platonici,neo-pitagorici, gnostici, del
    Parsismo, come la conosciamo oggi è una teoria di sintesi.
    Testi sacri: lo Zohar, il Libro dello Splendore, un commento
    tutto interiorizzato del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico,
    Numeri, Deuteronomio) più appendici varie ed il Sepher Yetzirah,
    il Libro della Formazione, in cui viene descritta la formazione del
    mondo con numeri e lettere.
    Noi prendiamo lo schema cabalistico, o Albero della Vita, o
    Glifo Otz Chiim e con esso interpretiamo i Testi Sacri che
    consideriamo guide dateci dai Maestri dell’Antichità per giungere
    alla reintegrazione, alla riunione con l’Assoluto, scopo della vita.
    Passiamo ora ad esaminare i suoi simboli:
    Su di essi sono stati scritti numerosi libri.
    Unità, perfezione, forza, nulla, tutto eccetera
    Ritmo di potenza, organizzazione del potere,
    trinità
    Completezza, solidità, ordine, sistema
    I numeri da 0 a 10.
    Le 22 lettere dell’alfabeto ebraico che corrispondono ai
    Tarocchi.
    Facciamo corrispondere i numeri (0-10) alle Sephiroth
    (radiazioni, emanazioni) e le lettere (Trionfi dei Tarocchi) ai
    2
    Cineroth (Sentieri). Lo studio del simbolismo e dei rapporti tra di
    loro delle 11 Sephiroth e dei 22 Cineroth, costituisce  quello che è
    chiamato studio delle 33 vie della Saggezza.
    Studiando questo schema in noi attraverso i Testi Sacri
    dovremmo arrivare alla comprensione per analogia,
    comparazione, intuizione o visione della Causa delle Cause,
    essendo noi fatti a sua immagine.
    Noi consideriamo l’universo manifestazione di una Sostanza
    Primordiale Assoluta, Dio e lo schematizziamo così:
    Ain = negatività                               Piani dell’esistenza
    Ain Soph = infinito                                  non manifestazionale
    Ain Soph Aur = luce infinita
    Al centro poniamo lo 0, Kether, la Corona alla sommità della
    colonna centrale dell’Albero, corrispondente al centro al di sopra
    della testa, loto dei 1.000 petali, l’Antico degli Antichi, l’Avo.
    Da questa Sephirah, Kether emana Chockmah,
    la Saggezza, alla cima della colonna di destra, maschile detta della
    Grazia, corrispondente ad un altro centro fuori della testa, il
    Grande Padre, il Nonno (1).
    Da Chockmah emana Binah (2), suo reciproco ed interagente,
    che poniamo alla sommità della colonna sinistra, femminile, della
    severità. Binah = Comprensione, la Grande Madre, la Nonna,
    corrispondente sempre ad un centro fuori della persone fisica.
    Da Binah emana Daath (3), la Coscienza, la Sephirah occulta
    che si manifesta solo nel “ritorno al Padre”, al Kether, corrisponde
    al centro in mezzo agli occhi, è il figlio. Verbo.
    “Tutto fu fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla fu fatto
    di quanto esiste”. (Giov. 1,1)
    Termina così il primo piano manifestazionale, il primo
    quadrato, il piano divino Atziluth (Emanazione) archetipale,
    corrispondente al Fuoco; perfetto dove non entra errore, al di sotto
    del quale si trova l’Abisso; è questa la sede della Shekinà, forza
    divina, il suo serbatoio.
    Da Daath emana Chesed (4), Giustizia, Amore, Grazia, il
    Padre, Giove. Occupa il secondo posto sulla colonna maschile.
    Virtù: obbedienza, equilibrio, retto comando.
    Vizio: tirannia, gola. Centro della gola.
    Da Chesed emana Geburah (5), la Forza, la Severità, la
    Madre. Occupa il secondo posto nella colonna di sinistra
    femminile. Marte.
    Virtù: coraggio.
    3
    Vizio: violenza. Centro in mezzo alle spalle.
    Da Geburah emana Tipheret (6), Bellezza, Arte, il figlio,
    l’Agnello sacrificale. Sole. Al terzo posto nella colonna
    dell’Equilibrio.
    Virtù: dedizione all’Opera.
    Vizio: orgoglio, invidia. Centro del cuore.
    Termina qui il secondo quadrato, il piano Briah, mondo della
    Creazione corrispondente all’elemento Aria, mentale.
    Da Tipheret emana Netzach (7), Vittoria, donna florida,
    Venere.
    Virtù: abbondanza, altruismo, donazione.
    Vizio: lussuria. Al terzo posto nella colonna della Grazia.
    Centro del Plesso Solare.
    Da Netzach emana Hod (8), Splendore, Mercurio, centro al di
    sotto dell’ombelico, al terzo posto nella colonna della Severità.
    Virtù: abilità in ogni campo, scienza, verità.
    Vizio: falsità. Disonestà.
    Da Hod emana Yesod (9), il Fondamento, Luna. L’Ebreo
    errante nel deserto.
    Virtù: indipendenza tale da far decidere il ritorno al Padre.
    Vizio: pigrizia. Centro degli organi genitali, quarto posto nella
    colonna dell’Equilibrio.
    Termina qui il terzo quadrato, quello del piano della
    formazione Yetzirah astrale, corrispondente all’Acqua.
    Da Yesod emana Malkuth (10), il Regno, la Sposa del figlio,
    alla base della colonna centrale centro, alla base della spina
    dorsale (piedi).
    Virtù: salute.
    Vizio: malattia. La Terra. Corrisponde al quarto quadrato , al
    piano fisico, Assiah, mondo concreto.
    Lo studio dell’Albero della Vita consiste nel meditare sui
    centri e sui sentieri che li uniscono, i 22 Trionfi studiando e
    approfondendo i loro significati in noi, nella nostra esperienza
    quotidiana (qui e ora).
    Per il significato esoterico dei Tarocchi, rimandiamo al testo
    di O. Wirth “I Tarocchi”e ai nostri raccontini.
    4
    TAVOLA DEI 22 SENTIERI
    Numero           Lettera               Valore                                                         Tarocco
         1                       A                        1                                              Il Mago
          2                        B                       2                                              La Porta del Santuario
                           G                       3                                              Iside Urania
                           D                       4                                              La Pietra Cubica
                           E                       5                                               L’Iniziato
                         V-U                    6                                               Le due Strade
                           Z                       7                                               Il Carro
    CH
                           H                       8                                              La Giustizia
                         TH                      9                                              L’Eremita
                        I–Y                    10                                             La Ruota

                        C-K                  500                                            La Forza
                          L                      30                                             Il Sacrificio
                          M                    40                                              La Morte

                          N                     50                                              La Temperanza

                         S-X                   60                                              Il Diavolo
                          O                     70                                              La Torre
                         P-PS                 80                                              Le Stelle
    F-PH               800
                          T-S                  90                                              La Luna

                           Q                   100                                             Il Sole
                           R                   200                                             La Resurrezione
                         S-SH               300                                             La Corona dei Magi
                           T                   400                                              Il Folle
    5

    6
    Canto I
    Versi 1-13
    Cominciamo con l’inquadrare subito tutta la vicenda storica in una
    visione cabalistica e col porla tutta sull’Albero; fatto questo avremo
    ovviamente semplificato di molto il lavoro di interpretazione e reso molto
    più facile ritrovare i vari personaggi vivi e operanti in noi stessi Due
    eserciti, quello dei figli di Dhritarâstra e quello dei figli di Pându sono l’uno
    di fronte all’altro per contendersi il “Regno”.
    Ad “esercito”diamo il significato di forza e a “regno”, come al
    solito, quello di Malkuth, Pietra, piano fisico, Assiah. Abbiamo due
    eserciti, uno legittimo e uno usurpatore, a servizio uno dei re legittimi e
    l’altro degli usurpatori, vale a dire una forza legittima (volta al bene) e una
    forza usurpatrice (volta al male): cioè l’albero bianco e l’albero nero in
    lotta fra di loro.
    Quale è stata la causa prima di questa contrapposizione? Perché si è
    avuta la separazione della forza originaria “Una”in due forze contrastanti
    fra di loro? Rivediamo il fatto storico narrato: il re primogenito Dhritarâstra
    è cieco, vale a dire non “vede”come dovrebbe non ha l’occhio aperto
    (quello della visione interiore). Questa simbologia del primo nato
    imperfetto ci riporta alla qualità propria dell’umanità terrestre; tutti coloro
    che si trovano su questa terra hanno il loro “primogenito accecato”
    (ricordiamo Caino che uccide Abele; Esaù che cede la propria
    primogenitura a Giacobbe; Zera che deve cedere a Perez della Genesi) ciò
    vuol dire che una “cecità”(caduta) si è verificata all’inizio ed ha generato
    questa nostra situazione di “scontro”e, come vedemmo nei succitati episodi
    della Genesi, è al secondo nato (e ai suoi eredi) che spetta di “governare”il
    “Regno”: non a
    D   H   R   I   T   A   R      S   T   R   A
    + 8 + 200 + 10 + 400 + 1 +  200 + 1 +  300 + 90 + 200 + 1 = 1415 = 11
    7
    (Forza cieca), ma agli eredi di
    P      N   D   U
    + 1 + 50 + 4 + 6 = 141 = 6
    (Innamorato) di colui che sa amare il duro sentiero nel modo “giusto”nel
    Tiphereth (6) bianco, toccherà il “Regno”. Notiamo che i figli di
    Dhritarâstra sono 100 (valore del Sole, Tiphereth nero, il solito 666 numero
    del Dragone dell’Apocalisse) mentre i figli di Pându sono solo 5; ma 5 è il
    numero dell’iniziato, della quintessenza, del punto 0 della croce Zen.
    Quando i figli di Pându sono cresciuti abbastanza
    Y   U   D   H   I   S   T   H   I   R   A
    + 6 + 4 + 8 + 10 + 60 + 90 + 8 + 10 + 200 + 1 = 407 = 11
    (11, Forza che agisce al bianco) richiede il regno che spetta di diritto a lui e
    ai suoi fratelli.
    K   R   I   S   N   A
    + 200 + 10 + 300 + 50 + 1 = 581 = 5
    nella sua qualità di “Pontifex”, 5 = Papa, cerca di comporre il dissidio tra le
    due Forze, ma alla fine la guerra vera e propria è inevitabile. Il conflitto si
    svolge nel campo di
    K   U   R   U
    + 6 + 200 + 6 = 7, nel “Carro”e
    S   A   N   J   A   Y   A
    + 1 + 50 + 3 + 1 + 10 + 1 = 126 = 9
    (Eremita nero), scruta, esamina per il suo re nero la scena: egli valuta le
    potenzialità attive nemiche (bianche). Vengono nominati ben 15 personaggi
    tutti operanti nell’albero bianco 15 = (16 –) i quattro elementi per i quattro
    piani meno il fuoco di fuoco, lo 0 Kether, Motore Immobile.
    8
    Vengono poi esaminate le proprie qualità attive (nere) e nominati 7
    personaggi, il che significa che l’albero nero si riconosce attivo, a quel
    punto della situazione, solo su due piani (nei quattro elementi dell’astrale e
    nei tre elementi inferiori del mentale) e non ancora sul piano fisico, essendo
    il Regno, il Malkuth in contestazione; è il solito processo di avanzamento
    della forza del male: mentale, astrale, fisico. Viene poi riconosciuta
    l’incompletezza dell’albero nero e la completezza dell’albero bianco
    (incompleto il primo, sufficiente il secondo) ma, ciò nonostante, è
    confermata la decisione di combattere.
    Da
    B   H   Π  S   M   A
    + 8 + 10 + 300 + 40 + 1 = 361 = 1
    ricaviamo il Bagatto capovolto, nero, la volontà di male-operare e questa,
    da parte dell’esercito nero, va “protetta”a tutti i costi. Quando tale
    decisione è riconfermata, si dà inizio alla guerra vera e propria. L’anziano
    dei Kaurava, il serpente antico, suona la conca marina ed ecco il conflitto.
    Versi 14-19
    All’esercito nero risponde l’esercito bianco: ad una ad una le energie
    volte al bene si sollevano e si fanno udire, ciascuna di loro con la sua
    qualità specifica; il suono delle “conche divine”è il suono che risveglia il
    chackra e lo mette in azione. A Hrisîkesa (Krisna) che suona la Gigantea,
    attribuiamo le Sephiroth Tiphereth e Daath (come al Cristo del Vangelo); a
    Dhanañjaya (Arjuna) che suona la Diodonata, Yesod; a Sahadeva che suona
    la Gemmata, Chesed; a Vrikodara che suona l’Arundinea, Geburah; a
    Yudhisthira che suona la Vittoriosa, Netzach; a Nakula che suona la
    Dulcisona, Hod. E tutto l’albero con tutti i suoi sentieri si riscuote e il suono
    delle armi delle forze del bene (che fa echeggiare la terra e il firmamento)
    “punge il cuore di tremore”delle forze del male.
    9
    Versi 20-30
    Il Pândava,
    A   R   J   U   N   A
    + 200 + 3 + 6 + 50 + 1 = 261 = 9
    è il nostro Yesod, il nostro Eremita che, di fronte alla battaglia, si
    pone il problema della validità della lotta, di qui “l’angoscia di Arjuna”,
    titolo del primo canto. Egli vuol vedere, fare il punto della situazione e
    prega la sua Coscienza, Krisna, Io Sono, Cristo, Daath: “O Immortale,
    guida il mio carro nel mezzo, fra i due eserciti”così da rendersi conto della
    realtà della lotta e delle forze in giuoco. Arjuna per mezzo del suo Sé
    superiore “vede”i padri, gli avi, i maestri, gli zii ecc. cioè le sue stesse
    energie legate alla colonna di destra in entrambi gli eserciti sia nel bianco
    che nel nero.
    Arjuna si sente svenire, inizia a tremare e subisce tutti i sintomi della
    confusione psichica e mentale (“avversi auspici scorgo a Kesava”).
    L’illusione gli fa velo dinanzi agli occhi e il “regno”, il piano
    assianico, la Pietra, perde di significato, la stessa vita gli si depaupera
    davanti. Vedere la propria energia parte volta al bene e parte al male e
    laceratesi in se stessa suggerisce il suicidio (o il lasciarsi morire) come
    unica soluzione possibile; questa soluzione può sembrare a prima vista
    meno cruenta e violenta di quella di combattere.
    10
    Versi 31- 47
    Il discorso di Arjuna col suo “Io Sono”è carico di tristezza: la
    personalità in Yesod bianco ha già superato un certo attaccamento alla
    vittoria, al regno, ai piaceri (di Assiah), ma teme la sofferenza (Yetzirah);
    quando l’unità in noi è compromessa, anche una possibile vincita del bene
    sembra una sconfitta, tanto è dolorosa al perdita di parte di noi (maestri,
    padri, figli, avi ecc., volti al male), soprattutto se la contestazione sembra
    riguardare solo il piano fisico (Malkuth) e non l’astrale e il mentale; la lotta
    infatti porta all’inizio la sofferenza solo sul piano fisico e poi, in seguito,
    scompensi sugli altri due piani. Ricordiamo che il male nasce in Briah
    (mentale, v. commento alla Genesi 3, 1: <Il serpente disse alla donna:
    “perché non dovete mangiare del frutto dell’albero del bene e del male?”>),
    viene coltivato in Yetzirah e si palesa in Assiah, nello “sterminio delle
    famiglie”. Poi però con lo sterminio delle famiglie si “perdono le
    osservanze eterne”e con la loro perdita “prevale l’empietà”; da questa
    deriva la “corruzione delle donne”e dalla loro corruzione “la mescolanza
    delle caste”; noi diciamo che la colonna femminile dell’albero quando si
    “corrompe”dimentica i suoi regolari rapporti con la colonna di destra (Hod
    con Netzach e Geburah con Chesed) e li altera nei piani... creando così
    “l’inferno”.
    Arjuna in un primo tempo vede solo la prima parte dell’opera del
    male, poiché non è stato ancora illuminato da Krisna, crede allora che “non
    combattere”sia il male minore; “pose in disparte le frecce e l’arco e nel
    carro si assise”, ma poi si sveglierà dalla sua illusione e “combatterà perché
    quello è il suo “dovere”di Guerriero.
    11
    CANTO II
    _______________________________________________________________________
    Versi 1- 3.
    Allorché la personalità in Yesod (Arjuna = 9) chiede al suo Sé
    Superiore (Krisna) aiuto e consiglio, la risposta non tarda ad arrivare. Da
    M   A   D   H   U
    + 1 + 4 + 8 + 6 = 49 = 13
    ricaviamo il 13 della Morte, infatti il Sé Superiore è il vincitore della morte,
    Colui che distrugge la morte; da
    P      R   T   H   A
    + 1 + 200 + 400 + 8 + 1 = 690 = 6
    ricaviamo il 6 del Bivio e da
    P   A   R   A   N   T   A   P   A
    + 1 + 200 + 1 + 50 + 400 + 1 + 80 + 1 = 814 = 4
    il 4 dell’Imperatore. L’Io Sono esorta la sua personalità a non essere vile e a
    decidere (6) con volontà (4) quello che deve fare.
    12
    Versi 4 –.
    Arjuna espone il suo problema: come combattere contro Bhîsma (10)
    e
    D   R   O   N   A ?
    + 200 + 70 + 50 + 1 = 325 = 10
    il 10, Malkuth è la base dell’albero su ogni piano, corrisponde al centro
    dove la forza stessa nella sua primordialità “dorme”, uccidere tale forza
    porterebbe solo a godere “gioie intrise di sangue”; poiché la lotta, come
    abbiamo visto nel 1° canto si svolge tutta sull’astrale e sul mentale e il
    sangue è il veicolo dell’astrale, lottare con il proprio Yesod nero (Malkuth
    di Yetzirah) e con il proprio Tiphereth nero (Malkuth di Briah), non può
    essere pagato che a prezzo di sangue, del proprio sangue.
    Versi 6 –.
    La personalità di per sé “non sa”e non sapendo non può che
    assumere la posizione di discepolo di fronte al Maestro Interiore, una volta
    che l’ha riconosciuto: “Te ne supplico, m’insegna”; essa teme di perdere
    parte di se stessa nella lotta tra bianco e nero per la conquista del piano
    fisico, il “prospero regna sulla terra”ed è disposta a rinunciare perfino al
    “dominio degli Dei”(astrale-mentale, essendo gli Dei le Sephiroth).
    Versi 9 –.
    La risposta dell’Io Sono alla personalità timorosa è data
    “sorridendo”: all’umiltà della sua creatura il Sé Superiore risponde
    amorevolmente, anzi, gli riconosce addirittura di “parlare savie parole”,
    infatti chi si pone in Yesod (Arjuna) è Eremita e profeta, saggio in un primo
    grado di saggezza; non dimentichiamo che Yesod è il Kether del piano
    fisico, il punto in linea diretta di comunicazione con Daath; in fondo tutte le
    Sephiroth della linea centrale non sono altro che specchiature del Kether di
    Atziluth e ad Esso affini ed intime. Inizia ora l’insegnamento del Maestro:
    “Né per i vivi né per i morti i saggi menano cordoglio”. È subito messa in
    evidenza la centralità della posizione del saggio (distacco dalle due vie, sia
    di destra, [i vivi] che di sinistra, [i morti] ). L’identità nella sostanza con il
    Principio Primo, “Quello”, anche se nella specchiatura, è affermata e
    sottolineata: “Né vi fu tempo mai in cui Io non fossi ecc.”; questa frase ci
    riporta al Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo (Daath), e il
    13
    Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio ecc.”. All’inalterabilità dello 0
    Kether, “Innominabile Ciò”, “Quello”, si oppone la mutevolezza della
    manifestazione e ciò è talmente ovvio da essere subito compreso dal saggio,
    come pure il fatto che solo alla manifestazione, all’esistenza quale noi la
    conosciamo, è legata la schiavitù della sofferenza dei contrari: caldo e
    freddo, piacere e dolore, eccetera.
    Da
    K   A   U   N   T   E   Y   A
    + 1 + 6 + 50 + 400 + 5 + 10 + 1 = 493 = 16 = 7
    ricaviamo le due sfingi del Carro e da
    B   H      R   A   T   A
    + 8 + 1 + 200 + 1 + 400 + 1 = 613 = 1
    l’uno del Bagatto e diciamo che il saggio, colui che sta sul Carro, il Bagatto
    ormai conscio della sua missione, se vuol trascendere i contrari non deve
    lasciarsi turbare da essi.
    Versi 16 –.
    Inizia con questi versetti l’insegnamento di Krisna ad Arjuna su ciò
    che è proprio dello Spirito, la parte immortale che è in ognuno di noi. Esiste
    una parte peritura, quella della manifestazione che, rimanendo come è
    (irreale) mai può divenire Reale ed una parte imperitura, quella Reale, che è
    all’origine della manifestazione, (l’Immanifesto) che mai può divenire
    irreale, è il Tao, il Kether, l’Assoluto, il Ciò, Dio. I corpi della
    manifestazione sono per questo Quid, X, Tao, ecc. come abiti che Egli
    depone quando li ha usati, per prenderne altri nuovi, pertanto non ci si deve
    preoccupare se le nostre energie nella lotta tra bene e male vengono uccise,
    in ogni caso prima o poi verranno ad esaurirsi, poiché “per chi è nato la
    morte è sicura e per chi è morto è certa la nascita”. L’apparire e lo
    scomparire degli esseri a causa della manifestazione è ciclico: quando la
    manifestazione rientra nello 0 Kether, oltrepassa i tre veli della non
    manifestazione Ain, Ain Soph, Ain Soph Aur di cui nulla sappiamo, quando
    dal Kether essa ha origine appare nella coppia complementare Chockmah-
    Binah e di lì, attraverso la discesa dei vari piani si solidifica in Malkuth, da
    cui di nuovo deve tornare al Kether; ma nessuno conosce la Realtà del
    Kether (il Tao che può essere detto non è l’Eterno Tao) però sappiamo che è
    14
    in noi perché sentiamo di essere fatti a Sua immagine, (“Iddio creò l’uomo a
    Sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschi e femmina lo creò”- Gen.
    , 27).
    Versi 31 –
    Ma la cosa importante per noi è conoscere il nostro dovere. Qual è il
    nostro dovere? Quello inerente a ciò che noi siamo.
    Se siamo giunti ad essere Ksatriya, cioè “Guerriero”inteso come
    “colui che deve combattere le proprie battaglie interiori”(e non è una
    qualifica da poco) allora il nostro dovere è la lotta e dobbiamo essere lieti di
    tale lotta perché “felici i Ksatriya che tale guerra spontaneamente sorta
    ottengono ecc.”, rifiutare di combattere se si è “guerrieri”vuol dire cadere
    in peccato; “peccato”è quindi non compiere il proprio dovere, da ciò deriva
    il “disonore”, la perdita della qualifica di “guerriero”; invece se si combatte,
    anche perdendo nella lotta, si acquisterà sempre il “merito”(un relativo
    premio, accumulo di Karma positivo) per averci provato (“otterrai il
    Paradiso”).
    Versi 39 –.
    “Questo insegnamento si riferisce al Sânkhya”: Sânkhya vuol dire
    “Sapienza”, ma letteralmente “misura”, cioè “numero”, vale a dire “la
    Scienza delle Sephiroth”; a questo insegnamento Krisna affianca quello
    inerente allo Yoga, al comportamento, ai mezzi atti alla realizzazione del
    Sânkhya; Yoga vuol dire “unione”, vale a dire “la Scienza relativa ai
    “Cineroth”(cinerah = sentiero, percorso tra una Sephirah ed un’altra)”.
    Colui che partendo dal dubbio
    P   R   I   T   H   Â
    + 200 + 10 + 400 + 8 + 1 = 699 = 6
    si applica allo studio del Sânkhya e dello Yoga si libera dai legami del
    K   A   R   M   A
    + 1 + 200 + 40 + 1 = 262 = 10
    la Ruota delle rinascite.
    15
    Versi 41 –.
    Nell’applicazione cosciente dello Yoga, la legge dei sentieri, si
    percorre il Sentiero, in cui si indirizza la mente ad un unico obiettivo: la
    Reintegrazione; se invece si segue la religione nelle sue prescrizioni
    letterali, cerimonie e riti vincolati al desiderio di ottenere il paradiso per
    avere godimento e potere (v. Matteo 23, 5: “i Farisei fanno tutte le loro
    azioni per essere veduti dagli uomini, portano larghe le loro filattèrie ecc.”)
    si è stolti e si fallisce lo scopo.
    Versi 45 –
    Nei due attributi (Guna) Sattva = purezza e Tamas = oscurità noi
    ritroviamo le due colonne dell’Albero e lo Yang e lo Yin della concezione
    taoista; in Rajas, il terzo attributo il continuo cambiamento tra i primi due
    attributi (v. il racconto n. 14 dei Tarocchi, la Temperanza) di essi uno dà,
    l’altro toglie, ad essi sono legati tutti i contrari e i contrasti; le religioni
    ufficiali, nella comprensione essoterica dei testi sacri (i Veda) su cui si
    basano, si legano ai contrari perché di essi vivono, occupandosi del governo
    e dell’educazione del popolo (prescrivono una cosa, ne proibiscono
    un’altra); ma il saggio, l’iniziato ha già superato il problema etico, egli deve
    compiere il suo dovere, l’azione, libero frutto dell’azione, cioè non per
    ottenere un qualsivoglia premio, ma solo per il Sé  Superiore.
    La “devozione”all’Io Sono è la centratura dell’Albero, il percorso
    diretto dopo aver abbandonato dare e avere, merito e demerito... allora le
    Sacre Scritture, a quel punto, vengono usate solo come supporto e da ultimo
    abbandonate per l’esperienza della contemplazione diretta.
    Verso 54
    Allorché la personalità comincia a capire il linguaggio del suo Io
    Sono, ecco che le domande divengono pratiche: che debbo fare? ( = che
    vuoi che io faccia?).
    Versi 55 –.
    E ora la risposta: abbandona tutti i desideri della mente, sii
    soddisfatto in Te Stesso, tienti egualmente distante dalla gioia e dal dolore e
    ritirati in Te Stesso; allorché avrai visto il Supremo in te, non desidererai
    più nulla. Certo questo non è affatto facile (Kaunteya = 7, il Carro, saper
    guidare il Carro) ma è allora che l’Io Sono si fa sentire più vicino; Krisna
    dice: tu domina i sensi e fissati in Me, in un amore esclusivo, unico (quello
    stesso che unisce Israele e Jahvé).
    16
    Versi 62 –.
    È qui descritto il processo della caduta: il male nasce in Briah si
    sviluppa in Yetzirah, si concretizza in Assiah; una volta concretizzato sul
    fisico, distrugge il piano astrale prima, poi il mentale e conduce alla
    disintegrazione, l’opposto della Reintegrazione. Krisna dice che il punto di
    partenza è il pensiero, pensare all’oggetto dei sensi, poi segue il desiderio e
    l’ira nell’azione e quindi la mancanza di discernimento (azioni errate) da
    questo la confusione della memoria (si dimentica lo scopo
    dell’incarnazione) e da essa al perdita del raziocinio e la follia .
    Il controllo su di sé invece dà tranquillità, cessazione dei dolori,
    costanza nello scopo ultimo (la Reintegrazione).
    Obbedire agli irrequieti sensi significa non  “saper navigare nelle
    acque”e lasciarsi da esse travolgere. Invece comandare loro
    M   A   H      B      H   U
    + 1 + 8 + 1 + 2 + 1 + 8 + 6 = 67 = 4
    Imperatore, colui che esercita la sua volontà vuol dire diventare di mente
    costante; ed ecco che allora tutti i valori vengono rovesciati rispetto
    all’uomo comune: la notte diviene giorno, il giorno, notte; cioè quello che
    “vale”per l’uomo comune è negletto dall’iniziato (ricchezze, onori, ecc.),
    quello che esso trascura è di valore per l’iniziato (solitudine, silenzio,
    concentrazione, eccetera).
    Il 2° canto della Gita, lo Yoga per mezzo del Sânkhya, il Sentiero per
    mezzo della conoscenza degli Attributi Divini, termina dicendo che si deve
    tendere alla “pace”, ma che questa può essere raggiunta solo con la
    cessazione di ogni desiderio (anche quello della pace); solo lasciando l’idea
    di ogni possessione e sciogliendosi da ogni attaccamento si perviene alla
    Coscienza del quarto stato, quello che fa percorrere il sentiero Daath-
    Kether, nella Riunificazione finale.
    17
    Canto III
    Versi 1 –.
    La personalità in Yesod (Arjuna = 9) entra sempre più nel vivo del
    colloquio interiore col suo Sé; gli appellativi di
    J   A   N      R   D   A   N   A
    + 1 + 50 + 1 + 200 + 4 + 1 + 50 + 1 = 311
    = valore della Corona dei Magi (21) e 11 della Forza e
    K   E   S   A   V   A
    + 5 + 300 + 1 + 6 + 1 = 333
    valore del 3 (Daath) sui tre piani, fotografano la corretta comprensione del
    rapporto di Arjuna col suo Krisna: solo nel giusto riconoscimento del Sé
    superiore (333) come unica forza (11) in grado di conquistare il mondo (21)
    c’è la possibilità di ottenere l’illuminazione che dà la beatitudine. Due sono
    i problemi posti da Arjuna in questo canto; ecco il primo quesito: se la
    devozione intesa come “contemplazione”è superiore all’azione perché
    bisogna agire?
    La risposta del Sé è subito chiarificante; da
    A  N   A   G   H   A
    + 50 + 1 + 3 + 8 + 1 = 64 =1
    ricaviamo l’del Bagatto e diciamo che Krisna si rivolge ad Arjuna nella
    sua qualità di Mago, di Agente dei quattro elementi e gli spiega che la
    devozione come applicazione della scienza del Sânkhya, contemplazione
    delle Sephiroth, attributi divini, è una delle due vie, quella degli asceti;
    l’altra via, quella degli yogî, è l’attuazione della devozione nell’azione,
    svincolata dall’aspettativa del frutto dell’azione. È questo un non-agire
    attivo, contrario del semplice non-agire, che è annichilimento. Il non-agire
    attivo va inteso non come repressione dei desideri, ma come loro
    sublimazione, è una trasformazione, trasmutazione dell’agire comune, è un
    agire facendo “sacra”ogni azione, perché la “sacralizzazione”è la base
    della Reintegrazione.
    18
    Versi 10 –.
    All’inizio tutto era “sacro”;
    P   R   A   J      P   A   T   I
    + 200 + 1 + 3 + 1 + 80 + 1 + 400 + 10 = 776 = 20
    la Forza primordiale nella sua qualità creatrice, aveva stabilito che il
    sacrificio, azione sacra, dovesse sostentare gli Dei, nutrire i chackra, nei
    quali gli Dei risiedono; allora gli uomini avrebbero potuto fare qualsiasi
    cosa avessero desiderato, gli Dei essendo da loro sostentati, avrebbero
    elargito “i favori desiderati”. Il contrario avviene quando gli uomini
    sfruttano gli Dei, i poteri delle Sephiroth, nell’egoismo del sé personale: è
    come se “rubassero”la divina Shekinà, l’energia stessa. Si possono
    “mangiare i resti del sacrificio”, cioè utilizzare per la personalità i poteri
    solo se sono “resti”cioè se l’utilizzazione è secondaria allo scopo primo che
    è la sacralizzazione, l’offerta di ogni cosa al Sé Superiore; preparare il cibo
    per sé è peccato.
    Versi 14 –.
    E poi il Sacrificio è Dio stesso; come? Se la sostanza Prima
    (Brahman), espressa come Verbo, ha donato la Sacra Parola e perciò la
    Sacra Scrittura (i Veda), se nella Sacra Scrittura si prescrive la retta azione
    sacrale che produce la pioggia e se da questa deriva il cibo che nutre tutte lo
    creature da Dio create, allora si vede che il circolo si chiude e tutto è come
    una ruota che gira. Questa ruota in termini cabalistici è rapportabile alla
    discesa della Shekinà che dallo 0 Kether del Piano Atzilutico scende per
    mezzo del Verbo (Daath) nel Piano Briatico (i Veda) poi attraverso il
    sacrificio (Tiphereth) nel Piano Yetziratico (la pioggia, umido, vitale, che
    nutre le creature) fino a raggiungere nel Piano Assianico, Malkuth, nella
    Pietra da cui ritorna per mezzo del Sacrificio Tiphereth, nel percorso
    centrale dell’Albero, in Kether. Chi fa girare la ruota in tale maniera compie
    il Piano (“non vive invano”), tuttavia la centratura nel mozzo della ruota
    (cfr. Tao tê Ching cap. XI) è ancora più realizzante, tanto che chi in quello
    riesce a porsi (l’uomo che in Se stesso e nel Sé soltanto è soddisfatto) “non
    ha più nulla da fare”.
    Versi 18 –.
    Per colui che è fisso nel Sé Superiore non c’è più alcun altro
    interesse. Decadendo ogni interesse secondario, tutto è realizzato nello stato
    di Coscienza dell’Assoluto; abbiamo esempio di siffatti Maestri in
    19
    J   A   N   A   K   A
    + 1 + 50 + 1 + 20 + 1 = 76 = 4
    (Imperatore dell’Albero) e gli altri... noi diciamo: Mosè, Lao Tzé, Budda,
    Gesù ecc. ma bisogna notare e prendere atto che ad un certo punto
    dell’autorealizzazione (espansione verticale), deve subentrare il Servizio
    (espansione orizzontale), “per il benessere della moltitudine dovresti agire”.
    Il Servizio si compie dapprima con l’esempio (“quello che un grande uomo
    fa, gli altri fanno del pari”) poi aderendo alla funzione Daatica,
    coscienziale. La Coscienza Daath, infatti, pur non avendo nulla a che fare
    con i tre mondi inferiori (Briah, Yetzirah, Assiah) pure ad essi si mescola
    indefessamente per evitare la loro caduta nell’incoscienza; è invero la
    Coscienza che mantiene l’ordine nei piani evitando la “mescolanza delle
    caste”cioè i rapporti illeciti tra le Sephiroth delle due colonne all’interno
    dell’Albero (v. commento al vers. 41 del 1° canto).
    Versi 25 –.
    Il disinteresse è alla base dell’agire senza agire, tuttavia nel suo
    servizio il saggio non deve porre questo problema a chi non è in grado di
    recepirlo e di con-prenderlo; egli si limiti a dimostrare con i fatti che cosa
    significhi essere “devoto nell’azione”. I tre attributi (Guna) sono la causa
    del “modo”di agire, ma l’uomo comune è illuso dall’egoismo e crede di
    agire lui stesso (v. il n. 10 dei Racconti dei Tarocchi); colui che risvegliato
    “vede”, conosce la differenza tra il Sé, gli attributi e l’azione, conosce come
    funziona l’Albero (Daath, le colonne, i sentieri) e vede l’illusorietà dei piani
    inferiori, ne rimane distaccato e non turba coloro che sono ignoranti, ciò
    vuol dire che non “regala”la conoscenza esoterica (“non gettate le vostre
    perle ai porci”Matteo, 7, 6): questa deve maturare all’interno di ogni
    persona e da essa stessa essere coltivata. L’unica occupazione del Discepolo
    Ksatriya (personalità in Yesod) deve essere quella di combattere con la
    mente “fissa”(e non vagante) in Daath, senza “cavillare”l’insegnamento
    del suo Maestro interiore, senza discutere, perché discutendo, obiettando e
    protestando si perdono tempo ed energie, si rimane così “privi di
    discernimento, illusi e perduti”.
    D’altronde, ognuno di noi segue la propria “natura”: il saggio quella
    relativa ad un karma positivo, lo stolto quella relativa ad un karma
    negativo... questa legge non può essere alterata.
    Ma chi può discernere la vera dottrina deve evitare a tutti i costi di
    rendersi soggetto ai contrari: desiderio e avversione; egli deve solo
    compiere il proprio dovere, quello inerente alla situazione in cui si trova,
    sciolto dai legami dei contrari.
    20
    Se si tenta di evitare il proprio dovere (avversione) per desiderare
    “altro”si crea solo ulteriore Karma. Se il proprio dovere non è che il
    pagamento del karma precedente, creare altro karma vuol dire aggiungere
    debito a debito, il che è assolutamente “pericoloso per chi vuole ottenere la
    beatitudine”.
    Versi 36 –.
    Ed ecco il secondo quesito di Arjuna in questo canto: quale è la causa
    del peccato, dell’errore, che a volta l’uomo commette senza neanche
    volere? L’appellativo di
    V      R   S   N   E   Y   A
    + 1 + 200 + 300 + 50 + 5 + 10 + 1 = 573 = 15
    il Diavolo ci dà qui l’identificazione di Krisna con il Signore dei contrasti
    (solve, coagula) e come tale Egli risponde al suo Discepolo: è il desiderio
    che capovolgendosi diviene “ira”(Geburah nero), la malefica divoratrice;
    quando nel mentale e nell’astrale si verifica l’invasione dell’Albero, allora
    nasce l’errore. La conoscenza (mentale) viene rivestita di questo desiderio
    di possesso, che vuole avere per sé invece di essere uno con il Sé e ,
    alterando quei due corpi sottili (mentale, astrale) giunge a “confondere”, a
    velare, a rendere poco chiaro lo Spirito alla personalità.
    Perciò l’unico nemico da combattere è questo desiderio di possesso.
    Nella scala dei valori si deve riconoscere una graduatoria: nella creazione
    tutto è “grande”, ma i sensi vengono trascesi dall’intelligenza, l’intelligenza
    dalla ragione (intesa come discernimento), la ragione dallo Spirito;
    conoscendo ciò il Discepolo guerriero (Mahabahu = 4) domina i sensi,
    l’intelligenza e la ragione e uccide il nemico, il desiderio di possesso,
    imparando così ad esercitare lo “Yoga dell’azione”.
    21
    Canto IV
    Versi 1 –.
    Consideriamo questi primi tre versetti come un riferimento all’antica
    età dell’oro, quando ancora la dottrina “non era perduta nel mondo”; ecco
    allora che ponendo Krisna in Daath, la diretta successione tra Krisna e
    Vivasvat (il Sole) è il sentiero Daath-Tiphereth, così Manu risulta essere
    Yesod e Iksvaku Malkuth; quando il Malkuth, il Mondo non segue più le
    regole della Legge, la dottrina va “perduta”, fino a che (prima o poi) un
    Malkuth-Yesod (Arjuna) ridivenuto “devoto e amico”di Daath (Krisna) non
    ottiene di nuovo che “la dottrina venga dichiarata”: è questo “l’Altissimo
    Mistero”, è la Redenzione del Cristo (Krisna).
    Versi 4 –.
    La personalità al suo livello di coscienza non vede l’Unicità dell’Io
    Sono a livello sottile; quel poco che conosce del suo Sé Superiore lo sente e
    lo vede legato alla sua propria vita terrena, egli non riesce a trascendere il
    tempo e lo spazio, ma vuol sapere e chiede, ed ecco che il Signore gli parla
    di Sé: Egli è la Monade che ha sperimentato numerose altre vite, tutte unite
    fra loro ed ora a quella particolare personalità (Arjuna). Il Sé Superiore,
    Daath, “quantunque non nato”(“In Principio era il Verbo e il Verbo era
    presso Dio e il Verbo era Dio”Giovanni, 1, 1) di tempo in tempo si riveste
    di un corpo e allorché nel Malkuth l’albero nero (i malvagi) sta per prendere
    il sopravvento sull’albero bianco (i buoni) si manifesta per distruggerlo. La
    personalità che conosce la vera natura del suo Sé Superiore, quando muore,
    non rinasce, ma si identifica con Lui. Tutti i grandi Maestri hanno
    sperimentato questa beatitudine; come? “Liberandosi da ogni attaccamento,
    timore e ira, assorti nell’Io Sono, in Lui rifugiati e purificati dal fuoco della
    Sapienza”(del Sacrificio della Sapienza).
    Versi 11 –.
    Qui è sottolineato il libero arbitrio della personalità (cfr. canto IX v. 25
    “quelli che adorano gli Dei vanno agli Dei, agli avi vanno quelli che
    adorano gli avi, vanno agli spiriti malvagi coloro che adorano gli spiriti
    malvagi; ma quelli che Mi adorano vengono a Me”), ma poi in definitiva,
    benché il modo per giungere all’Io Sono sia molteplice “qualunque sia”, il
    Sentiero in realtà è Uno, è la Via del Signore.
    22
    Versi 13 –.
    I quattro piani di Coscienza (la quadruplice divisione in caste) sono
    stati creati dallo Stesso Verbo (“Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza
    di Lui niente è stato fatto di ciò che esiste”Giovanni, 1, 3).
    Ecco le quattro caste indù sull’Albero:
    Atziluth                            la casta dei Brahmana:  conoscere
    Briah                                la casta dei Ksatriya:  combattere
    Yetzirah                           la casta dei Vaisya:  produrre
    Assiah                              la casta dei Sudra:  servire       
    con i quattro stati di coscienza e i relativi attributi e doveri, ma la Sephirah
    Daath (pur essendo il sostegno dei quattro stai) rimane “non agente e
    indistruttibile”(occulta), non vincolata dalle azioni delle altre Sephiroth.
    Nell’età dell’oro, prima della caduta (stato edenico) ogni azione era
    compiuta “in vista della liberazione”, per la Divinità: bisogna tornare a
    quello stato. È lo stato dell’azione pura, in cui si riesce a vedere l’inazione
    nell’azione e l’azione nell’inazione (cfr. Tao tê Ching cap. XXVIII: “Colui
    che si riconosce gallo ma si comporta come una gallina è il burrone del
    mondo, ecc.; colui che conosce il bianco ma si attiene al nero è la misura
    del mondo; colui che conosce l’onore ma resta nella vergogna è la valle del
    mondo, eccetera”).
    Questo stato è quello in cui, rinunziando all’attaccamento al frutto
    dell’azione, si è sempre lieti perché agenti senza agire (cfr. ancora Tao tê
    Ching cap. XXIII: “Perciò colui che agisce in conformità con la Via [Tao]
    si identifica con la Via. Quando si identifica con la Via allora si rallegra
    dell’acquisizione della Via. Quando si identifica con il successo, allora si
    rallegra dell’acquisizione del successo. Quando si identifica con la sconfitta,
    allora si rallegra con l’acquisizione della sconfitta, eccetera”).
    23
    Versi 23 –.
    L’azione compiuta in tale stato non è azione, ma “sacrificio”in una
    unificazione totale con l’Essere supremo: “Brahman è l’offerta, Brahman è
    l’oblazione ecc.”. non c’è nessuna differenza tra l’oggetto, il mezzo, il
    soggetto, il Fine. L’azione sacrificale che è poi basata sul comandamento
    principale del Vangelo: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
    con tutta la tua anima, con tutta la tua mente”(Matteo, 22, 37), può
    riguardare ogni facoltà umana: udito, sensi, energie vitali, fortuna,
    penitenza, meditazione, studio, saggezza, castità, digiuno (praticamente
    ogni Sephirah di ogni piano) e il sacrificio di ognuna di queste facoltà,
    purché corretto e totale (che collassa nel suo Kether), porta all’eterno
    Brahman; noi diciamo che il passaggio per Tiphereth, la Sephirah del
    Sacrificio è la via diretta per la Reintegrazione, Tiphereth essendo il punto
    centrale della rotazione dell’albero (v. schema dell’albero ridotto a chackra
    [ruota] in cui “il cielo scende, la terra sale”v. il n. 12 dei Racconti dei
    Tarocchi).
    Atziluth
    Briah                                                                                     Atz.
    Tiphereth                                            Yetz.         Bri.
    Yetzirah                                                                                           Ass.
    Assiah

                             

    24
    Versi 31 –.
    Nel canto III, 10-11, Krisna aveva detto: “Il Sacrificio deve
    sostentare gli Dei e gli Dei sostentati accordano agli uomini i favori
    desiderati”; ora qui viene detto che chi non fa sacrifici non ottiene questo
    mondo, né tanto meno gli altri; ne deriva allora che il “potere”(sempre
    discendente dall’alto) non può che essere ottenuto che col “Sacrificio”,
    operando al bianco, e che solo in seguito può essere capovolto per fini
    egoistici, ma per breve tempo, solo fino a che l’energia accumulata
    operando nel bene non si esaurisce.
    I Testi Sacri (i Veda) prescrivono varie specie di sacrifici, ma il
    sacrificio della Sapienza è il più alto perché comprende tutti gli altri. Far
    sacra la Sapienza vuol dire prima imparare da Chi è Saggio (l’Io Sono),
    facendosi discepolo, servendo e domandando, poi “sacralizzando”ogni atto,
    ogni moto, tutto. Ad un certo momento si vedrà che tutti gli esseri non sono
    altro che lo specchio di noi stessi e ciò che noi emettiamo (pensieri,
    sentimenti, azioni) ci ritorna negli altri; così ci ritroviamo liberi e svincolati
    o oppressi e legati a seconda di come ci siamo comportati (“in tal modo tutti
    gli esseri vedremo prima in noi stessi”); da ultimo, quando avremo
    identificato noi stessi col Sé Superiore, allora saremo in grado di vedere
    tutti gli esseri in Cristo-Krisna: il lebbroso, la prostituta, l’assassino,
    l’animale, il filo d’erba.
    In quel momento, pur essendo stati i più grandi peccatori, conseguita
    la Sapienza, bruceremo nel suo Fuoco tutti gli effetti delle nostre azioni.
    25
    Versi 38 –.
    La Sapienza è la facoltà più alta a cui si possa aspirare; la vera
    Sapienza è solo quella che si trova dentro di noi; i mezzi per ottenerla sono:
    dominio dei sensi, diligenza, fede, devozione al Sé. La vera Sapienza dona
    la pace al contrario dell’ignoranza che porta al dubbio e all’infelicità.
    Sapienza, Saggezza, per la scienza cabalistica è Chockmah, la prima
    Sephirah emanata dal Kether e non può che essere attribuita al quarto livello
    di Coscienza, quello Atzilutico, infatti solo penetrando il Piano Causale nel
    contatto con l’Io Sono si può conoscere realmente il proprio dovere
    (Dharma), ma la penetrazione di quel Piano è consequenziale al silenzio dei
    tre piani inferiori: del fisico nei sensi, dell’astrale per mezzo della diligenza,
    del mentale per mezzo della fede e, una volta impugnata la spada della
    Sapienza, bisogna saper recidere i legami che ancora ci imprigionano
    “sorgendo”, risorgendo, come la Fenice dalle proprie ceneri...
    26
    CANTO V
    Versi 1 –.
    Il concetto del Wu-wei (agire senza agire) o “saper vedere (e
    realizzare) l’inazione nell’azione e l’azione nell’inazione”(canto IV, 18) è
    molto difficile da penetrare e assimilare, tanto è vero che Arjuna (la
    personalità) in un primo momento fa confusione. Egli vede la non-azione,
    vede l’azione, ma non riesce a intuire la trascendenza dell’azione non-
    azione; però subito il suo Maestro, Krisna, Io Sono, gli chiarifica il
    problema.
    Il contemplare gli attributi divini (Sephiroth) che avevamo
    identificato con la Scuola del Sânkhya e il percorrere i sentieri (Cineroth)
    che avevamo identificato con la scuola dello Yoga, sono in realtà la stessa
    cosa, perché tendono entrambi alla Reintegrazione; solo che lo Yoga
    (ovviamente basato sulla rinuncia delle azioni, come viene spiegato in
    questo canto) è preferibile in quanto corrispondente al dharma di uno
    Ksatriya. In entrambi i casi chi “vede”veramente (perché ha sviluppato la
    Sephirah Daath, centro in mezzo agli occhi) “vede”che le due scuole sono
    una sola.
    Versi 6 –.
    Studiando l’I Ching abbiamo verificato che ogni possibile
    combinazione degli opposti (Yang e Yin, linee spezzate e linee intere), cioè
    ognuno dei 64 esagrammi relativi alle 64 situazioni archetipali della vita
    umana, se spinto (forzato) alla perfezione (al Kether), a causa della sua
    struttura cabalistica, ad Albero (la maglia che compone il tessuto della
    creazione) può divenire Realizzante. Che cosa intendiamo per Realizzante?
    L’esperienza di vivere l’attimo come espressione dell’Eterno Presente “qui
    ed ora”, come dice lo Zen: “Muori mentre vivi e sii interamente morto. Poi
    fa ciò che vuoi e tutto sarà giusto (Bunan, Mumonkan 14° Koan)”. Ecco che
    Krisna in questi versi indica ad Arjuna la stessa tecnica: pur agendo, “nel
    27
    vedere, nell’udire, nel toccare, nell’odorare, nel mangiare, nel muoversi, nel
    dormire ecc.”, l’uomo devoto pensa: “Io non faccio nulla, i sensi si
    muovono tra gli oggetti del senso”. In quel suo “non far nulla”il devoto
    attua il Kether (0, non-azione) dell’azione, della Sephirah nel Sankhya,
    della Cinerah nello Yoga... certo tale stato è difficile da conseguire, ma nel
    momento che lo consegue, “il saggio tosto raggiunge Brahman”.
    Bisogna tendere a questo stato. Come? Con l’essere dediti alla
    devozione, puri di mente, dominando la propria natura e i sensi,
    identificandosi col proprio Sé e col Sé di tutte le creature: solo così si agisce
    senza essere contaminati. Anche nei Racconti dei Tarocchi avevamo
    scoperto che lo spingere l’azione nel suo Kether (al suo estremo limite)
    significa farla sbocciare ne Divino... è la trasformazione alchemica, il
    compimento dell’Opera, è quello che nello Yoga avviene quando la
    posizione “Si”produce, quando si entra in uno stato di Equilibrio
    Impersonale. Perfetto: l’azione non è più azione, è Azione non-Azione.
    Versi 11 –.
    Allorché l’azione è compiuta senza attaccamento, allora purifica il
    corpo, la mente, l’intelletto e i sensi, cioè svincola tutta la persona del
    “devoto”dal suo Karma e gli permette di conseguire la pace; questo è tutto
    il contrario di quello che avviene nell’uomo comune attaccato al frutto
    dell’azione, che invece sempre di più si vincola con karma positivo o
    negativo, costringendosi a tornare e a ritornare sulla terra per adempiere
    ogni volta al proprio dharma. E lo Spirito, la Coscienza, Daath, che fa nel
    frattempo? “Dimora sereno nella città delle 9 porte”, cioè nell’Albero,
    nell’individuo. Le nove porte del corpo della tradizione indiana possono
    corrispondere alle Sephiroth secondo questo schema:
    28
    Daath            occhi                           (2)   vista
    Chesed          bocca (gola)                 (1)   parola
    Gheburah      narici (polmoni)            (2)   respirazione
    Tiphereth      orecchie (del cuore)       (2)   ricordo (delle vite prec.)
    Netzach        pelle  (fegato, stomaco)       sangue (assimilazione)
    Hod              uretra (reni)                          ricambio
    Yesod           genitale                          (1)  riproduzione
    Malkuth        ano                                (1)  escrezione
    (le corrispondenze sono utili per concentrare la purificazione sul chackra
    legato all’organo o all’apparato che ha qualche disfunzione).
    Ora se “il Signore non riceve il peccato e nemmeno il merito di
    alcuno”e se “Esso non agisce e non è causa di attività”, allora chi agisce?
    La natura. Avevamo visto nel canto III, v.27 che “ogni maniera di azione è
    causata dagli attributi della natura”, ma questa “natura”in noi si manifesta
    come karma, cioè come effetto di cause create da noi in precedenza; ecco
    che allora la “natura”in noi viene ad essere determinata da noi stessi non
    però in quello che siamo, ma in quello che saremo; di qui la necessità di
    agire con distacco per non creare vincoli di sorta, e di mantenere la mente
    “concentrata in Ciò, essendo Ciò, intenti in Ciò, avendo come meta suprema
    il Ciò”. Per andarcene e “non tornar mai più”.
    29
    Versi 18 –.
    È qui elencata tutta la serie delle regole che permettono al discepolo
    di stabilirsi definitivamente nell’azione non-azione reintegrativa. Molte
    sono le ripetizioni, ma Krisna, essendo il Maestro per eccellenza sa
    perfettamente che “repetita iuvant”e insiste: si deve essere equanimi,
    impersonali, verso i maestri, verso gli animali, verso gli esseri di casta
    inferiore.
    Equanimità vuol dire centralità, né a destra, né a sinistra, ma al centro
    e nel punto più alto, nel punto 0 Kether, Brahman. Riposando in Brahman
    non c’è da rallegrarsi “quando si ottiene ciò che è piacevole”(si è già in
    beatitudine, che cosa si può aggiungere?), né tanto meno “affliggersi
    quando si ottiene ciò che è spiacevole”(in tale letizia indolore o la
    sofferenza non può che sfiorarci solo superficialmente).
    Le gioie legate ai sensi o Kaunteya (= 7, Signore del Carro,
    dominatore delle due sfingi) iniziano e poi finiscono e quando finiscono
    provocano dolore, il saggio (Kaunteya) non se ne occupa ma, ancora
    nell’incarnazione, dominando il tumulto dei corpi inferiori, tutto
    concentrato nel Sé, consegue la Pace di Brahman, sempre intento al
    benessere di ogni creatura (Servizio), consapevole dell’unità del creato.
    Ed ecco la tecnica pratica: rendere uguale l’inspirazione e
    l’espirazione (prendere e dare, le due colonne dell’Albero) concentrando lo
    sguardo (l’attenzione) sulla Sephirah Daath; escludere i contatti esterni
    (avere come unico scopo la Reintegrazione); infine riconoscere il Sé come il
    Supremo Signore di tutti i mondi e l’Amico di tutte le creature, solo così si
    consegue la Vera Pace.
    30
    Canto VI
    Versi 1 –.
    L’accenno a non “trascurare il Fuoco Sacro”apporta un elemento
    nuovo all’insegnamento di Krisna: il discepolo saggio, il “devoto”, colui
    che riesce a unificare in sé le due qualità specifiche del rinunciatario
    (Sannyâsî) e del devoto nell’azione (Yogî), è quello che “agisce”e “ha
    cura”del Fuoco Sacro. Come dobbiamo intendere questo “Fuoco Sacro”?
    probabilmente come fuoco di tutti i livelli di coscienza: da quello fisico
    della custodia del fuoco in sé (più avanti si parlerà di voto di Brahmacâri,
    castità, relativa a Yesod) a quello astrale, dei sentimenti, che possiamo
    chiamare amore (relativo a Tiphereth), a quello mentale, che possiamo
    chiamare Coscienza Universale (relativo a Daath). La cura del Fuoco Sacro
    è dunque il percorso centrale dell’Albero; tale percorso sta in equilibrio tra
    la colonna della Grazia (l’azione) e la colonna della Severità (la non-azione
    o tranquillità), quando le due vie sono divenute entrambe mezzo di
    innalzamento, armonizzate tra loro e svincolate dal desiderio di possesso (v.
    canto III, 43).
    Versi 5 –.
    È qui sottolineata la verticalità dell’Albero: innalzarsi è dare la
    scalata all’albero bianco, abbassarsi è capovolgere l’albero e quindi
    discendere nell’albero nero. Nessuno ci spinge in una direzione o nell’altra;
    noi soli siamo i nostri amici noi soli i nostri nemici. I tre corpi inferiori
    possono essere di aiuto (“... la Pietra che i costruttori hanno scartata è
    diventata testata d’angolo”Matteo 21, 42) può esserci inciampo (“... chi
    cadrà sopra a questa Pietra verrà sfracellato eccetera.”Matteo 21, 44); sta a
    noi, alla nostra capacità di soggiogarli, avere in essi collaboratori o
    sabotatori a tal punto che in colui che ha dominio su di sé il Sé Supremo si
    manifesta e il sé inferiore diviene centrato (“incrollabile nel freddo e nel
    caldo, nel piacere e nel dolore altresì nell’onore e nel disonore”).
    31
    Lo Yogî, dice Krisna, per essere chiamato “devoto”deve
    “considerare a un pari la zolla, il sasso e l’oro”: sono le stesse caratteristiche
    del Budda della 101° storiella Zen (ed. Adelphi) e la definizione di “ottimo”
    (“ottimo è colui che considera uguali i conoscenti, gli amici, i nemici ecc.”)
    è molto simile a quella del “buon salvatore di uomini”del Tao Tê Ching
    cap. XXVII: “così il Santo è costantemente un buon salvatore di uomini
    perché lo è senza respingere nessun uomo. Anche tra coloro che non sono
    buoni, chi viene respinto, eccetera?”.
    Versi 10 –
    Ecco un ‘altra serie di indicazioni tecniche per diventare Iniziati (cfr.
    “I Ching”esagramma 52: “Tener quieto il proprio dorso, così che egli non
    avverta più il suo corpo”, e Tao tê Ching cap. XXXIII): ritirarsi in
    solitudine senza voler possedere nulla e, senza speranza di ottenere risultati,
    meditare; in un ambiente puro (dove non ci sia fumo o aria viziata o
    confusione e disordine, né ammalati e neppure ci siano state controversie o
    discussioni) si pratichi la concentrazione e la meditazione con “il corpo, il
    capo, il collo eretti”(è lo star ritti iniziatico, per la crescita del braccio
    verticale della croce); “in un posto né troppo alto né troppo basso, su cui è
    distesa l’erba kusa, la pelle d’antilope e il panno”: è qui indicato nel suo
    simbolismo il mondo minerale, vegetale e animale, messo a servizio dello
    scopo reintegrativo. “Lo sguardo fisso sulla punta del naso”è la
    concentrazione (conversione) degli occhi e perciò dell’attenzione su Daath,
    escludendo qualsiasi altro interesse. “La mente in pace”indica il tacere dei
    pensieri inutili; “libero da timore”è l’osare iniziatico, “costante nel voto di
    Brahmacâri”significa che l’energia che si risveglia nel Malkuth non viene
    dispersa all’esterno, ma che tutta concentrata va fatta risalire fino a Daath
    (“prefiggendosi Me quale meta suprema”) da cui il passaggio a Kether è
    consequenziale essendo Daath e Kether tutt’uno nel Causale (“Come Tu
    Padre sei in me ed io in Te”Giovanni, 17, 21).
    Versi 16 –.
    Il grande merito della “devozione”è la sua capacità di distruggere la
    sofferenza, ma solo se legata ad un continuo equilibrio (“il correre sul filo
    del rasoio”dello Zen): non mangiare troppo né troppo poco; non dormire
    troppo né troppo poco; esercitarsi il giusto, rimanendo indifferente agli
    32
    oggetti del desiderio, con la mente fissa nel Sé come una fiamma “che non
    vacilla”, poiché il vento del Briah (mentale) è stato placato (v. Tao tê Ching
    cap. XLVIII).
    Da che cosa si vede che è stato raggiunto lo stato della “devozione”?
    Quando la mente è quieta, quando si è sempre sereni, sempre felici della
    Realtà del Sé, quando in quella felicità non si è turbati neanche da grande
    dolore; ecco, dal suo distacco dal dolore si riconosce il “devoto”.
    Versi 24 –.
    Le istruzioni date in questi versetti sono tutte relative al controllo
    della mente; sembra di vederlo questo mostro multiforme (è il serpente a 12
    teste del 3° racconto dei Tarocchi) che tenta di prendere il sopravvento e
    che invece deve essere “frenato”da tutti i lati da parte dello Yogî che vuol
    diventare uno con Brahman e ottenere la “sempiterna gioia”.
    Poi ancora una volta viene riaffermato il rapporto speculare della
    personalità con gli altri rispetto del Sé. Per la persona comune esistono tre
    enti ben distinti e separati tra loro (se non in contrasto): la Divinità, l’io
    personale con le sue continue attrazioni per il piacere e repulsioni per il
    dolore e gli altri; nell’iniziato (Yogî) tutto è centralizzato e unificato: l’io
    personale è unito al suo Sé per mezzo dell’adorazione, nella linea verticale
    della croce ed è unito agli altri per mezzo della linea orizzontale della croce,
    perché “egli giudica il piacere e il dolore di tutte le creature in analogia a se
    stesso”. Questa centralità (v. schema dell’Albero ridotto a ruota, canto IV)
    si realizza in Tiphereth, Sacrificio, e trasforma completamente la natura
    dello Yogî, cosicché egli non è “perduto”, inutile, vano, “illuso”(come la
    persona comune), ma vive direttamente nel Sé, nell’Io Sono, nel Cristo-
    Krisna.
    Versi 33 –.
    Alla semplicità dell’insegnamento del Maestro Arjuna oppone la
    difficoltà della pratica, chiamando Krisna con l’appellativo di
    M   A   D   H   U   S   U   D   A   N   A
    + 1 + 4 + 8 + 6 + 60 + 6 + 4 + 1 + 50 + 1 = 181 = 1
    33
    Chockmah, Saggezza, il dispensatore della conoscenza esoterica: è assai
    difficile frenare la mente e in effetti se è facile identificarsi col Sé
    Superiore, dopo cinque minuti però la mente se ne va per conto suo e pensa
    ad altro... è come il vento che soffia dove vuole (Briah). Krisna riconosce
    la difficoltà, ma poi specifica che due sono i mezzi per ottenere il dominio
    della mente: esercizio continuo e distacco più completo da ogni desiderio di
    frutto d’azione, dopo aver conseguito un buon controllo di sé.
    Versi 37 –.
    Ancora la personalità, timorosa di non riuscire a causa
    dell’incostanza della propria mente, chiede al suo Sé Superiore conforto e
    sicurezza; essa vorrebbe non perdersi, non perdere nel nulla tutti gli sforzi
    compiuti per tentare di raggiungere la perfezione e amorevolmente l’Io
    Sono spiega alla sua creatura (chiamandola “figliolo”) che nulla di buono va
    mai perduto: ogni rinascita porta con sé una nuova possibilità di
    raggiungere la Reintegrazione, ma nella nuova vita colui che ha già
    percorso il Sentiero ritrova in sé gli stessi orientamenti prima (“anche
    contro il voler suo è spinto dalla medesima pratica come nel passato”), poi
    tutte le acquisizioni precedenti (“egli si innalza al di sopra delle scritture”).
    In ogni modo la perfezione finale (la meta suprema) è il risultato di molte
    vite vissute “sforzandosi grandemente”percorrendo il Sentiero... tuttavia la
    cosa più importante resta quella di essere “un devoto”dell’Io Sono; questo
    è preferito fra tutti e non ha più da percorrere sentieri perché essendo il
    “Suo”devoto è già con Lui nel mozzo della Ruota.
    34
    Canto VII
    Versi 1 –.
    Nella completa aderenza all’Io Sono, al Principio Cristico, alla
    Coscienza Daath, è la possibilità di conoscere l’Essenza della Divinità: una
    volta conosciuta Questa per mezzo della sapienza e dell’esperienza “non
    rimane più nulla a conoscere in questo mondo”; è il “Tutto è compiuto”del
    Vangelo di Giovanni (19, 30).
    Nella ricerca esoterica la decimazione è la regola: su 1.000 ricercatori
    in Assiah, 100 in Yetzirah; su 100, 10 in Briah, su 10, 1 in Atziluth, perché
    “molti sono chiamati ma pochi gli eletti”. Infatti pochi si sforzano verso la
    perfezione (per mancanza di volontà) e pochissimi si identificano col Sé
    Superiore (per mancanza di conoscenza).
    Versi 4 –.
    Ecco dunque la ripartizione con relativa spiegazione della natura
    inferiore dell’Io Sono: otto elementi che possiamo comodamente collocare
    sull’Albero: terra, acqua, aria, fuoco, etere: Assiah e Yetzirah; intelligenza,
    ragione e coscienza: Briah; infine la natura che “è il principio di vita dal
    quale questo universo è mantenuto”: il Piano Divino, Atziluth.
    Da questa ottuplice natura (i quattro piani della coscienza)
    provengono tutte le creature, come da una matrice (Prakriti, Binah, la
    Grande Madre) e in essa si possono distinguere due funzioni, una di
    costruzione e una di dissoluzione: sono le due colonne dell’Albero; alla
    colonna della Grazia è legata la forza centrifuga che costruisce, alla colonna
    della Severità quella centripeta che dissolve; sono le stesse due funzioni
    della respirazione: l’espirazione che emette, l’inspirazione che prende.
    35
    Versi 7 –.
    Krisna si identifica qui col principio maschile Chockmah che feconda
    la matrice Binah (“il filo che penetra le perle”); Egli è quindi “il sapore
    delle acque”(quello che le qualifica), “lo splendore del sole e della luna”(il
    Daath di Tiphereth e Yesod nella linea centrale dell’Albero); “l’Om dei
    Veda”(il Suono creativo, il Verbo che dona la Sacra Scrittura, che si riflette
    nei piani più bassi e permette agli uomini di essere uomini e non animali).
    “La fragranza della terra, il fulgore nel fuoco, la vita nelle creature,
    l’austerità negli asceti”sono le qualità peculiari per cui tutte queste cose
    sono quelle che sono; l’Io Sono è dunque il principio della loro essenza
    specifica; l’Io Sono come Chockmah (essere), è il principio maschile,
    “l’eterno seme di tutti gli esseri, l’intelletto dei sapienti, la gloria dei
    gloriosi, la forza dei forti, l’affetto non incompatibile con il dovere”in cui
    rispettivamente gli esseri, i sapienti, i gloriosi, i forti, ecc. rappresentano il
    principio femminile di Binah (avere).
    Il tutto però nella costruzione dell’Albero bianco (“la forza esente dal
    desiderio e dalla passione”e “l’affetto non incompatibile con il dovere”),
    specificazione necessaria ancora una volta per ribadire la completa in
    contaminazione del Piano Atziluth.
    Versi 12 –.
    Ancora sulla natura dell’Io Sono abbiamo la spiegazione di come
    possano coesistere Immanenza, Trascendenza e Immortalità nella Divinità,
    ma per poter comprendere ciò bisogna non farsi ingannare dai tre attributi;
    l’unico modo per oltrepassare l’illusione (Maya) da essi derivata è quello di
    ricorrere direttamente all’Io Sono. Chi riesce in questo? Cominciamo con
    l’escludere coloro che operano al nero (“gli operatori di iniquità ecc.”), e i
    malvagi che si rendono simili ai demoni (forze accumulate al nero); costoro
    sono completamente esclusi dalla conoscenza del Sé. Di quelli che operano
    al bianco abbiamo, come al solito, quattro categorie: la prima è
    caratterizzata dalla sofferenza; “colui che soffre”è chi opera al bianco in
    Assiah (soffre = subisce), appartiene alla casta dei Sudra (v. schema pag.
    ); la seconda categoria è caratterizzata dalla fortuna; “colui che ricerca la
    fortuna”è chi opera al bianco in Yetzirah (fortuna = attività onirica legata
    alle passioni e all’emotività), appartiene alla casta dei Vaisya; la terza
    categoria è caratterizzata dalla sapienza; “colui che ricerca la sapienza”è
    36
    chi opera al bianco in Briah (sapienza come ricerca è studio ed è legata al
    mentale), appartiene alla casta degli Ksatriya, come Arjuna che combatte
    per trovare la sapienza, ormai consapevole della meta; infine la quarta
    categoria è quella superiore alle altre, caratterizzata dal possesso della
    sapienza: “colui che ha la sapienza”è chi opera in Atziluth, che adora
    l’Uno, che è sommamente diletto alla Divinità, il “devoto”, che appartiene
    alla casta dei Brahmana, di coloro che si reintegrano.
    Tutte le quattro categorie sono valide, ma l’ultima, quella del devoto
    è insuperabile perché entra a far parte della natura stessa dell’Io Sono.
    Per poter far parte di questa quarta categoria bisogna aver vissuto
    molte vite nella terza ricercando continuamente la sapienza e, dopo averla
    ottenuta, è necessario deporla (perderla) nel Sé Superiore e a Lui
    sacrificarla (v. canto IV, 33).
    Versi 20 –.
    E al termine della vita, delle altre tre categorie che avviene? Coloro
    che adorano gli Dei (Sephiroth) vanno agli Dei, cioè a quegli Enti che essi
    stessi hanno posto al di fuori di sé, con quelle caratteristiche che essi stessi
    hanno attribuito loro; ma anche quando, ad essi dedicando la propria fede,
    vengono esauditi nei loro desideri, in realtà vengono esauditi dall’Io Sono
    (Daath) che è il sostegno occulto di tutto l’Albero. Tuttavia riuscire ad avere
    i propri desideri esauditi è sintomo di “intelligenza limitata”(“a che vale
    guadagnare il mondo intero se poi si perde l’anima?”, in cui per anima si
    intende Spirito, Io Sono). Coloro che a tal fine tendono, ignorano l’Essenza
    Suprema della Divinità e rimangono perciò illusi e nella loro delusione
    perché non riescono a raggiungere la felicità.
    La differenza tra il manifesto e l’Immanifesto è la Conoscenza; il
    manifesto, l’Albero da Daath in giù, è soggetto ai tre attributi e perciò ai
    contrari, l’Immanifesto (0 Kether) è libero da ogni legame.
    L’Io Sono, il Cristo-Krisna, Daath partecipa delle due nature: del
    manifesto è la Coscienza, dell’Immanifesto, 0 Kether è il Figlio (essendo
    tutt’uno col Padre) Immortale.
    Quando il devoto, l’iniziato, “giunge al termine del suo peccato”e
    per peccato si intende venir meno al 1° Comandamento: “Io Sono il Signore
    Dio tuo, non avrai altro dio all’infuori di me”(che corrisponde alla
    “caduta”) e adora l’Io Sono, sforzandosi di liberarsi dalla nascita e dalla
    morte, allora egli finalmente può penetrare il significato e l’essenza di
    37
    B   R   A   H   M   A   N
    + 200 + 1 + 8 + 40 + 1 + 700 = 952 = 7
    Tutto, Assoluto, dell’intero
    A   D   H   Y      T   M   Â
    + 4 + 8 + 10 + 1 + 400 + 40 + 1 = 465 = 15
    del superamento degli opposti e di tutto il
    K   A   R   M   A
    + 1 + 200 + 40 + 1 = 262 = 10
    la Ruota di causa ed effetto.
    Conoscendo il Sé come
    A   D   H   I   B   H   U   T   A
    + 4 + 8 + 10 + 2 + 8 + 6 + 400 + 1 = 440 = 8
    la giusta manifestazione ( ) e come
    A   D   H   I   D   A   I   V   A
    + 4 + 8 + 10 + 4 + 1 + 10 + 6 + 1 = 45 = 9
    l’Eterno Seme (Yesod), si giunge alla compenetrazione di
    A   D   H   I   Y   A   J   N   A
    + 4 + 8 + 10 + 10 + 1 + 3 + 50 + 1 = 88 = 7
    l’Io Sono, il Cristo, che tutti li riassume e ci si può reintegrare (“Mi
    conoscono al tempo della morte”).
    38
    Canto VIII
    Versi 1 –.
    Possiamo collocare sull’Albero tutti i termini della filosofia indiana
    citati da Krisna e di cui Arjuna vuol conoscere il significato: Brahman è lo 0
    Kether cosmico, l’Assoluto, l’Uno senza secondo, l’Innominabile Ciò da
    cui deriva come scintilla il Kether individuale (Adhyâtmâ), Presenza dell’Io
    Sono nell’individuo, il Padre del cristianesimo. Karma è la forza per cui la
    divina Shekinà scende in esilio per sperimentare la realtà dei quattro mondi
    fino a che l’esilio non termina ed Essa (la Sposa) si ricongiunge alla
    Coscienza Daath (lo Sposo). In Adhibûta ritroviamo il principio di morte
    (Binah) e in Adhidaiva il principio di vita (Chockmah). Infine consideriamo
    Adhiyajna come Daath, la Coscienza del corpo incarnato, il Figlio, Cristo,
    Krisna, Mentale Superiore, fuoco del mentale.
    Versi 5 –.
    Notiamo che nell’esortazione del Maestro a “ricordarsi di Lui al
    tempo della morte”non viene fatta differenza tra Lui Stesso (Daath) e
    “l’Antico Veggente”, Sovrano (Kether) più minuto dell’atomo, sostenitore
    di ogni cosa, di forma inimmaginabile, splendente come il Sole (Tiphereth)
    ecc.; è questa una dimostrazione del fatto che nella coincidenza Malkuth
    Yesod (il discepolo)-Tiphereth Daath Kether (il Maestro) si attua
    l’istantanea centratura dell’Albero e si realizza la perfezione finale, il che
    ovviamente non avviene se ci si indirizza ad altre Divinità (Hod, Netzach,
    Gheburah, Chesed).
    39
    Versi 11 –.
    Questo sentiero centrale è “descritto brevemente”: è il Sentiero
    indistruttibile indicato dalle Sacre Scritture (in generale e dai Veda in
    particolare), che inizia col Malkuth-Yesod (il voto di Brahmacârî), prosegue
    con il fissare la mente in Tiphereth (il cuore) e termina con la
    concentrazione nel chackra in mezzo alla fronte Daath “ripetendo l’Una
    sillaba Om”.
    Esaminiamo un attimo questo O M   =  A U M: O corrisponde
    all’ebraico Ayn = nulla;  M = mem = morte (iniziatica, cioè resurrezione);
    nell’Om si esclude la partecipazione dell’io personale che si recupera in A =
    alef (bagatto agente) U = vau (Innamorato, cuore) M = mem e si rende
    operante in I A M (inglese); è singolare questa trasformazione di mantra: la
    pronuncia di “I A M”è  A (alef)   I (yod = ruota, chackra)   E (hé = iniziato)
    M (mem, la grande Madre che riassorbe tutto); noi però a essere sinceri
    preferiamo il mantra “So ham”(Io Sono Quello) che comprende anche la
    shin (S), ricordiamo che Alef, Mem e Shin sono le tre lettere madri, “segni
    di base per tutto ciò che è stato fatto e verrà fatto”(Sepher Yetzirah par. 7).
    Percorrendo tale Sentiero si accede allo Stato Perfetto da cui non si
    torna “alla vita che è luogo di dolore e transitoria”perché si è diventati
    M   A   H      T   M   Â
    + 1 + 8 + 1 + 400 + 40 + 1 = 491 = 5 (Iniziato)
    Versi 16 –.
    I quattro mondi o stati di coscienza sono tutti “manifestazione”e
    perciò destinati a cessare (anche il Piano Divino), però nella Coscienza
    Daath, il Figlio, che è tutt’Uno con il Padre e nella risalita della Shekinà
    non c’è più ritorno ma realizzazione completa. In Daath si ha la Conoscenza
    (con la capacità di essere attivi e non passivi, subendone l’alternanza) del
    Giorno e della Notte; cfr. Genesi, 1, 4: “Dio vide che la luce era cosa buona
    e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte”.
    Solo Dio “conosce”(inteso come capacità di penetrazione) il Giorno e la
    Notte e può stabilirli: “e fu sera e fu mattina, eccetera”(Gen. 1, 5).
    40
    Versi 18 –.
    La manifestazione e la non-manifestazione sono legate al Giorno e
    alla Notte di Brahman; sono le due funzione della respirazione cosmica
    (Zim-Zum della tradizione cabalistica e “Chi”respira è “Quel Mistero
    Supremo”del cap. I del Tao tê Ching: “Ciò che essi (i termini essere e non
    essere) hanno in comune io lo chiamo il Mistero, il Mistero Supremo, la
    Porta di tutti i prodigi”: Quel “Chi”è l’”Esistenza Immanifesta ed Eterna”,
    e l’”Ain Soph Aur”della Cabala di cui non possiamo dire assolutamente
    nulla, ma che forse potremo sperimentare (così qui ci viene promesso) per
    mezzo della fede in Lui solo.
    Versi 23 –.
    In questi versetti affrontiamo un tema essenzialmente pratico:
    nell’agire si deve operare in qualche modo, cioè in uno dei due sentieri o
    poli: quello solare o quello lunare, essendo quello centrale o neutro
    inafferrabile dalla nostra natura umana e solo di passaggio tra l’uno e
    l’altro. Vengono qui dati i consigli per l’azione reintegrativa e per le opere
    magiche in genere: fuoco, luce, giorno, luna crescente (inteso come
    direzione e legato a Yesod con ascesa dell’energia) per andare a Kether e
    non tornare; fumo (ombra), notte, luna calante (inteso come direzione e
    legato a Yesod con discesa dell’energia) ecc. per andare e tornare.
    Conoscendo la legge dei due sentieri (salita e discesa della Shekinà) non ci
    si può sbagliare su quello che si vuole... anche “tornare”può essere la
    scelta ad un certo livello di coscienza, quello dell’Avatar...
    Ma tale livello di coscienza deriva ovviamente solo dalla
    “devozione”... e qui il Maestro si tradisce... non è vero che bisogna agire
    senza ricercare il frutto dell’azione; sacrifici, penitenze, carità danno
    anch’essi il loro frutto e il Maestro lo vuole il frutto per il suo Arjuna (ma
    che sia “sacro”, per piacere). Questo frutto è l’”altissimo seggio
    primordiale”che è come dire “la poltrona nella stanza dei bottoni”in ogni
    luogo e nel persempre!
    41
    Canto IX
    Versi 1 –.
    Come avevamo già visto nel canto III, 32 “cavillare”cioè discutere
    l’insegnamento del Maestro è disintegrativi, mentre “non cavillare”è
    reintegrativo. Alla personalità che non discute il Sé Superiore dichiara la
    “sapienza segretissima”cioè “sé-creta”(distillata all’interno), che non è
    mera teoria, ma è esperienza pratica e dimostrativa della liberazione
    dall’illusione. Essa è detta “scienza sovrana, sovrano mistero”, è dunque
    relativa alla regalità, propria della 4° casta o 4° livello di coscienza e anche
    “ottimo purificatore”, è perciò inerente al fuoco, il miglior purificatore che
    esista; essa, dichiarata dal Sé Superiore (Krisna) e “direttamente percepita”
    dalla personalità (Arjuna), diventa “facile da seguire e imperitura”. Non
    aver fede in questa “sacra scienza”vuol dire fallire lo scopo
    dell’incarnazione e dover tornare per riprovare a perseguirlo.
    Versi 4 –.
    Ancora una volta è affermata l’immanenza e insieme la trascendenza
    della Divinità che di tutta la creazione è il sostegno e il fondamento pur
    senza essere da essa contaminata; possiamo vedere qui un parallelo con la
    Trinità cristiana: il Padre è il “Divino Potere”; il Figlio, la Sapienza, il
    Verbo, per mezzo di cui tutto fu fatto, è “l’Origine di tutti gli esseri”; lo
    Spirito Santo è l’Amore che tutto unisce “... così tutte le creature sono in
    Me”.
    Versi 7 –.
    Notiamo che se da
    K  A   L   P   A
    + 1 + 30 + 80 + 1 = 132 = 6
    42
    ricaviamo il 6, nel simbolo del 6 è la spirale    

    centripeta quando
    gli esseri rientrano nella natura Divina e          centrifuga quando
    vengono di nuovo prodotti (Zim-Zum cabalistico): tale respiro cosmico
    produce infinite volte la creazione, indipendentemente dalla volontà della
    cosa creata e senza coinvolgere (vincolare) la Divinità. Rientra in tale
    affermazione il concetto della creazione inteso come “lila”, giuoco divino
    che, come al solito, possiamo appena lontanamente intuire e non certo
    comprendere.
    “La natura produce ciò che è mobile e ciò che è immobile”: la
    Prakriti (Binah) fecondata dal Purusa (Chockmah), le due prime
    emanazioni, genera sotto la sovrintendenza della Divinità stessa, i 10.000
    esseri del Tao, l’Albero tutto, l’universo che si muove.
    Versi 11 –.
    Ci sono due categorie di persone nell’umanità: gli stolti che ignorano
    completamente l’Io Sono nella forma umana (i coltivatori dell’albero nero),
    nei quali tutto è vanificato: “la speranza, la sapienza, l’attività”e dei quali
    vana, inutile e disintegrativi è l’esistenza perché si legano alla natura
    illusoria dei demoni, il mentale superiore capovolto, dominio del Dragone;
    questa è una categoria; l’altra è composta da due generi di persone: i
    pochissimi Mahatma, illuminati, santi, iniziati (gli Uomini Reali del Tao), i
    quali conoscono direttamente il Sé Superiore, lo adorano e tutti concentrati
    in Lui di continuo lo glorificano e i molti altri che, pur nella costruzione
    dell’Albero bianco, non conoscono veramente l’Io Sono, ma lo adorano al
    di fuori di loro stessi come l’Uno, il Diverso, il Molteplice... eccetera.
    Versi 16 –.
    Ecco di nuovo un lungo elenco esplicativo degli attributi e qualità
    dell’Io Sono che chiarificano sempre meglio l’Onnicomprensività dello
    Spirito: da
    K   R   A   T   U
    + 200 + 1 + 400 + 6 = 627 = 15,
    43
    abbiamo il Superamento dei contrasti; da
    Y   A   J   N   A
    + 1 + 3 + 50 + 1 = 65 = 11,
    la Forza primordiale, da
    S   V   A   D   R   Â
    + 6 + 1 + 4 + 200 + 1 = 272 = 2,
    la Matrice. La virtù delle erbe è il potere guaritore; il Mantra è la Parola di
    Potere; il grasso del Sacrificio è l’odore più gradevole; l’oblazione, il
    Perdono: tutti riferimenti a Hod, Netzach e Tiphereth. Poi ancora: il Padre,
    la Madre, il Creatore e l’Avo sono la descrizione del Piano Atzilutico:
    rispettivamente Chockmah, Binah, Daath, Kether; “il fine della Sapienza,
    la potenza purificatrice, l’Om sono tutte caratteristiche del Cristo-Krisna: la
    Sapienza è il Figlio della Trinità; la potenza purificatrice è il Redentore;
    l’OM il Verbo creativo.
    Da
    R   I   G
    + 10 + 3 = 213 = 6
    ricaviamo il 6 dell’Innamorato; da
    S      M   A
    + 1 + 40 + 1 = 102 = 3
    il 3 dell’Imperatrice; da
    Y   A   J   U   R
    + 1 + 3 + 6 + 200 = 220 = 22
    il 22 del Folle, vale a dire: l’Amore, l’Intelligenza costruttrice, la Fantasia.
    44
    Versi 18 –.
    Poi le 12 qualità del versetto 18 la Mèta, il Sostenitore, il Signore,
    ecc., le collochiamo tutte sull’Albero di Atziluth: attribuiamo allo 0 Kether,
    Fuoco di Fuoco: la Mèta, l’Origine, la Dissoluzione; all’Chockmah, Aria
    di Fuoco: il Signore, il Seme imperituro, il Sostenitore; al 2 Binah, Acqua di
    Fuoco: il Ricettacolo, la Dimora, il Rifugio; al 3 Daath, Terra di Fuoco:
    l’Amico, il Testimonio, il Sostegno.
    Parimenti poniamo sulle due colonne dell’Albero: il caldo,
    l’immortalità, l’Esistenza, sulla colonna di Chockmah; le piogge, la morte,
    la Non-esistenza su quella di Binah.
    Versi 20 –.
    La sovranità dell’Io Sono è tale che Egli vuol donare alla personalità
    costruita sull’Albero bianco ciò che essa stessa desidera: il Paradiso se essa
    agogna il Paradiso (i divini conviti degli Dei, le musiche celestiali, le
    armonie eccelse... ecc.), oppure l’oggetto dei desideri se essa lo desidera:
    cioè poteri, ricchezze, amori, onori ecc.; ma tutto ciò, essendo legato ai
    meriti dell’individuo, è destinato ad esaurirsi e lo obbliga a tornare e
    ritornare, cioè a rinascere.
    In realtà l’adorazione delle varie divinità da quelle solari a quelle
    lunari, da quelle legate alle ricchezze  della terra a quelle legate alle
    ricchezze dell’acqua o dell’aria non può essere altro che l’adorazione
    dell’Unico Dio Signore, l’Io Sono, il Sostegno dell’Albero nelle sue
    molteplici manifestazioni; tuttavia poiché gli uomini sono dotati di libero
    arbitrio, essi vanno alle divinità da loro scelte: “... agli Dei vanno coloro
    che adorano gli Dei; agli avi vanno quelli che adorano gli avi, vanno agli
    spiriti malvagi coloro che adorano gli spiriti (quelli che hanno capovolto
    l’albero e costruiscono l’albero nero)”ma quelli che adorano l’Io Sono,
    pochissimi, eccelsi, i Mahatma, quelli vanno all’Io Sono Krisna-Cristo.
    45
    Ancora qualche accenno alla tecnica pratica per divenire “devoto”il
    diletto dell’Io Sono: offrire al Sé Superiore con “devozione”la foglia, il
    fiore, il frutto (dell’Albero, ovviamente) ecc. e qualunque cosa uno faccia,
    qualunque cosa uno offra, qualunque cosa uno dia... in definitiva proprio
    “qualunque cosa”.
    L’offerta di qualunque cosa a Daath, in altre parole la sacralizzazione
    continua e costante della propria vita, libera dai legami dell’azione e
    permette la liberazione finale. La Divinità è impersonale e imparziale con
    tutte le sue creature (perché non viene coinvolta o contaminata dalla
    creazione) ma permette solo a colui che l’adora ed è il Suo devoto di
    diventare Lei Stessa. C’è perciò un’unica “giusta risoluzione”(o decisione o
    direzione) da prendere ed è quella di adorare l’Io Sono; una volta presa, la
    condizione sociale (re o mendicante), il sesso (maschio o femmina), lo stato
    (innocente o peccaminoso) non contano più e non hanno più nessuna
    importanza perché “si ha giustamente risoluto”.
    È questa la sola libera scelta che viene richiesta ad ogni
    incarnazione... non rimane che prenderla! Se poi in più si è già Re e
    Sacerdoti, cioè già con un buon dominio del popolo (Malkuth) e si è già
    abituati a sacralizzare, cioè si ha già sviluppati Yesod e Tiphereth, non
    rimane che fissare la mente in Daath, adorarlo, prefiggerselo quale Mèta
    Suprema! È solo questo il “Sovrano Segreto”!
    46
    Canto X
    Verso 1
    Notiamo in questo primo versetto due particolari assai indicativi del
    rapporto discepolo-Maestro: il discepolo nella Suprema Parola “prende
    diletto”, il Maestro la dichiara per “desiderio del bene del discepolo”; è
    indubbio che un legame d’amore lega i due e tale legame inteso come
    corrente continua a doppia polarità di attrazione ci riporta al concetto di
    Sposo (Daath) e Sposa (Malkah) destinati a congiungersi nel “talamo”
    punto del cervello in cui l’energia che scende si congiunge con quella che
    sale, alla simbologia del “Cantico dei cantici”della Bibbia, alla letteratura
    mistico-religiosa di alcuni santi quali San Giovanni della Croce, Santa
    Teresa d’Avila, eccetera.
    Versi 2 –.
    Viene poi riaffermato il pensiero dell’impossibilità per gli Dei o i
    Savi di conoscere l’Assoluto: la parte non può conoscere il Tutto a meno
    che ad Esso non si identifichi, infatti solo “colui che Mi conosce (nel senso
    di entrare) come Non-nato è liberato da tutti i suoi peccati”. Tutte le Qualità
    (Sephiroth) nelle loro caratteristiche complementari e contrarie, legate ai tre
    Guna (le tre vie dell’Albero) provengono dall’Assoluto (Ain Soph) come
    emanazioni: i sette grandi Savi (che rappresentano le sette Sephiroth
    inferiori: Malkuth, Yesod, Hod, Netzach, Tiphereth, Gheburah, Chesed) e i
    quattro Manu Anziani (le quattro Sephiroth superiori: Daath, Binah,
    Chockmah, Kether). “Quegli che veramente conosce questa mia sovranità
    ecc.”, che veramente conosce l’Albero, “ottiene la devozione incrollabile; in
    ciò non v’ha dubbio”.
    47
    Versi 8 –.
    Regola base per il “devoto”, discepolo, yogi, è credere che l’Io Sono è
    l’Origine di tutto; adorare l’Io Sono; tenere fisso il cuore in Lui; dedicarGli
    la vita e, insieme ad altri “devoti”, conversare di Lui e, imparando l’uno con
    l’altro, essere sempre contenti e felici (cfr. Matteo, 18, 15-22). “A questi
    sempre devoti che Mi adorano con Amore Io concedo la devozione
    illuminata per mezzo della quale essi Mi conseguono”che corrisponde al:
    “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io Sono in mezzo a loro”
    di Matteo, 18, 20.
    Versi 12 –.
    Dalla frase del dubbio e dell’insicurezza, per mezzo delle ripetute
    affermazioni della disponibilità del Maestro verso il discepolo devoto,
    Arjuna passa alle asserzioni positive e realizzative attuando in sé, nell’unità
    raggiunta Maestro-discepolo le potenzialità latenti che gli permetteranno nel
    prossimo capitolo la contemplazione della “Visione Universale”.
    Arjuna dunque riconosce nell’Io Sono il Cristo-Krisna, tutt’Uno col
    Supremo Brahman, il Padre; il Redentore, il Dio unico, Onnipresente,
    Primordiale, Uno senza Secondo, acclamato tale da tutti i saggi terreni e
    celesti e afferma la sua completa fede e aderenza alla devozione. Né gli Dei
    (Sephiroth operanti al bianco), né tantomeno i demoni (Sephiroth capovolte,
    Qelipoth, operanti al nero) possono comprenderLo appieno: l’unica
    possibilità di comprensione è essere Lui (“Tu solo da Te stesso conosci Te
    Stesso”); che Egli dunque gli dichiari, gli mostri le sue Emanazioni e la
    Forma specifica su cui vuole che egli mediti “perché d’ascoltare le Parole
    Divine egli non è mai sazio!”(atteggiamento perfetto del discepolo: mai
    essere sazio di Testo Sacro, ma continuare ad attingervi nutrimento
    spirituale...).
    Versi 19 –.
    Inizia così la “dichiarazione”(inteso come “dire a chiarimento”,
    facendo luce con la parola su un argomento oscuro e sconosciuto) delle
    “Emanazioni”dell’Io Sono. Innanzitutto la sua locazione è il Cuore; lì
    risiede l’atomo seme che racchiude la memoria di tutte le incarnazioni e di
    tutti gli stati di coscienza; lì è Tiphereth, centro dell’Albero, centro della
    48
    coppa rotante in ogni direzione all’interno e all’esterno di se stessa, nelle tre
    dimensioni dello spazio e nei quattro stai di coscienza (toiro).
    Versi 21 –.
    Poi vengono annunciate una per una tutte le qualità dell’Io Sono: ben
    ; questo numero (10 + 64) ci riporta subito alle Sephiroth e agli
    esagrammi dell’I Ching: tentiamo di stabilire un rapporto tra l’Albero e la
    ruota dell’I Ching. Da una parte gli attributi di Krisna e dall’altra:
    “Fra gli Aditya io son Visnu”  Il Sereno (il lago)
    “tra i luminari il sole raggiante”  la Copia
    “tra i Marut Io son Marîci”  il Mite (il vento)
    “fra le case della luna la luna son Io”  la Ragazza che va
    sposa
    “dei Veda sono il Sâma Veda”  il Pozzo
    “dei Deva son Vâsava”  la Contemplazione
    “dei sensi la mente”  l’Impedimento
    “degli esseri l’intelligenza”  l’Ascendere
    “Dei Rûdra Sankara son Io”  l’Emendamento delle
    (Shiva)                                                                                 cose guaste
    “dei Yaksa Io son Vittesa”(ricchezze) 44   il Farsi incontro
    “dei Vasu son Pâvaka”(fuoco) 30   il Risaltante (il fuoco)
    “delle Montagne Io son monte        Malkuth
    Meru”(asse)
    “Come Brihaspati, capo dei 35   il Progresso
    Purodhasa”(sacerdote)
    “fra i generali Skanda son Io”  l’Esercito
    “dei mari son l’Oceano”  l’Abissale (l’acqua)
    “Fra i Savi Io son Bhrigu”  l’Avvicinamento
    “delle parole sono l’Om”Daath
    “dei sacrifici sono il sacr. 25   l’Innocenza
    della prece”
    “delle montagne sono l’Himâlaya”  l’Arresto (il monte)
    “di tutti gli alberi sono l’Asvattha”  lo Sviluppo
    “dei Saggi Divini Io son Nârada”  la Potenza del Grande
    “dei Gandharva sono Citraratha”  il Fervore
    (cantori)
    “tra i perfetti il savio Kapila son Io”  la Pace
    49
    “Fra i cavalli Ucchaihsravas”  l’Accrescimento
    “tra gli elefanti Airâvata son Io”  la Difficoltà iniziale
    “fra gli uomini il Monarca”  la Raccolta
    “fra le armi la folgore son Io”  l’Eccitante (il tuono)
    “fra le vacche Kâmadhuk”  la forza domatrice
    piccola
    “son Kandarpa causa della   2   il Ricettivo (la terra)
    generazione”
    “fra i serpenti Vâsuki son Io”  la Lite
    “Dei Nâga sono Annata”(serpenti) 36   l’Oscuramento della
    Luce
    “degli esseri acquatici Varuna”  l’Assillo
    “degli antenati Aryamân”  Dopo il compimento
    “dei sovrani Yama son Io”(morte) 12   il Ristagno
    “Fra i Daitya son Prahlâda”(demoni) 38   la Contrapposizione
    “tra gli annov. dei peccati sono il 41   la Minorazione
    tempo”
    “fra gli animali sono il leone”  la Compagnia fra
    (la forza)                                                                   uomini
    “fra gli uccelli Vainateya”(l’aquila) 26   la Forza domatrice
    grande
    “Dei purificatori sono Vâyu”(vento) 21   il Morso che spezza
    “fra i guerrieri Râma son Io”  il Sovvertimento
    “fra i pesci Makara”  la Veracità intrinseca
    “dei fiumi Io sono il Gange”  la Dissoluzione
    “Delle cose create la fine, il principio, 64   Prima del
    il mezzo”compimento
    “fra le scienze la Scienza del 40   la Liberazione
    Supremo Spirito”
    “di coloro che discutono l’argomento”  lo Sgretolamento
    “delle lettere sono la lettera A”  l’Attesa
    “delle parole composte Dvandva”  la Solidarietà
    “l’inesauribile Tempo”  la Durata
    “il Creatore dagli innumerevoli   1   il Creativo (il cielo)
    volti”
    “Sono la Morte”Binah
    “e l’Origine di ciò che sarà”Chockmah
    “sono la Gloria”Hod
    “la Prosperità”  l’Alimentazione
    “la Favella”  l’Influenzamento
    “la Memoria”  la preponderanza del
    piccolo
    “la Fortezza”Gheburah
    50
    “la Pazienza”  la Stoltezza giovanile
    “Fra gli inni del Sâma il Brihatsâman”  l’Avvenenza
    “dei metri sono il Gâyatri”  la Delimitazione
    “dei mesi Margasîsa”  la Casata
    “delle stagioni la Primavera”  il Ritorno
    “il giuoco”  la Decisione
    “la Luce degli illuminati”Tiphereth
    “la Vittoria”Netzach
    “lo strenuo Sforzo”  la Preponderanza
    del grande
    “la Bontà dei buoni son Io”Chesed
    “dei discendenti di Vrisni son 17   il Seguire
    Vâsudeva”
    “dei Pândava son Dhananjaya”  la Modestia
    “tra gli asceti son Vyâsa”Yesod
    “tra i vati il vate Usanâ son Io”  il Viandante
    “Io son la verga di coloro 10   il Procedere
    che governano”
    “l’accortezza di quelli che 33   la Ritirata
    desiderano vittoria”
    “della segretezza sono il Silenzio”  il Possesso grande
    “la Sapienza dei savi son Io”  il Crogiuolo.
    Versi 39 –.
    Infine Krisna dopo il lungo elenco di ciò che è la Divinità, cioè Se
    Stesso, conclude dicendo che non c’è assolutamente nulla di ciò che esiste e
    di ciò che non esiste che non faccia parte di Lui o che non provenga da Lui;
    tuttavia anche la conoscenza che deriva dalla “segretissima sapienza e dalle
    esperienze sue”(canto IX, 1) non serve a nulla, perché con conoscenza o
    senza conoscenza l’Io Sono rimane stabile, “dimora”(cfr. Mumonkan, koan
    n. 23 pag. 174):
    “Puoi descriverlo, ma invano, rappresentarlo ma senza risultato. Non
    puoi mai lodarlo in pieno: smettila di brancolare e di usare stratagemmi.
    In nessun luogo si può nascondere il vero Sé.
    Quando il mondo crolla  ”Ciò”è indistruttibile”.
    51
    Canto XI
    Versi 1 –.
    Arjuna afferma che ora la sua illusione è stata dispersa: egli conosce
    la parola che concerne Adhyâtmâ, il supremo Mistero, l’Io Sono incarnato
    nell’uomo e la Sua grandezza; notiamo che il riferimento agli “occhi di
    lotoӏ un palese richiamo ai chackra: il loto ha la forma della ruota e gli
    occhi rotanti sono i due centri al di sopra della testa (Binah, Chockmah) resi
    visibili e attivati. Arjuna dunque crede fermamente che la Parola del suo Sé
    Superiore è Verità ed ora aspira solo all’esperienza di ciò che conosce in
    teoria. Se nel primo canto si poteva meditare sul “dubbio di Arjuna di fronte
    al Bivio”ora si può ben riflettere sul “coraggio di Arjuna”(essendo stato il
    Bivio oltrepassato, Pârtha = 6 e 6 = Tiphereth = cuore) facendo un parallelo
    con l’episodio della vita di Giacobbe della Genesi cap. 32. Lì Giacobbe
    prima vede le schiere di Elohim, poi combatte con l’Angelo, ma
    l’operazione non gli riesce completamente, tanto è vero che rimane “offeso
    all’anca”; qui invece Arjuna “vede”, non lotta con nessuno e rimane
    integro; ciò vuol dire che c’è stata una preparazione migliore: egli nel
    periodo dell’apprendistato si è affidato completamente al suo Maestro, cosa
    che Giacobbe con tutte le mogli e i figli (nel senso letterale ed esoterico)
    non ha certo potuto fare.
    Poi il discorso continua diretto, Krisna fa ammirare al suo discepolo
    il suo Albero: la Sapienza di Chockmah (1) poiché da
    V   A   S   U
    + 1 + 60 + 6 = 73 = 1
    ricaviamo l’; la Comprensione di Binah (2) che ricaviamo da
    M   A   R   U   T
    + 1 + 200 + 6 + 400 = 641 = 2
    la Coscienza di Daath (3) che ricaviamo da
    A   D   I   T   Y   A
    + 4 + 10 + 400 + 10 + 1 = 426 = 3
    52
    la Bellezza di Tiphereth (6) che ricaviamo da
    R   U   D   R   A
    + 6 + 4 + 200 + 1 = 411 = 6
    il Fondamento di Yesod (9) che ricaviamo da
    A   S   V   I   N
    + 300 + 6 + 10 + 700 = 1.017 = 9
    l’Albero così schematizzato è † la Croce latina, è “l’Universo intero”
    raccolto nella Forma dell’Io Sono, ma per poterlo “vedere”gli occhi fisici
    non bastano, non sono adatti, bisogna avere l’Occhio Divino (il 3° Occhio,
    Daath, la Coscienza stessa) aperto e attivo, che può essere “donato solo dal
    Redentore”(Hari = Colui che toglie il peccato).
    Veri 10 –.
    Ora Arjuna, ricevuto l’Occhio Divino può vedere. La visione è
    descritta con arditi accostamenti di parole che fanno intravedere
    l’indescrivibile e intuire le dimensioni che noi non conosciamo, trascendenti
    il tempo e lo spazio, “nello splendore accecante di mille soli”, in cui l’Uno e
    il Molteplice si fondono e si identificano, visione terrificante ma sostenibile
    da chi è pronto come Arjuna che ha i capelli irti, ma è
    D   H   A   N   A   N   J   A   Y   A
    + 8 + 1 + 50 + 1 + 50 + 3 + 1 + 10 + 1 = 129 = 12
    (l’Appeso), colui che permette la discesa del cielo e la salita della terra: v. il
    n. 12 dei Racconti dei Tarocchi e il n. 11 dei Racconti dell’I Ching
    (“chinato il capo e giunte le palme”).
    Versi 15 –.
    La Trimurti indiana ci si rivela con questa descrizione di Arjuna:
    inizia ad apparire Brahmâ, il Dio Creatore, “sul suo trono di loto attorniato
    da santi e serpenti celestiali”(v. il n. 1 dell’I Ching); il diadema, lo scettro e
    53
    il disco sono simboli delle tre vie dell’Albero e corrispondono alle tre
    lettere madri dell’alfabeto ebraico (Alef, Shin e Mem: “Mem tace, Shin
    stride e Alef risuona”, rispettivamente colonna di Binah, colonna di
    Chockmah, colonna centrale v. Sepher Yetzirah par. 7), ognuna delle tre
    “persone”della Trimurti ha manifesta la sua propria Qualità e latenti le altre
    due: Brama quando si manifesta come Brama è tutto Brama ma ha in Sé
    Shiva e Visnu; la stessa cosa avviene nella Trinità Cristiana: nel Potere del
    Padre è latente la saggezza del Figlio e l’Amore dello Spirito Santo, per cui
    la Divinità risulta sempre Una e Trina. Gli appellativi che Arjuna attribuisce
    all’Io Sono quale Brama sono tutti relativi a Chockmah (Vita):
    “Indistruttibile, Supremo, Meta della Sapienza, Ultimo Sostegno (ultimo nel
    ritorno subito prima di Kether), Guardiano delle Leggi eterne (sempre di
    Kether)”. È tutto l’Albero di Chockmah che viene visto ed esaltato;
    nell’infinito (“senza principio, mezzo o fine”) nel potere, nella molteplicità,
    nel sole e nella luna, gli occhi, che sono il Chockmah e il Binah di
    Chockmah che, come prima Sephirah, è mezzo di congiunzione tra Kether
    (il cielo) e il resto dell’Albero (la manifestazione) e che, visto, provoca il
    tremore nei tre mondi inferiori (Briah, Yetzirah, Assiah).
    Versi 21 –.
    Nella Visione Universale alla Forma del Creatore Brama si
    sovrappone la Forma del Distruttore Shiva, corrispondente all’Albero della
    Sephirah Binah (Morte). Arjuna vede allora che gli Dei e i semidei (Briah) e
    i personaggi della mitologia indiana e i demoni (Yetzirah) entrano in quella
    Forma terribile “fornita di molti ventri e spaventosa per le innumeri zanne”,
    trema e invoca Krisna con l’appellativo di Visnu, la Divinità Conservatrice,
    manifestazione centrale di collegamento e sintesi delle due precedenti,
    Daath, il Figlio di Chockmah (Brama) e Binah (Shiva) che li unisce e li
    fonde. Ma malgrado la richiesta di aiuto Krisna per ora non soccorre il
    discepolo (per fortuna non si interrompe l’operazione, il cuore batte forte
    ma regge) e Arjuna può vedere Shiva che distrugge l’ultimo piano, Assiah,
    tutto quello in cui la personalità ha creduto fino a quel momento: il re
    (Malkuth e tutto il suo albero) i guerrieri, i parenti, gli amici; li vede
    precipitarsi nel Dio Distruttore come farfalle che cadono nella fiamma
    ardente e quel che è più terribile, vede la Divinità risplendere della
    combustione del creato. Ma Arjuna resiste, non rinuncia (non torna indietro)
    vuol sapere ancora e chiede a Krisna: “Dimmi, in questa forma terribile chi
    sei?”, e lo saluta coraggiosamente: “Salve! O Sommo tra gli Dei, sii
    propizio! Tu, il Primordiale, io bramo di conoscere, eccetera”.
    54
    Versi 32 –.
    Krisna risponde come Shiva, come Binah, la grande Madre che tutto
    riassorbe nel suo grembo di Morte e gli dimostra quanto inutile sia la sua
    paura di uccidere i parenti e gli amici divenuti nemici (quella parte di sé
    volta al nero, v. interpretazione del 1° Canto): la vita è talmente breve che
    se non abbiamo noi stessi il coraggio di uccidere il nemico (difetti, vizi,
    cattive abitudini, il nostro albero nero insomma) il Tempo stesso si
    incaricherà di farlo, distruggendo i nostri veicoli perituri e noi avremo solo
    sprecato un’incarnazione; che “senza timore”dunque Arjuna combatta, “i
    suoi nemici vincerà in battaglia!”.
    Versi 35 –.
    Da
    K   E   S   A   V   A
    + 5 + 300 + 1 + 6 + 1 = 333
    ricaviamo il 333, cioè il 3 (Daath) dei tre piani fisico, astrale e mentale e
    diciamo che Arjuna,
    K   I   R   I   T   I
    + 10 + 200 + 10 + 400 + 10 = 650 = 11, la Forza,
    la Shekinà che risale l’Albero, la Sposa, ora si prostra allo Sposo e lo prega:
    “O Somma Giustizia”
    H   R   I   S   I   K   E   S   A
    + 200 + 10 + 300 + 10 + 20 + 5 + 300 + 1 = 854 = 8 = Giustizia,
    “della Tua Gloria si rallegra e gode tutto l’Universo”, da Te fuggono le
    forze negative (Râksasa = demoni = Dragone) e “le osti dei Siddha (i
    perfetti) a Te si prostran tutte”: questo sutra ci riporta al “Ritorno del
    Cristo”di Matteo 24, 20: “Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio
    dell’Uomo ecc.”. E che altro potrebbero fare di fronte al Signore Supremo?
    Egli è più grande di Brama, egli è Brahman, la Causa Prima; l’Io Sono è
    “l’Essere e il Non-essere e Ciò che trascende entrambi”, “il Mistero
    Supremo la Porta di tutti i Prodigi”del Tao tê Ching cap. I.
    55
    Il riconoscimento di Arjuna, la sua “devozione”è perciò totale
    (l’operazione si compie perfettamente); poi ancora seguono due serie di
    appellativi in cui egli definisce l’Io Sono con due “insiemi”completi di 7
    elementi ciascuno: 7 + 7 = 14 = 5 = Sapiente Maestro (Papa) e in seguito
    glorifica il suo Sé “.000 volte”(1.000 è il numero della perfezione): in
    fronte, a tergo e da ogni parte. Nel Sepher Yetzirah, par. 6, avevamo che le
    direzioni venivano suggellate da Jod, He, Vau (JHV), qui con Arjuna
    abbiamo il riconoscimento della sacralità di tutte le direzioni che dal Nome
    Sacro sono compenetrate ed è l’azione di Ritorno, la corretta risalita della
    Shekinà.
    Versi 41 –.
    Successivamente, dal riconoscimento del Potere dello Spirito, Arjuna
    passa ad esplorare la sua personale posizione: la personalità è praticamente
    niente di fronte allo Spirito, tuttavia poiché con lo Spirito è sempre in
    contatto diretto a causa del cordone di luce che entra nella sommità del
    capo, egli chiede perdono di quando inconsciamente ha mancato di rispetto
    al suo Sé per leggerezza, per troppa confidenza, per ignoranza,
    dimenticando che Egli è il Sommo Signore dei tre mondi inferiori Briah,
    Yetzirah, Assiah. Questa è la “giusta”posizione della personalità nei
    confronti dell’Io Sono: chiedere perdono e supplicare amore e indulgenza
    come “il figlio con il Padre, l’amico con l’Amico, l’amata con l’Amato, la
    Sposa con lo Sposo del sutra n. 32. Se Egli, il Signore degli Dei è disposto
    al Perdono e alla condiscendenza, mostri la Sua Forma più amorevole,
    quella conservatrice di Visnu (Daath) dalle quadruplici braccia (Rosa-
    croce), cinto del diadema (corona = 0, Kether) con lo scettro (1, Chockmah)
    e il disco (2, Binah).
    Versi 47 –.
    Il Signore accondiscende rivelando che quella sua Forma terribile è
    conoscibile solo dal Discepolo
    K   A   U   R   A   V   A
    + 1 + 6 + 200 + 1 + 6 + 1 = 235 = 10
    56
    Malkuth, Pietra, dalla Pietra che è divenuta Pietra d’angolo (Salmo 117, 22-
    ).
    Lo spavento di Arjuna al vedere di nuovo la Forma consueta, mite e
    benigna del Maestro si dilegua. Egli ha ben superato la “prova”. Quella
    forma Universale che è bramata dagli stessi Dei che continuamente in essa
    si dissolvono, Arjuna l’ha conosciuta e sostenuta; riuscire a vederla e
    rimanere “ritti in piedi”anche se in umiltà, senza essere disintegrati o
    fuggire è quasi titanico ma è quello che può l’Iniziato. Non per lo studio dei
    Testi Sacri, né per l’austerità né per il sacrificio si raggiunge quello stato di
    Coscienza; solo con la “Devozione”all’Io Sono: compiendo ogni azione per
    Lui, considerandoLo il Supremo, liberi da attaccamento e nell’Amore
    universale; solo così è possibile la Reintegrazione!
    57
    Canto XII
    Versi 1 –.
    Il problema che si pone ora Arjuna (la personalità) dopo la Visione
    Universale è questo: quale differenza di realizzazione può esserci tra colui
    che medita sull’Io Sono (Daath, Figlio, Coscienza) e colui che medita
    sull’Immanifesto (Kether, Padre, Antico degli Antichi)? Poiché ci sono
    alcuni che rifiutano di considerare degna di adorazione qualsiasi Forma di
    Divinità Manifesta, sia pure altissima quale l’Io Sono e si rivolgono solo
    all’Immanifesto con la meditazione del tipo “senza seme”o senza sostegno,
    considerando questa Forma la più alta e perciò l’unica degna di adorazione.
    Krisna ovviamente, essendo Lui stesso Daath, non può che preferire la
    prima categoria di devoti, i “suoi devoti”; accetta naturalmente anche gli
    altri, in quanto Egli è anche l’Immanifesto (Canto IX, 4 e X, 8) (essendo
    tutt’Uno col Padre, Giovanni 1, 1), ma fa chiaramente intendere che la
    strada scelta dalla seconda categoria di devoti è senza dubbio la più difficile
    da percorrere. Come può chi è in manifestazione concepire “realmente”
    l’Immanifesto se non altro che come una speculazione mentale? In ogni
    modo è sicuramente una strada anche quella, ma non certo la via dello
    Ksatriya (e noi siamo tutti Ksatriya, legati all’azione); la capacità “reale”di
    fare il “vuoto mentale”è riservata a pochissimi; è molto meglio
    accontentarsi di meditare su una Forma di Divinità più vicina a noi, su cui
    poter “fissare la mente”, da considerare “quale Meta Suprema”, per la Quale
    “rinunziare al frutto dell’azione”. Tanto più che Essa Stessa (Krisna)
    assicura di “innalzare senza indugio il suo devoto fuori dall’oceano del
    mondo della morte”. Poi, Krisna aggiunge, se questo “fissare la mente”
    risultasse troppo difficile per alcuni, allora questi tentino di applicarsi
    “gradualmente”alla meditazione dell’Io Sono. E se anche questo è per loro
    troppo difficile, si dedichino almeno alle opere che all’Io Sono sono gradite
    (costruzione dell’Albero bianco, con preferenza della linea centrale),
    compiendo le varie azioni per amor suo. Se anche a questo non riescono,
    prendano allora rifugio nella “devozione”, controllandosi e tentando di
    rinunziare al frutto dell’azione. C’è una gradualità nell’ascesi spirituale e i
    gradi si sviluppano l’uno dall’altro, prima di tutto occorre l’applicazione; a
    questa segue la sapienza; poi viene la contemplazione, poi la rinunzia del
    frutto dell’azione. Alla rinunzia tosto segue la pace. Non possiamo non
    58
    vedere in queste cinque tappe il percorso Malkuth, Yesod, Tiphereth, Daath,
    Kether.
    Versi 13 –.
    In apparente contraddizione con quanto detto al versetto 29 del canto
    IX (“Io sono lo stesso verso tutte le creature; niuna Io ne odio e niuna mi è
    cara”), abbiamo qui un lungo elenco di qualità che rendono “caro”all’Io
    Sono il suo devoto; nemmeno a dirlo, sono tutte qualità dell’Albero bianco
    e poiché le loro caratteristiche sono tutte legate alla colonna dell’equilibrio,
    tendenti alla perfezione e alla non –azione, possiamo considerarle come lo
    sviluppo dell’Albero della Sephirah Tiphereth (la congiunzione tra Yesod,
    Arjuna e Daath, Krisna); d’altra parte per un altro verso e precisamente per
    la ripetizione musicale della frase “Mi è caro”(ben cinque volte), quelle
    stesse qualità ci ricordano l’elenco di quelle altre che rendono “beato”il
    cristiano, vale a dire l’elenco delle Beatitudini del Discorso della Montagna
    del Vangelo di Matteo... cerchiamo allora un parallelo fra loro, basandoci
    sempre sul glifo cabalistico.
    v. 13  “colui che è amorevole e pietoso”–Tiphereth –
    “beati i puri di cuore”
    v. 14 “colui che è fermo nella determinaz.”–Hod –
    “beati i perseguitati”
    v. 15 “colui che è emancipato dall’ira”–Gheburah –
    “beati gli operatori di pace”
    v. 16 “colui che è spassionato, impavido”–Netzach –
    “beati quelli che piangono”
    v. 17 “colui che rinunzia a ciò che è piacevole”–Malkuth –
    “beati i miti”
    v. 18 “colui che è uguale con l’amico, ecc.”–Chesed –
    “beati i misericordiosi”
    v. 19 “colui che è taciturno, senza dimora”–Daath –
    “beati i poveri di spirito”
    v. 20 “quei devoti pieni di fede, ecc.”–Yesod –
    “beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”.
    Notiamo che questi ultimi non sono solo “cari”ma “sommamente
    diletti”, corrispondono infatti agli Arjuna, ai discepoli prediletti, coloro che
    al termine di un colloquio col loro “Io Sono”dicono: “Distrutta è
    l’illusione. Per Tua grazia, o Imperituro, ho ritrovato la mia memoria.
    Dileguatisi i dubbi, io fermo resto. Seguirò la Tua Parola”(canto XVIII, 73)
    59
    Canto XIII
    Versi 1 –.
    In Genesi cap. 23 si parla dell’acquisto del “Campo di Efron”da
    parte di Abrahamo per seppellire Sarah, la sua Donna, come base di
    proprietà della Terra Promessa... è indubbio che la conquista della Terra
    Promessa non è altro che la conquista di un gran Campo. Dunque “Campo”
    e “Terra Promessa”possono essere omologati e non sono altro che il
    Malkuth, Regno o Pietra o Terra di Assiah o Gerusalemme terrestre o
    Terreno Sacro che deve essere “conosciuto”dal “Conoscitore del Campo”;
    e Chi è il “Conoscitore del Campo”? È la Coscienza stessa, la Sephirah
    Daath che completamente sviluppata diviene Krisna, il “Conoscitore del
    Campo in tutti i Campi”.
    “Vera Sapienza”è solo la Scienza che si occupa dello studio
    dell’Albero tutto e delle relazioni tra le varie Sephiroth e la Sephirah Daath
    (occulta).
    Versi 3 –.
    Krisna dà ora al suo Discepolo informazioni sul “Campo”, gli offre in
    altre parole la Vera Sapienza e il modo di diventare il “Conoscitore del
    Campo”.
    Le notizie al riguardo sono”brevi”ma devono essere spunto per
    studio e meditazione. Ovviamente i Testi Sacri da sempre trattano questo
    argomento, perciò l’unico studio raccomandato è ancora una volta quello
    che li riguarda.
    Versi 5 –.
    Il “Campo”è dunque l’Albero; esso comprende tutto: gli elementi su
    quattro piani, la Coscienza (Daath), l’Immanifesto (Kether), l’uno, la mente
    60
    (Briah), i dieci organi dei sensi e i cinque sensibili che possiamo collocare
    tutti sul Glifo: occhi –colore (Daath); lingua –sapore –laringe (Chesed);
    tatto –mani, naso –odore (Gheburah); orecchi –suono (Tiphereth); organi
    generazione (Yesod); organi escrezione, epidermide, piedi (Malkuth); o
    sulle tre colonne: avversione e dolore sulla colonna della Severità, desiderio
    e piacere sulla colonna della Grazia, intelligenza e fermezza sulla colonna
    dell’Equilibrio.
    Versi 7 –.
    Segue ora un elenco di qualità che debbono essere coltivate dal
    Discepolo che vuole ottenere la Sapienza; queste qualità, corrispondenti alla
    costruzione dell’Albero bianco sono la Sapienza stessa: rettitudine
    (Chesed), inoffensività (Gheburah), reverenza per il Maestro e purezza
    (Tiphereth), semplicità (Netzach), pazienza (Hod), umiltà e costanza
    (Yesod), padronanza di sé (Malkuth). In particolare sono messe in rilievo le
    qualità della colonna centrale dell’Albero: nel v. 8 Malkuth, nei vv. 9 e 10
    Yesod e nel v. 11 Tiphereth; al termine di questa scalata diretta dell’Albero
    è la Sapienza, il Figlio della Trinità cristiana, l’opposto è ignoranza, il
    peccato, il Dragone.
    Versi 12 –.
    Ora per mezzo della Sapienza (Figlio, Daath, Cristo, Krisna) si
    giunge al Supremo Brahman (Padre, Kether), v. Giovanni, 14, 6 –: “Io
    Sono la Via, la Verità e la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di
    Me. Se conoscete Me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e
    lo avete veduto”.
    La descrizione del Brahman è descrizione dell’Indescrivibile, con
    termini relativi alle caratteristiche umane, poiché in Genesi 1, 26 Dio aveva
    detto: “Facciamo l’uomo a Nostra Immagine, a Nostra Somiglianza”, allora
    Dio può essere immaginato con una figura umana. Krisna Lo descrive come
    un Uomo Infinito, Immenso, Supremo che tutto comprende e tutto sostiene,
    senza essere vincolato; che concilia tutti i contrari, che media tutti gli
    opposti, che è dentro e fuori, mobile e immobile, lontano e vicino, Uno e
    Trino: Creatore come Brahma, Sostenitore come Visnu, Distruttore come
    Shiva (Trimurti che avevamo fatto corrispondere rispettivamente a
    61
    Chockmah, Daath e Binah, v. commento al canto XI). Brahman è “la luce
    delle luci”, è “oltre l’oscurità”termini che somigliano molto alla definizione
    cabalistica dell’Ain Soph Aur = Luce infinita dell’Esistenza Negativa =
    Fulgore Negativo; Krisna è la Sapienza, Daath; l’oggetto della Sapienza è
    Malkuth, stabilito nel cuore Tiphereth. Il Devoto dell’Io Sono, conoscendo
    tutto ciò entra nello stato di Coscienza Cristico e si identifica con “Quello”,
    So ham = Io Sono Quello.
    Versi 19 –.
    Ora che Brahman è stato chiaramente definito (per quanto è possibile
    con le parole e i concetti e nella consapevolezza della reale impossibilità di
    definirLo veramente perché “il Tao che può essere detto non è l’Eterno
    Tao”) Krisna tenta di spiegare al suo Discepolo l’essenza dei due Principi
    della Creazione: “Purusa e Prakriti”, che noi abbiamo posto sull’Albero in
    Chockmah e Binah, canto IX, 10 e che in Genesi 1, 2 avevamo fatto
    corrispondere allo Spirito di Elohim (Purusa) che aleggia sull’Oceano
    (Prakriti).
    Purusa e Prakriti sono pure le due forze Yang e Yin del Taoismo
    ovvero i cosiddetti “Termini”del Tao tê Ching, cap. I, che derivano
    direttamente dal Mistero, il “Mistero Supremo”.
    Se il bianco, il luminoso, il maschile non si mescolasse col nero,
    inteso non come male, ma come oscuro, femminile, non si avrebbe la
    manifestazione. Secondo la teoria del Sankhya (v. nota al canto II, 45) i due
    principi sono coesistenti; secondo il sistema Vedanta esiste solo lo Spirito
    (Purusa) mentre la Materia Primordiale (Prakriti) è illusione; per la Cabala
    le Sephiroth Chockmah e Binah sono complementari e interagenti, anche se
    Chockmah precede Binah come successiva emanazione nella discesa della
    Shekinà (v. Genesi 1, 27: “Dio creò l’uomo a Sua Immagine, a Immagine di
    Dio lo creò, maschio e femmina lo creò”.
    “Purusa stabilito in Prakriti”a livello cioè mentale, nella svecchiatura
    di Chockmah e Binah perciò in Chesed e Gheburah, diviene per l’individuo
    l’origine del piacere e del dolore e di causa ed effetto; ed ecco che a questo
    livello (dal mentale in giù) si verifica la possibilità di “nascere in buone o
    cattive matrici”.
    62
    Versi 22 –.
    La personalità che conosce lo “Spettatore”, Colui che permette, il
    Sostenitore, Daath, insomma, Cristo, Krisna, il Figlio di Chockmah e Binah
    Archetipali, conosce anche lo Spirito Supremo, v. commento al canto XI,
    –, perché conosce l’Albero e il suo funzionamento e per questo non
    nasce di nuovo e al termine della vita si Reintegra. Ma la possibilità di
    Reintegrazione è data anche a chi si identifica direttamente col Sé; al
    Devoto della Conoscenza, al Devoto nell’azione (azione ovviamente
    staccata dal frutto dell’azione); infine possono anche Reintegrarsi coloro
    che aderiscono per Fede al Sé pur senza conoscere la Scienza della
    Sapienza.
    Versi 26 –.
    Krisna dice che qualsiasi cosa viene all’esistenza è il prodotto
    dell’unione tra il Campo e il Conoscitore del Campo; questa frase si può
    rapportare alla cabalistica unione della Sposa (Malkah) con lo Sposo
    (Daath); nello Zoar infatti avevamo che quando il Re, il Santo, che sia
    Benedetto, si unisce alla sua Regina, la Matrona, “... una voce risuona dalla
    parte del Sud che fa udire queste parole  ”Svegliatevi legioni e armate
    celesti, è il momento in cui si manifesta l’Amore del vostro Signore...”, e il
    Bene si diffonde in tutto l’Universo perché tutte le membra si sono riunite
    al punto di formare l’Unità”(pag. 170 ed. Atanor)
    Poi viene ripreso il tema della possibilità di Reintegrazione per il
    Discepolo nello sviluppo della Coscienza come capacità di “vedere”(3°
    Occhio) la natura del Brahman o Kether, o Assoluto: bisogna saper vedere il
    Suo completo distacco, svincolamento e in contaminazione da qualunque
    attrazione, anche da quella della Sua Creazione e il Suo Essere Radice di
    quella (infatti tutte le Sephiroth emanano dallo 0 Kether).
    Infine bisogna saper percepire la differenza tra il “Campo”(Malkuth)
    e il “Conoscitore del Campo”(Daath) nonché la necessità della liberazione
    dalla manifestazione intesa come vincolo, costrizione e attrazione: solo per
    tale “giusta”percezione si giunge alla meta dell’incarnazione,
    all’Ascensione “andando così al Supremo”.
    63
    Canto XIV
    Versi 1 –.
    Arjuna che nel canto XI aveva vissuto l’esperienza della Grande
    Illuminazione, tornato allo stato normale, necessita ancora di consigli e
    guida; continua perciò l’istruzione del Discepolo da parte dell’Io Sono, il Sé
    Superiore, Krisna; viene ancora rinnovata la promessa del sicuro
    Raggiungimento Supremo da parte di colui che “ricorre”alla Sapienza
    (ricordiamo il Patto d’Alleanza di Jahvé con Abramo e le successive
    riconferme di quello con Isacco e Giacobbe nella Genesi)..
    Versi 3 –.
    Qui viene completamente rovesciato (nel senso figurato) il concetto
    di relazione tra Brahman, Kether, il Padre e Adhiyajña, Daath, il Figlio; ma
    se noi entriamo nella comprensione del concetto di “Padre”come Potere
    Assoluto (v. commento al Vangelo di Giovanni), del “Figlio”come
    Sapienza (e dello “Spirito Santo”come Amore) ecco che l’immagine che ne
    risulta può essere quella della “Matrice”(0 Kether) e del “Seme”(Daath), in
    quanto la “Sapienza”feconda il “Potere”(“... tutto è stato fatto per mezzo
    di Lui e senza di Lui niente è stato di ciò che esiste”Giovanni 1, 3),
    cosicché mentre Chockmah feconda Binah in orizzontale, Daath feconda
    Kether in Verticale e l’Albero Atzilutico si centra in Tiphereth (Amore) ù.
    Questo accostamento inoltre ci riporta anche al concetto ermetico del
    “Figlio che feconda la Madre o la Vergine”; ovviamente queste immagini
    non sono altro che flash, baluginamenti usati per provocare una qualche
    “percezione”di Quello che è In conoscibile, Immensurabile e
    completamente superiore alla nostra capacità di comprensione manifesta,
    non però alla nostra capacità di comprensione latente...
    64
    Versi 5 –.
    Ora prendiamo in considerazione un altro capovolgimento di
    attribuzioni: in precedenza avevamo abbinato ai tre “Guna”Sattva, Rajas e
    Tamas le due vie dell’Albero e la loro alternanza e questo va bene perché ci
    chiarisce un lato del concetto di manifestazione che è positiva, solare in
    Sattva, negativa, lunare in Tamas e mutevole e instabile in Rajas (v. il n. 14
    dei Racconti dei Tarocchi); ora però, da quello che ci dice Krisna, possiamo
    leggere i tre Guna sull’Albero in un altro modo: a causa della volontà
    (Chesed) della creatura in manifestazione, a livello di “subito dopo”Binah
    (perché gli attributi sono da Prakriti prodotti e Prakriti = Binah e Daath è
    “occulta”, cioè fuori gioco) da Chesed in poi, per intenderci, si verifica
    questa possibilità:
    Briah
    Albero bianco: Sattva
    Yetzirah
    Rajas
    Assiah (Malkuth)

    Albero nero: Tamas
    in cui la manifestazione, condizionata dal libero arbitrio, diviene
    promanifestazione o contromanifestazione; ecco dunque che Sattva è
    attribuito alle Sephiroth, Rajas al Malkuth (Assiah, piano dell’azione) e
    Tamas alle Qelipoth.
    L’Albero bianco, Sattva, conduce alla felicità; Rajas, l’azione,
    conduce all’attaccamento e Tamas, l’Albero nero, porta alla negligenza (a
    mancare cioè allo scopo della vita). Sattva dà luce, bene; Rajas dà
    mutamento e possibilità di scelta; Tamas produce oscurità e male.
    65
    Al tempo della morte, avendo costruito un Albero tutto bianco e
    armonico si raggiunge la Sapienza (l’Io Sono), ci si reintegra; avendo
    costruito un albero misto con azioni rajasiche, si rinasce come uomini e
    donne normali; avendo costruito un albero tutto nero si rinasce nelle matrici
    irrazionali (si viene disintegrati), v. commento alla Sapienza cap. 3, 5 –e
    cap. 5, 1 –.
    Versi 16 –.
    Le azioni dunque a causa dei tre attributi possono essere sattviche,
    cioè pure e portatrici di Sapienza; rajasiche, recanti avidità e di conseguenza
    dolore; tamasiche, portatrici di ignoranza e perciò di negligenza (vanificanti
    l’incarnazione); la direzione verso cui esse portano è schematizzata dalla
    freccia nel glifo sopra: le sattviche in alto, verso Atziluth, il Piano Divino;
    le rajasiche in entrambe le direzioni (con le relative lacerazioni e contrasti);
    le tamasiche verso l’espulsione, in basso. Ma colui che “vede”(il
    Veggente), colui che ha sviluppato la Sephirah Daath, conosce l’Io Sono,
    conosce che Egli è il Signore, al di sopra e al di fuori degli attributi e per
    mezzo della Sapienza entra nella sua Coscienza: il Discepolo che si pone
    “oltre”gli attributi non rinasce ma diviene “immortale”, si reintegra,
    realizza l’Ascensione.
    Versi 21- 27.
    La richiesta di informazioni sulla “tecnica”è costante nelle domande
    del Discepolo al suo Maestro e infatti Arjuna chiede: “Qual è il modo di
    agire (dell’Iniziato) e come trascende egli questi tre attributi?”
    “Agisce senza agire”è la risposta di Krisna; egli è sempre in perfetto
    equilibrio nel dolore e nella gioia, tra le cose piacevoli e le spiacevoli, nel
    biasimo e nella lode; egli rimane inalterato nell’onore e nel disonore, è
    equanime verso gli amici come verso i nemici e tiene nella stessa
    considerazione la zolla, il sasso e l’oro (cfr. Tao tê Ching capp. XLIX, LVI
    e LXIV); ma soprattutto egli è svincolato dagli attributi e adora l’Io Sono.
    Quell’Iniziato che così si comporta diviene degno di riunificarsi all’Uno
    senza secondo, l’Indistruttibile, l’Immortale, la Legge stessa, la Beatitudine
    Infinita.
    66
    Canto XV
    Versi 1 –.
    “L’Eterno Asvattha”l’albero sacro della Tradizione indù nominato
    da Krisna è ovviamente il Glifo cabalistico o Albero della Vita, ma nella
    visione che ci fa balenare dinanzi agli occhi il Maestro è, più che lo schema
    a cui siamo abituati, un vero e proprio albero con radici, tronco, rami, fiori e
    frutti; un albero che ci appare dapprima con le radici in alto, ma subito dopo
    anche in basso perché esse scendono; con i rami in basso, ma poi anche in
    alto perché essi salgono e noi possiamo vedere in questo “sferico”(rotante,
    toirodeo) albero la discesa della Shekinà dal Kether (radici) al Malkuth
    (germogli) e anche la sua risalita dal Malkuth, divenuto radice, al Kether,
    meta finale che conclude l’esistenza dell’Albero (allorché si tagliano le sue
    salde radici).
    Nel Commento alla Genesi 3, 1 –, avevamo parlato dell’Iniziato
    che “al termine di molte vite al bianco e al nero ”mangia la foglia”invece
    del frutto dell’Albero (cosa che invece tutti gli Adami ed Eve di questo
    mondo fanno regolarmente)”; ora l’identificazione da parte di Krisna delle
    foglie dell’Asvattha con i Veda (Testi Sacri), ci riporta a quel particolare
    significato di “mangiare la foglia”, oltre al senso letterale del modo di dire.
    Mangiare le foglie dell’Albero vuol dire nutrirsi di Testi Sacri invece di
    attaccarsi ai frutti (Sephiroth, Dei) dell’azione che legano e costringono ad
    ulteriori incarnazioni. Nutrirsi di foglie vuol dire salire sui rami (Guna)
    senza rimanere impigliati e imparare a procedere sino al punto in cui si
    acquista e si “brandisce”l’infallibile arma dell’“indifferenza”(ai contrari e
    alla loro attrazione) che è poi la “Sapienza”, Krisna stesso, Cristo, Daath, la
    Sephirah occulta; allora si diviene capaci di tagliare l’Albero alla base,
    procedendo oltre il “velo dell’Abisso (Paroketh)”che separa i tre mondi
    inferiori da Atziluth e permette di lasciare la manifestazione quale
    costrizione al ritorno per entrare “nello Spirito Primordiale donde emanò
    l’antico ordine delle cose”.
    67
    Versi 5 –.
    Krisna torna ora a parlare della Meta e delle qualità di coloro che
    possono raggiungerla: essi, i ricercatori, debbono essere “emancipati dai
    contrari”, centrati, cioè sulla Via dell’Equilibrio e “fissati”nell’Io Sono,
    Daath, al di sopra dei tre piani inferiori: di Malkuth, piano fisico, la cui
    espressione più alta è il fuoco; di Yesod, il cui emblema è la “luna”; di
    Tiphereth, il cui luminare è il “sole”.
    Versi 7 –.
    La scintilla Divina, Presenza individuale, Kether, da Prakriti, materia
    (Binah), fecondata da Purusa (Chockmah), spirito, trae ciò che occorre per
    l’incarnazione (i sensi e la mente), costruisce i mondi di Briah, Yetzirah e
    Assiah e li usa quali mezzi di “gioia”(= divertimento, giuoco, esperienza,
    esperimento, ecc.). Le persone comuni (gli illusi) non si rendono conto di
    questa Realtà che sottende la forma esterna (la personalità), ma coloro che
    hanno sviluppato Daath, che conoscono l’Io Sono, Krisna, Cristo, La
    vedono. È questa la differenza basilare tra coloro che sono illusi e quelli che
    non lo sono: il “vedere”il Signore fuori di sé o in sé; quando si “vede”il
    Signore in sé inizia lo sviluppo della Coscienza, è l’apertura del chackra di
    Daath; allora nasce il Figlio, il Bambino (v. il n. 17 dei Racconti dell’I
    Ching).
    Versi 12 –.
    Perché, spiega Krisna, il sole (Tiphereth) la luna (Yesod) e il fuoco
    fisico (del Malkuth) non sono altro che le svecchiature successive della luce
    di Daath, la “Sua Luce”; così nella discesa prima e nella risalita poi, come
    energia del Malkuth (la terra), Egli sostiene tutte le creature e come luna
    (Yesod), piena di succhi liquidi, astrali, nutre tutte le erbe, come fuoco di
    combustione nel corpo delle creature, per mezzo dell’azione centrifuga
    dell’espirazione e centripeta dell’inspirazione, egli permette l’assorbimento
    del quadruplice cibo: quello fisico, quello astrale, quello mentale e quello
    spirituale (oltre quello dei quattro tipi nominati nella nota).
    68
    Verso 15.
    L’Io Sono è il cuore di ogni cosa creata, infatti Tiphereth è il centro
    dell’Albero della Vita e certamente l’Io Sono è il cuore di ogni qualità
    (Sephirah) dell’Albero bianco, ma anche di ogni qualità (Qelipoth)
    dell’Albero nero, perché quando l’energia, sempre la stessa (Shekinà), viene
    invertita di valore, si manifesta come “privazione”= assenza di Bene, cioè
    come male.
    Egli, Krisna, è l’Oggetto e l’Autore della Verità (dei Testi Sacri) e il
    Mezzo per cui la si può conoscere (Veda, Vedanta).
    Versi 16 –.
    Ancora una chiarificazione del concetto riguardante i due principi
    della manifestazione: Purusa, Spirito, l’indistruttibile e Prakriti, Materia
    primordiale, il distruttibile. Essi sono i due “Termini”del Tao tê Ching,
    “altro”dall’Altissimo Spirito (Mistero Supremo) che compenetra e sostiene
    i tre mondi (Briah, Yetzirah, Assiah) da loro derivati; ma l’Io Sono, Krisna,
    Cristo, che è tutt’Uno con l’Altissimo Spirito, col Brahman (come Daath lo
    è con Kether e il Figlio col Padre) li trascende entrambi. Perciò se la
    personalità non è “illusa”, e riconosce l’Io Sono, il suo Sé Superiore quale
    Altissimo Spirito, allora “sa tutto”e Tutto sapendo, non può far altro che
    adorarLo, adorandoLo conosce la “segretissima Scienza”che solo l’Io Sono
    può dichiarare al suo devoto e, come tale, conoscendola, “compie tutti i suoi
    doveri”, cioè si libera del frutto dell’azione e si reintegra.
    69
    Canto XVI
    Con un lungo e particolareggiato elenco di “ottime qualità”Krisna
    svela al suo discepolo quali sono le caratteristiche di “colui che è nato ad un
    destino divino”. Naturalmente quelle qualità non sono altro che lo sviluppo
    dei tre alberi dei tre piani dell’Albero bianco; lo sviluppo di Assiah:
    padronanza di sé (Malkuth), austerità (Yesod), studio delle Scritture (Hod),
    carità (Netzach), sacrificio e purezza di cuore (Tiphereth), intrepidità
    (Gheburah), rettitudine (Chesed), perseveranza nella sapienza e nella
    devozione (Daath); lo sviluppo di Yetzirah: assenza di irrequietezza
    (Malkuth), rinunzia (Yesod), mansuetudine (Hod), modestia (Netzach),
    compassione per tutte le creature (Tiphereth), emancipazione dall’ira e
    inoffensività (Gheburah), astinenza dalla calunnia e dalla cupidigia
    (Chesed), tranquillità e veracità (Daath); lo sviluppo di Briah: energia
    (Malkuth –Yesod), bonarietà (Hod –Netzach), purezza (Tiphereth),
    fortezza d’animo (Gheburah), longanimità (Chesed), assenza di orgoglio
    (Daath).
    Versi 4 –.
    “Colui che è nato ad un destino diabolico”invece ha sviluppato i
    difetti e i vizi dell’albero nero: ignoranza (Malkuth –Yesod), ipocrisia
    (Hod), vanità (Netzach), orgoglio (Tiphereth), ira (Gheburah), insolenza
    (Chesed), in cui le Sephiroth sono tutte profanate e invertite di valenza. La
    costruzione dell’Albero bianco (cfr. Commento alla Sapienza, capp. 3, 4, 5)
    conduce alla liberazione dalle rinascite, la costruzione dell’albero nero alla
    prigionia delle rinascite; ma il Discepolo sul Sentiero, il Pândava (8), colui
    che ha “giustamente risoluto”(canto IX, 30) è nato ad un destino divino, va
    verso la liberazione e perciò non deve “affliggersi”.
    70
    Versi 6 –.
    Poiché ormai Arjuna “sa tutto”sulla costruzione dell’Albero bianco,
    è opportuno che conosca anche qualcosa dell’albero nero onde evitare nel
    modo più assoluto di incorrere in quegli errori di comportamento, di
    sentimento e di pensiero che lo possano costruire anche involontariamente.
    La caratteristica degli “uomini demoniaci”, cioè schierati nella
    contro-manifestazione, è l’ignoranza (della Legge e del funzionamento
    dell’Albero): essi non conoscono né l’azione (corretta) né l’inazione (l’agire
    senza agire); essi mancano, sono carenti su tutti e tre i piani inferiori: sul
    piano dell’azione (Assiah) “non hanno una buona condotta”; sul piano del
    sentimento (Yetzirah) “non vi è in loro purezza”; sul piano mentale (Briah)
    ignorano la Verità. Essi contrappongono allo Spirito (Dio) la materia
    (Mammona); per essi l’Universo è prodotto “dall’accoppiamento causato
    dalla concupiscenza”, cioè da desiderio degradato e degradante e il loro
    trincerarsi dietro una tale posizione materialistica non può che precludere
    qualsiasi sbocco verso l’emancipazione finale; per questi essi sono
    “perduti”, senza speranza, “deboli d’intelletto”, perché non sanno
    “intelligere”cioè “andare dentro”la Realtà delle cose e della
    manifestazione e diventano “violenti nelle azioni”, perché hanno
    continuamente bisogno di forti emozioni con cui stordirsi; inoltre sono
    “nemici del mondo”perché tutta la natura si rivolta contro e li ostacola;
    nascono così per la distruzione di ciò che li circonda e soprattutto per la
    propria distruzione (disintegrazione).
    Versi 10 –.
    È “l’insaziabile desiderio”che rovina la creatura umana; ricordiamo
    al caduta di Adamo nel giardino dell’Eden a causa della tentazione del
    serpente (Genesi 3, 6): Eva pecca e induce Adamo a peccare perché
    “desidera”ciò che è proibito, e lo desidera per essere più di quello che é... e
    Eva rappresenta l’astrale dell’uomo (Adamo) che, sedotto dal mentale
    (serpente, il quale ragiona con “false idee”a causa dell’orgoglio e
    dell’arroganza propri del Dragone), illuso nelle sue vere possibilità, si
    dedica ad “opere sacrileghe”, cioè invece che a “far sacro l’Albero”a
    profanarlo. Tutto ciò perché “questi uomini perduti”credono che l’unico
    fine della vita sia la soddisfazione dei desideri, così essi si vincolano sempre
    di più alla materialità nella speranza di “possedere”sempre una maggior
    quantità di cose (ecco l’inversione della colonna di sinistra dell’Albero,
    avere), per “figurare”sempre di più (ecco l’inversione della colonna di
    destra dell’Albero, essere); in realtà quello che manca a costoro è solo la
    “Sapienza”. Ragionamenti del tipo: “Questo ho ottenuto oggi, questo
    71
    desiderio soddisfarò in seguito; questa ricchezza è mia, quell’altra pure sarà
    mia”indicano solo la visione materialistica dell’individuo che “non vede”
    Ciò che sottende la forma; mentre: “Ho ucciso questo nemico ed altri pure
    ne ucciderò. Io sono un signore, io godo, sono fortunato, ecc.”, è un
    ragionamento che indica solo la più completa ignoranza: la personalità non
    è padrona della propria vita, tanto meno di quella degli altri, l’unica cosa
    che può “uccidere”e che “deve uccidere”sono i propri difetti che lei stessa
    ha creato; essa invero non è “signora”di niente, né fortunata, né possente,
    né felice e anche se apparentemente è “ricca e nobile, fa donazioni e
    sacrifici”, in realtà è solo “illusa nella propria ignoranza e destinata a cadere
    in un inferno immondo”.
    Versi 17 –.
    Come vedemmo in Genesi 3, la costruzione dell’albero nero non può
    che portare all’auto-distruzione in quanto la “pressione”del piano fisico
    sull’astrale e il mentale (Adamo domina Eva che a sua volta schiaccia la
    testa al serpente) spinge sempre più lontano l’energia dalla sua Fonte (l’Io
    Sono).
    La definizione cabalistica di Dio quale “pressione”(v. La Cabala
    Mistica di D. Fortune –Astrolabio) indica la forza esplosiva divina
    (Shekinà) che trova nel Malkuth, la Pietra, la sua completa espressione; a
    questo punto alla Pietra, alla personalità spetta il compito di far risalire
    correttamente l’energia nell’Albero per la sua (la propria) reintegrazione o
    farla scendere (cadere) nel contro-Albero per la sua e la propria
    disintegrazione; ed ecco lo schema:
    discesa della Shekinà                     corretta risalita                 discesa e disintegrazione
                                                                                                     Malkuth,
    Pietra
      Caduta
    72
    nella caduta la pressione esercitata dal Malkuth non può che spingere
    sempre più in basso l’energia che non ha ripreso la strada del “Ritorno al
    Kether”.
    Infatti egoismo, ostinazione e ipocrisia (Hod capovolto), frenesia di
    ricchezze e concupiscenza (Netzach capovolto), arroganza, presunzione e
    orgoglio (Tiphereth capovolto), ira (Gheburah capovolto, calunnia e
    prepotenza (Chesed capovolto) portano ad “odiare la Divinità”, l’Io Sono
    (= “Mi odiano”) che quella energia continuamente effonde e che mal
    qualificata dal Malkuth precipita l’individuo sempre più in basso “fino
    all’infimo stato”. Le tre principali porte dell’inferno sono: la concupiscenza,
    l’ira, l’avidità: Venere, Marte e Mercurio, le tre divinità della mitologia
    greca che favorevoli danno la vittoria, contrarie portano alla completa
    disfatta.
    Versi 22 –.
    L’Iniziato, il Discepolo si liberi dunque dal pericolo della
    disintegrazione percorrendo la via centrale nella costruzione dell’Albero
    bianco, ricercando la perfezione (Yesod), la felicità (Tiphereth), la
    Sapienza, (Daath), seguendo per “decidere ciò che deve essere fatto o non
    fatto”la Scrittura, vale a dire il Testo Sacro; i precetti lì descritti insegnano
    il retto modo per far risalire la Shekinà; quella deve essere l’unica vera
    guida!
    73
    Canto XVII
    Versi 1 –.
    Il problema che Arjuna pone al Maestro in questo canto riguarda la
    “Fede”. “A quale dei tre attributi sattva, rajas o tamas appartiene la fede?”.
    (Il che fa supporre che Arjuna crede che la “fede”, proprio perché tale, sia
    qualità bianca e perciò, da quello che abbiamo detto nel canto XIV, solo
    sattvica). Krisna chiarifica subito che la fede costruisce l’uomo; ciò che egli
    crede, quello egli è, cioè egli diviene ciò che pensa, sente, dice e fa; quindi
    la fede risulta essere triplice a seconda delle scelte effettuate nella vita; c’è
    una fede sattvica, quella inerente all’Albero bianco, di coloro che adorano
    gli Dei, le Sephiroth nella loro aderenza al Piano; c’è una fede rajasica,
    inerente all’albero bianco e nero, di coloro che adorano i demoni, le
    Sephiroth dei tre piani inferiori nel loro contrasto di bene-male; infine c’è la
    fede tamasica, di coloro che adorano gli spiriti o spettri, cioè i centri di
    forza, le larve dell’albero nero, vale a dire ciò che è destinato alla
    disintegrazione.
    Versi 5 –.
    Esistono uomini che, spinti da errati ideali o ambizioni si
    sottomettono a dure penitenze e sacrifici non legati allo scopo reintegrativo
    (per esempio portare tacchi a spillo o busti stretti, correre rischi inutili per
    divertimento o denaro, assumere sostanze tossiche per “rendere”di più,
    digiunare per politica, ecc.): le loro risoluzioni sono considerate
    “demoniache”in quanto danneggiano i veicoli inferiori e disturbano i
    propositi dell’Io Sono in quella incarnazione.
    74
    Versi 7 –.
    Nella manifestazione quale noi la conosciamo tutto può essere
    ricondotto ai tre Guna; così il nutrirsi di cibo, il sacrificarsi, il far penitenza,
    il far donazioni. Apparentemente queste quattro azioni sembrano tutte
    positive, quindi dovrebbero essere tutte sattviche, invece proprio perché
    vengono colorate dalla volontà o libero arbitrio della personalità, in pratica
    risultano essere bianche, miste o nere. Prendiamo in considerazione
    l’assunzione di cibo, anzi, prendiamo in considerazione il tipo di cibo; così
    come è descritto da Krisna cibo sattvico è solo quello appena colto, carico
    di prana, offerto dagli alberi e dalla terra (frutta e ortaggi) e forse da alcuni
    prodotti animali freschi (latte e uova); cibo rajasico è il cibo elaborato,
    cucinato, manipolato; è tamasica il cibo in decomposizione (la carne, i
    prodotti fermentati, le muffe, ecc.). Ora esaminiamo il sacrificio: è vero
    sacrificio (sattvico) quello che è sentito come dovere (“deve essere fatto”),
    senza ricerca del frutto dell’azione, vale a dire l’adempimento dei doveri
    inerenti al proprio stato “sacrificati”al Sé Superiore, anche lo studio per il
    miglioramento dei propri veicoli (fisico, astrale, mentale) per rendere
    maggior servizio all’Io Sono e all’applicazione pratica dei precetti delle
    Scritture. È rajasico quel sacrificio che aspetta un qualsiasi compenso
    materiale e non; è tamasica quello offerto alle forze del male, contrario ai
    precetti, con la profanazione delle parole di potenza (Mantra).
    Versi 14 –.
    L’austerità che parimenti al sacrificio e alla fede e al cibo
    apparentemente sembra solo positiva, bianca, nelle sue tre espressioni “del
    corpo”(assianico), “della parola che non causa dispiacere”(yetziratica),
    “della mente”(briatica), è anch’essa di tre qualità: è sattvica se praticata dai
    devoti dell’Io Sono senza ricerca del frutto dell’azione (cfr. in Matteo 6, 1-
    le regole per praticare “cristianamente”l’elemosina, l’orazione e il
    digiuno); è rajasica se praticata con ostentazione per essere veduti dagli altri
    (v. Matteo 23, 5 ecc.); è tamasica quando è al servizio del male e delle forze
    sinistre, come nel caso di coloro che per timore di perdere il potere,
    fanaticheria o pregiudizi razziali limitano la libertà propria o altrui,
    torturano o addirittura uccidono (v. Matteo 23, 37). Ora prendiamo in
    considerazione i doni: donare è sinonimo di generosità, apertura e
    grandezza d’animo, ma anche qui va fatta una distinzione tra tre tipi di doni:
    è sattvico il dono “saggio”, elargito con l’idea che donare è dovere nel
    75
    luogo e a tempo opportuni a persona bisognosa ma “degna”; è rajasico il
    dono elargito per ottenere un altro dono o favore in cambio, il “do ut des “
    caratteristico degli uomini comuni che si esplica in questa nostra epoca
    consumistica con gli inutili regali di Natale, Pasqua, compleanni e
    onomastici vari, che fanno solo perdere tempo, denaro e creano inutili
    obblighi; infine è tamasica il dono elargito in tempo e luogo inopportuni a
    persona non degna: regalare  soldi a chi chiaramente non vuol lavorare per
    pigrizia e infingardaggine  è sconsiderato così come regalare armi, sia pure
    finte, a bambini piccoli o oggetti pericolosi a chi non è maturo o tecniche di
    realizzazione a chi non è pronto: è sciocco, inutile e dannoso (“non date le
    cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci ecc.”, Matteo 7, 6).
    Versi 23 - 28.
    Krisna elargisce poi al suo discepolo tre parole di potere: “Om”che
    significa Io Sono in senso universale, “Tat”che vuol dire Ciò o Quello,
    “Sat”che vuol dire Essere, le tre parole con cui furono creati in antico i
    “Brahmana, i Veda e i sacrifizi”cioè gli uomini fatti a somiglianza di Dio,
    le istruzioni e le tecniche di reintegrazione, che produssero l’età dell’oro
    nella sua prima perfezione. Gli studiosi di Brahman, coloro che si occupano
    dell’Assoluto e che ad Esso tendono debbono iniziare tutte le loro opere
    “cantando l’Om”: cantarlo significa viverlo nell’Albero interno, collocando
    il suono appropriato ne chackra appropriato (Om = Aum) nell’attivazione
    del Malkuth-Yesod, Tiphereth e Daath; per ottenere “l’emancipazione”
    occorre pronunciare la parola Tat = Quello (e noi aggiungiamo: cercando di
    attivare i chackra sopra la testa Binah, Chockmah, Kether); infine per
    esprimere “la realtà e la bontà”si deve pronunciare la parola Sat = Essere,
    attivando l’Io Sono, Daath, il centro in mezzo agli occhi. Sat è tutto ciò che
    rappresenta la Divinità in manifestazione, asat è tutto ciò che viene
    compiuto dalla personalità senza riconoscere in ciò che fa l’energia divina;
    tutto quello che è asat è vano, non serve a nulla e crea solo disordine e male,
    cioè Karma negativo.
    76
    Canto XVIII
    Versi 1 –.
    Nel primo versetto Arjuna invoca il Maestro con tre differenti
    appellativi: il primo è Mahâbâhu ( = dalle possenti braccia), il secondo è
    Hrisîkesa ( = Signore dei sensi), il terzo è Distruttore di Kesî ( = Uccisore
    del demone); vediamo che cosa dice la numerologia su di essi: Mahâbâhu =
    , Imperatore; Hrisîkesa = 8, la Giustizia;
    K   E   S   Î
    + 5 + 300 + 10 = 335 = 11, la Forza (negativa).
    Perché questi particolari Nomi tutti insieme all’inizio dell’ultimo
    canto? Perché ora il discepolo riconosce l’Io Sono come Uccisore del
    Demone (forza negativa) per mezzo delle Possenti Braccia
    (dell’Imperatore) che (giustamente) esercita il dominio dei sensi. Le ultime
    domande sono poi sull’argomento centrale, il nocciolo dell’insegnamento
    del Maestro, sulla Rinunzia, l’Abbandono e la differenza tra i due. Krisna
    richiama dapprima la definizione che i saggi danno dei due termini: la
    Rinunzia è la rinunzia delle azioni interessate; l’Abbandono è l’abbandono
    del frutto delle opere. A prima vista sembra che tra i due concetti ci sia una
    differenza di significato, ma nel prosieguo della spiegazione appare
    evidente che non c’è sostanziale differenza: rinunziare all’interesse o
    abbandonare il frutto sono la stessa cosa. Quello che invece viene messo
    bene in evidenza, a seguitare l’istruzione pratica del canto XVII, è la triplice
    qualità della Rinuncia –Abbandono: sattvica, rajasica, tamasica (bianca,
    mista, nera). Notiamo che Arjuna viene chiamato
    P   U   R   U   S   A   V   Y      G   H   R   A
    + 6 + 200 + 6 + 300 + 1 + 6 + 10 + 1 + 3 + 8 + 200 + 1 = 822 = 3
    Imperatrice ricordiamo che la personalità è la sposa dell’Io Sono, se Daath è
    detto Imperatore, la personalità non può che essere Imperatrice, la Vergine
    gloriosa che viene assunta in cielo dopo che tutte le regioni dell’Impero
    sono state sottomesse all’Imperatore suo Sposo... (v. n. 3 dei Racconti dei
    Tarocchi).
    77
    Versi 5 –.
    Ciò che si richiede al Discepolo non è la rinunzia alle opere, ma
    l’operare nell’abbandono del frutto delle azioni, è per questo che tutte le
    azioni necessarie e soprattutto quelle di sacrificio, donazione e penitenza
    devono essere compiute proprio a purificazione del savio discepolo; allora
    l’abbandono risulta essere sattvico, dell’Albero bianco. Se invece si
    rinunzia all’azione perché si è delusi nel risultato (ci si aspettava qualcosa)
    allora l’abbandono è rajasico; se poi si rinunzia all’azione per paura della
    sofferenza fisica, allora l’abbandono è tamasico (abbiamo invertito il
    significato dei vv. 8 e 9 per esigenze logiche: la delusione è legata
    all’aspettativa e perciò rajasica, il non voler soffrire fisicamente al torpore e
    alla pigrizia è perciò tamasico e non il contrario).
    Versi 9 –.
    Come vedemmo in precedenza le regole date da Krisna per l’agire
    senza agire (l’azione prescritta compiuta perché deve esserlo con
    l’abbandono dell’attaccamento e del frutto) sono le stesse che ritroviamo
    nel Tao tê Ching: “L’Uomo Reale, il Santo, è costantemente un buon
    salvatore di cose perché non respinge nessuna cosa (“non odia l’azione
    spiacevole né ama quella piacevole”), Egli è ciò che si chiama
    un’illuminazione ambivalente (cap. XXVII)”e anche: “Il Santo agisce ma
    non ne trae nessuna sicurezza, quando un’opera è compiuta Egli non si
    sofferma su di essa (cap. LXXVII)”perché il Santo è proprio “Colui che
    compie l’abbandono”, infatti “Egli si attiene alla pratica del Non Agire e
    professa un insegnamento senza parole (cap. XLIII)”. Colui che compie
    l’abbandono e che ha fatto la rinunzia “non riscuote il frutto buono, cattivo
    o misto”dopo la morte e perciò non deve rinascere.
    Versi 13 –.
    Ma perché esiste l’azione e di conseguenza la ricerca del frutto
    dell’azione? A questa domanda non formulata ma sottintesa di Arjuna
    Krisna risponde con l’elencare le 5 (5 = il numero dell’uomo) cause della
    necessità del compimento delle azioni descritte dal Sânkhya; in pratica esse
    78
    sono la manifestazione stessa nei tre piani inferiori così come la
    conosciamo: il corpo fisico (la base), l’anima, il veicolo psichico e mentale,
    nephesh e ruach (l’agente) e gli organi per mezzo dei quali l’anima si
    manifesta, visibili, nonché le divinità (Sephiroth o Dei) che agli organi
    sottendono, invisibili. Tutte le azioni dipendono da questi tre veicoli,
    mondi, piani: il fisico, l’astrale e il mentale; solo l’ignorante crede che
    anche lo Spirito, il quarto veicolo del mondo di Atziluth, venga coinvolto
    dalle azioni, ma chi “sa”(e per sapere si intende vivere e praticare la
    Sapienza) è sciolto dai legami del frutto dell’azione, al limite quand’anche
    quel saggio uccidesse un intero esercito ma per dovere e distaccato dal
    frutto dell’azione, nell’Agire senza Agire, non sarebbe vincolato.
    Versi 18 –.
    Tutto è triplice nella suddivisione di questi tre piani inferiori che
    vengono coinvolti nelle azioni; cominciamo ad esaminare l’origine
    dell’azione: la conoscenza dell’azione è del mentale; l’oggetto della
    conoscenza è del fisico e colui che conosce, spinto dal desiderio è mosso
    dall’astrale; ugualmente l’azione stessa è costituita da tre elementi:
    l’istrumento (fisico), lo scopo che la mente si propone (mentale) e la spinta
    dell’interesse, desiderio che muove colui che agisce. Ancora, secondo la
    triplice divisione conoscenza, azione e agente sono di tre qualità: sattvica,
    rajasica e tamasica, cioè dell’albero bianco, misto o nero.
    Conoscenza sattvica è quella che vede l’Unità del Tutto
    (reintegrativa); conoscenza rajasica è quella che distingue molteplici nature
    (vincolante alle rinascite); conoscenza tamasica è quella cieca e separativa,
    fanatica e materialista (disintegrante).
    L’agente sattvico è quello che agisce senza agire (il Santo, l’Iniziato,
    l’Uomo Reale); l’agente rajasico è quello soggetto ai contrari, l’uomo
    comune (vincolato alle rinascite); l’agente tamasico è quello volto al male
    (destinato alla disintegrazione).
    79
    Versi 29 –.
    Anche l’intelletto, la capacità di comprendere e la fermezza (volontà)
    per mezzo della quale si attuano i desideri rajasici tamsici o sattvici, sono di
    tre specie: intelletto sattvico è quello che comprende veramente lo scopo
    della vita, come funziona l’Albero e quale è il dovere da compiere; intelletto
    rajasico è quello che ponendo l’io personale innanzi tutto non sa riconoscere
    sempre e bene il proprio dovere; intelletto tamasico è quello che vede tutto
    invertito, per il quale è bene quello che è male e il contrario.
    La volontà sattvica è quella che indirizza tutto l’agire verso il Sé
    Superiore senza mai deflettere dallo scopo prefisso; è rajasica quella che
    ricerca il frutto dell’azione in qualunque cosa (anche nella religione o nelle
    opere di penitenza); è tamasica quella che si abbarbica ostinatamente
    all’errore e non vuole allontanarsene e abbandonarlo.
    Anche la felicità che la personalità ricerca e può sperimentare è di tre
    qualità e legata ai tre Guna: è sattvica quella che all’inizio costa sacrificio e
    alla fine premia con la serenità; è rajasica quella che all’inizio dà gioia ma
    poi sofferenza; è tamasica quella legata al torpore, al non far niente, alla
    malvagità.
    Versi 41 –.
    Come vedemmo nel canto IV le quattro caste fondamentali della
    tradizione indù sono collocabili sull’Albero e i doveri propri a ciascuna di
    esse sono rapportabili ai quattro piani o stati di Coscienza; poniamo perciò i
    Brâhmana, ai quali sono propri i doveri di perfezione in ogni campo, in
    Atziluth; i Ksatriya, ai quali sono propri i doveri di dominazione, in Briah; i
    Vaisya, ai quali sono propri i doveri di produzione, in Yetzirah; i Sûdra, ai
    quali sono propri i doveri di servizio, in Assiah.
    80
    Versi 45 –.
    Compiere il proprio dovere è mezzo di perfezione perché il dovere
    paga tutti i debiti karmici passati, perciò compiere il proprio dovere
    adorando l’Io Sono è già realizzante. Ma se non si riesce a compiere
    completamente tutto il proprio dovere, anche compierlo parzialmente è già
    molto positivo; invece il compiere buone azioni ma che vanno oltre il
    proprio dovere è fonte di altro karma (anche se meritevole) senza
    l’esaurimento del precedente. Facciamo un esempio: un giovane si trova in
    famiglia e non va d’accordo con i suoi; se per sfuggire alla situazione se ne
    va di casa e si crea (il che è molto difficile) una famiglia armoniosa, non ha
    compiuto il proprio dovere verso i genitori e i fratelli. Lo stesso è per la
    coppia: se ci si ritrova sposati con una persona con cui non si riesce ad
    andare d’accordo, un nuovo matrimonio, anche se sereno, non cancella il
    debito karmico non completamente esaurito con il primo coniuge e così via.
    Una difficile situazione se non viene risolta è solo rimandata, il problema si
    ripresenterà puntualmente: solo lo scioglimento armonioso di un rapporto
    difficile è mezzo di liberazione da quel particolare legame karmico.
    Versi 49 –.
    Viene poi ripetuto da Krisna, ora “succintamente”, l’elenco delle
    qualità positive che deve coltivare il discepolo, colui che vuole
    assolutamente la reintegrazione: la padronanza di sé, la mancanza di
    desideri; la purezza dell’intelletto, l’abbandono dei sensibili (l’attaccamento
    alle sensazioni), la morigeratezza, l’abitudine al silenzio e alla solitudine,
    alla continua meditazione e contemplazione del Sé Superiore. Egli deve
    ignorare completamente lo sviluppo dell’albero nero e, nella ricerca
    continua dell’unità col Supremo Spirito, trovare la sua pacificazione.
    Coltivandosi così egli allora diviene saggio, conosce l’Io Sono e,
    conoscendolo, entra in Lui (“in Me”), Krisna, Cristo, senza agire
    nell’azione, nella Liberazione Suprema.
    81
    Versi 57 –.
    Poi Krisna si rivolge direttamente ad Arjuna e praticamente,
    affettuosamente lo incita all’unione amorosa continua e totale con Lui
    stesso, nel pensiero, nel sentimento e nell’azione; lo incita anche
    all’obbedienza, infatti dice: “Se compiacendoti nell’orgoglio pensi: ”io non
    voglio combattere”, vana è questa tua risoluzione eccetera”.
    Chiaramente Arjuna è dotato di libero arbitrio, se vuole ignorare
    l’insegnamento del Maestro è padronissimo di farlo, ma ne pagherà le
    conseguenze e in un modo o nell’altro il combattimento avverrà.
    Ma se non è capace di identificarsi direttamente con l’Io Sono (se la
    concentrazione nel chackra in mezzo agli occhi è per lui troppo alta) allora
    Krisna consiglia Arjuna di “cercare l’Io Sono nel cuore, là dove è più facile
    sentirlo”.
    Versi 63 –.
    L’ultima parte della Gîtâ è tutta traboccante di amore e di
    compassione del Maestro per il Discepolo. La Sapienza segreta è stata da
    Lui qui dichiarata: Egli ha donato Se Stesso (la Sapienza) nel segreto ( = nel
    se-creto, nel distillato più interno del sé) le Sue Parole lì vanno conservate e
    meditate; nell’unione ricercata e mantenuta del Discepolo col Maestro è la
    Conoscenza suprema della Verità, il Rifugio unico, l’Abbandono, la
    Liberazione.
    Questo insegnamento supremo, soprattutto nella parte se-creta non va
    divulgato a chi non è degno (“... non gettate le vostre perle ai porci perché
    non le pestino con i loro piedi e, rivoltandosi, vi sbranino”Matteo 7, 6), ma
    a chi è degno, questo insegnamento va comunicato; farsi strumento di
    espansione dell’insegnamento dell’Io Sono è il Servizio più gradito alla
    Divinità e motivo di particolare preferenza per il Suo Amore.
    Studiare il Testo Sacro, vuol dire fare il Sacrifizio della Sapienza, il
    Sacrifizio più reintegrativo. Chi, non essendo capace di studio personale, ne
    ascolterà con fede la lettura, anche quello sarà emancipato dal peccato. Ed
    ecco la domanda diretta conclusiva, drammatica, del Sé alla personalità, che
    permette l’esercizio del libero arbitrio, senza del quale nulla si può fare:
    “Dunque, che cosa decidi di fare?”. E la risposta di Arjuna è perfetta:
    82
    “Distrutta è l’illusione, per tua Grazia (è la Grazia che permette la Sapienza)
    ho ritrovato la mia memoria (Arjuna non ha imparato qualcosa di nuovo, ha
    ritrovato la sua memoria, ora ri-corda, col cuore quello che ha sempre
    saputo e che l’illusione gli velava)... Seguirò la tua Parola”. Il Discepolo
    aderisce completamente alle direttive del Maestro.
    Allora non resta altro da dire se non quello che Sañjaya dice a
    Dhritarâstra:
    “Ovunque è Krisna, Signore del mistico potere, ovunque è Pârtha,
    l’arciere, ivi sono la fortuna, la vittoria, la prosperità e la giustizia eterna.
    Questa è la mia opinione”.
    Quando l’Io Sono e la personalità si uniscono e la personalità segue il
    Maestro, la perfezione dell’Albero si compie:
                                         “Come in alto così in basso”.


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